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La Rivoluzione francese non ha fatto altro che trasferire la sovranità dai Re al Capitale apolide (di Giuseppe PALMA)

Victor Hugo la definì “lo scoppio del fulmine“, capace di squarciare una nube addensatasi sul mondo per circa quindici secoli.

Aveva ragione.
La Rivoluzione francese fu, in effetti, un fulmine. Spazzò via il secolare sistema feudale che aveva retto il mondo intero dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) alla fine del XVIII° secolo.
Poche famiglie regnanti che si spartirono, spesso attraverso guerre sanguinosissime, il dominio del Vecchio Continente. L’una contro l’altra, seppur tra loro imparentate, hanno dominato il mondo conosciuto – sotto la medesima linea conduttrice comune a tutti – per quindici lunghissimi secoli.
Il sistema funzionava per diritto dinastico e stati sociali: solo i Nobili (circa l’1% della popolazione) potevano accedere alle più alte cariche di Stato e dell’esercito, mentre i sudditi (il 97% della popolazione) lavoravano e pagavano il mantenimento di Case regnanti, Nobili e Clero (quest’ultimo comprendeva circa il 2% della popolazione).
Tutto era nelle mani del Re (appartenente alla famiglia/dinastia regnante) secondo la concezione “l’état, c’est moi” (“lo Stato sono io”), per cui il Sovrano – uno e trino – poteva tutto. Davvero tutto.

In questo assetto rientrava l’istituto della “questua“, cioè la possibilità per i sudditi di richiedere ed ottenere dal Re qualsiasi cosa (un titolo nobiliare, una rendita a vita, una licenza commerciale, una grazia e quant’altro).
Un sistema che, seppur molto più complesso delle mie semplificazioni, sembrava impossibile da scardinare.
Lo metteranno in discussione, seppur solo teoricamente, gli enciclopedisti e i filosofi francesi del Settecento come Diderot, d’Alembert, Voltaire e Rousseau (del resto, tutti Nobili).

Il 1789 segna lo spartiacque, e a farne le spese sarà l’assolutismo monarchico. La monarchia dispotica (assoluta) viene attenuata dal controllo parlamentare, con assemblee legislative elette dal popolo (per censo) che trasformano il sistema monarchico da assoluto in costituzionale o parlamentare.
Artefice della Rivoluzione è la Borghesia, il cosiddetto Terzo Stato (grossi commercianti, industriali e professionisti), che reclama uno spazio fondamentale nel funzionamento dello Stato e della sua economia.
Il popolo, nella Rivoluzione dell’89’, non c’entra nulla. È solo una pedina nelle mani della grande borghesia.
I primi segnali giungono dall’Inghilterra, dove alcuni Nobili iniziano redditizie attività commerciali e industriali, in parallelo al sistema feudale. Sono i Nobili stessi a trovare conveniente un epocale cambio di passo, individuando nell’impiego del capitale un formidabile strumento di ulteriore ricchezza.
In Francia, tuttavia, il mite Luigi XVI disprezza che Nobili o appartenenti alla sua famiglia si mettano in affari, dovendo la Nobiltà preservare la grandezza del nome ed occuparsi semmai di attività culturali, mantenuta – come era stato per secoli – dalle tasse versate dai sudditi. Ma suo fratello, il Conte d’Artois (il futuro re Carlo X) sarà proprio uno dei primi a mettersi in affari commerciali.
Tanto per rendere l’idea con un esempio banale di come i tempi stessero mutando, Luigi XVI e i Nobili di corte non indossavano le scarpe con le fibie, in uso esclusivo ai borghesi. Quando il ministro Roland (a Rivoluzione in corso) si presentò al suo cospetto, vedendolo indossare le scarpe con le fibie, Luigi disse ad un suo consigliere che il mondo era cambiato per davvero.

Insomma, con la Rivoluzione francese l’assolutismo non è più nelle mani di uno solo, ma è diviso in egual misura tra Sovrano e Borghesia. La “questua“, che poteva in teoria – su decisione del Re – elevare un umile contadino a rango di Nobile, lasciava il posto al “diritto” derivante dalla legge, espressione della volontà generale. Peccato che quella volontà (cosiddetta generale) era fortemente censoria, espressione di non più del 7-8% della popolazione.

Veniamo al dunque. Come funziona un sistema borghese? Ovviamente con l’impiego del capitale, che per sua natura mira al massimo profitto, cercando di abbattere tutti gli ostacoli sociali che compromettano tale scopo.
Tutto l’Ottocento sarà contrassegnato dal massimo sviluppo del capitale impiegato dalla borghesia, a scapito della manodopera. Dalle dodici alle quindici ore di lavoro al giorno senza diritti e con salari da miseria.
Un sistema violento che verrà attenuato dalla nascita, verso la fine dell’Ottocento, dei primi partiti socialisti e i primi sindacati.

Le lotte sociali e politiche del Novecento – accentuatesi subito dopo la fine della Prima Guerra mondiale come legittima reazione al liberalismo sfrenato – sfocieranno nelle dittatura fascista e in quella nazista, che da un lato soffocarono con violenza le ribellioni socialiste e sindacali, mentre dall’altro porranno alcuni limiti all’eccessiva violenza capitalista, talvolta ponendovi un freno, talvolta confondendosi con essa.

Il punto di equilibrio perfetto tra capitale e lavoro si troverà in Italia, con la Costituzione del 1948, di impianto Keynesiano. Sulla scorta di quanto l’economista inglese John Maynard Keynes consigliò al Presidente americano Roosevelt dopo la crisi del 1929, la teoria cosiddetta “keynesiana” sarà la ricetta economica adottata in quasi tutto il mondo occidentale, dove il capitale poteva, sì, conseguire il massimo profitto, ma nei limiti della tutela dei diritti sociali e di salari dignitosi per il lavoratore e la sua famiglia.
Il liberismo sfrenato, che sembrava sconfitto per sempre, ritornerà nuovamente in auge a partire dalla fine degli Anni Settanta e finirà per solidificarsi come una sorta di dogma “religioso” con la nascita dell’Unione europea e dell’euro: vincoli di bilancio capestro, riduzione violenta del deficit e regime di cambi fissi regoleranno la vita del Vecchio Continente dal 1992 ai giorni nostri. Ma stavolta con sindacati e partiti di sinistra schierati dalla parte del capitale internazionale.

In tutto questo la democrazia (nel frattempo i popoli erano riusciti a conquistare il suffragio universale e diretto) è soggiogata da meccanismi per cui la politica, se non è corrotta dalla violenza del capitale internazionale, nulla può contro gli scopi della borghesia dominante, che oggi è quella delle multinazionali, talvolta più forte degli Stati, capace addirittura di determinarne le scelte politiche, economiche e sociali.

In altre parole, la Rivoluzione francese ha eliminato i Re (persone con un riferimento famigliare secolare, nei quali risiedeva la Sovranità) per concentrare il potere nelle sole mani del capitale, che negli ultimi anni è talmente violento ed invasivo che necessita della svalutazione del lavoro (riduzione dei salari e contrazione dei diritti sociali) e della eccessiva mobilità dei lavoratori. In mezzo la politica, che a seconda del proprio grado di autorevolezza cerca di attenuare e regolamentare la violenza del capitale. Più si delegittima la politica, più forte sarà la borghesia dominante contro il lavoro.

Insomma, la Rivoluzione francese non ha fatto altro che trasferire la Sovranità dai Re al capitale apolide.

Giuseppe PALMA 

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Europa, quo vadis? La sfida sovranista alle elezioni europee“, di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, prefazione di Antonio Maria Rinaldi, Paesi edizioni, 2019: https://www.amazon.it/Europa-vadis-sovranista-elezioni-europee/dp/8885939104/ref=mp_s_a_1_6?keywords=Giuseppe+Palma&qid=1563090338&s=gateway&sr=8-6

 

 

 

 


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