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La riforma del MES è un pericolo per la democrazia, un ritorno della UE matrigna (di P. Becchi e G. Palma su Libero)

Articolo a firma di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero del 3 dicembre 2020:

Il MES in vigore è quello del 2012, un trattato intergovernativo – cioè non rientrante tra i Trattati della Ue ma che vincola ugualmente i Paesi europei firmatari – ratificato dal Parlamento italiano nel luglio del 2012, unitamente al Fiscal Compact.

Il Meccanismo Europeo di Stabilità, nato inizialmente col nome di Fondo-Salva Stati, è una società di diritto pubblico lussemburghese alla quale ciascuno Stato firmatario partecipa con un versamento pro-quota ed una sottoscrizione di capitale. L’Italia, in piena crisi spread (governo Monti), vi partecipò con un versamento iniziale di 14,33 miliardi ed una sottoscrizione di capitale – cioè un’assunzione di rischio – per 125,39 miliardi. Il meccanismo oggi funziona così: il Paese che si trovi in difficoltà a collocare i propri titoli sul mercato primario, ovvero ciò comporti tassi di interessi troppo alti per via di una scarsa affidabilità finanziaria, può rivolgersi all’organismo che provvede a prestare denaro attraverso l’acquisto dei titoli sul mercato primario al posto dello Stato richiedente, ma con condizioni rigorose che “possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite” (art. 12). Tali condizioni sono negoziate col Paese richiedente e trovano forma in un cosiddetto “memorandum”, un accordo oggetto di trattativa politica. L’operato dell’organismo e il suo personale godono dell’immunità da ogni forma di procedimento giudiziario (art. 32), e ciò la dice lunga sulla democraticità del rapporto con lo Stato richiedente e sulle condizioni oggetto del “memorandum”. I titoli di stato acquistati dal MES non sono più regolati da giurisdizione nazionale, come accade per tutti gli Stati che ricorrono normalmente al finanziamento sui mercati, ma da giurisdizione lussemburghese, con pesanti ripercussioni in tema di sovranità economica.

Nel 2018 è iniziata una trattativa in sede europea per la modifica del Trattato, ma col governo giallo-verde l’Italia aveva messo il Presidente del Consiglio Conte nelle condizioni di non accettare alcuna modifica peggiorativa rispetto al Trattato iniziale (risoluzione parlamentare Molinari-D’Uva). Conte partecipò a due Consigli europei sul tema e, andando di fatto contro il parere del Parlamento, diede in sostanza il suo via libera alla riforma. Nel frattempo da noi c’è stato il ribaltone che ha portato a Palazzo Chigi il governo giallo-rosso retto dal Conte bis, dunque anche le condizioni politiche interne sono mutate, cosicché Conte ha potuto seguire anche formalmente la sua linea iniziale, sostenuto dal Pd, favorevole sin dall’inizio alle modifiche. Il M5s pare ora accettare queste modifiche del MES, anche se in contrasto con il proprio programma politico votato dagli iscritti che ne prevedeva l’abolizione, e senza passare da un nuovo voto sulla piattaforma Rousseau. Ci sono peraltro mal di pancia interni e si vedrà. Non ci interessa ora approfondire il punto.

Cosa prevede la bozza del nuovo Trattato?  La proposta della Commissione europea che mirava ad integrare il MES esistente tra i Trattati istitutivi della Ue non ha trovato il consenso necessario da parte degli Stati, alla fine – al Consiglio europeo del 13 giugno 2019 – si è ripiegato su un nuovo Trattato intergovernativo che modifica quello precedente. Due le novità rilevanti. La prima è l’introduzione del Single Resolution Fund (Srf), o Fondo Unico di Risoluzione, finanziato dal sistema bancario e che interverrebbe come garante “di ultima istanza” per evitare gli attacchi speculativi del passato (backstop). Tale nuovo meccanismo, che di per sé non sarebbe negativo, è subordinato alla seconda novità, cioè quella delle nuove condizionalità per l’accesso alla linea di credito per gli Stati richiedenti, la cui situazione finanziaria ed economica deve essere “robusta” nei fondamentali, quindi con debito pubblico “sostenibile”. Viene a questo punto da chiedersi a cosa serve ricorrere al MES se il debito pubblico è sostenibile, cioè se i fondamentali di bilancio sono buoni per un normale ricorso ai mercati.

Tra queste nuove condizionalità di accesso c’è una sorta di “pilota automatico” rappresentato da rigide e aprioristiche condizioni per l’accesso: non aver superato, nei due anni precedenti la richiesta, il 3% del rapporto deficit/Pil; un saldo strutturale pari o superiore ad un parametro specifico per ciascun Paese e un rapporto debito pubblico/Pil inferiore al 60%, ovvero, nel caso di un rapporto più alto, una riduzione nei due anni precedenti alla richiesta al ritmo di una media di un ventesimo l’anno. In pratica si tratta di una cura da cavallo non più a posteri ma addirittura a priori. Dopo di che il famigerato “memorandum” viene sostituito da una semplice lettera di intenti che assicuri il rispetto del patto di stabilità, di fatto un accordo politico inutile vista la “cura” iniziale.

La pandemia pareva averci consegnato in eredità una UE diversa, o quantomeno così s’era presentata con la momentanea sospensione del Patto di Stabilità. Si poteva iniziare a pensare ad una nuova politica monetaria in grado di aiutare veramente i Paesi dell’Unione in difficoltà introducendo alcune modifiche ai trattati europei, e invece si è deciso di modificare un trattato intergovernativo, continuando sulla vecchia strada. Con la modifica del MES torna l’Unione matrigna, quella che strozza gli Stati non più dopo aver prestato i soldi ma addirittura prima di prestarli.

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero del 3 dicembre 2020

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Consigli letterari:

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, “DEMOCRAZIA IN QUARANTENA. Come un virus ha travolto il Paese“, Historica edizioni, aprile 2020.

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