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La raffineria di Dos Bocas entra a regime: il Messico taglia le importazioni e mette sotto pressione i raffinatori USA
La raffineria di Dos Bocas entra a pieno regime e il Messico taglia le importazioni dagli USA ai minimi da 16 anni. Un duro colpo per i raffinatori americani che perdono greggio pesante e quote di mercato. Trump ha bisogno ora di greggio pesante, come il Venezuelano

La nuova raffineria messicana di Dos Bocas (Olmeca) sta finalmente accelerando i ritmi produttivi, aumentando drasticamente la produzione interna di carburante. Di conseguenza, le esportazioni di carburante dagli Stati Uniti verso il Messico sono crollate al livello più basso degli ultimi 16 anni.
Questo cambiamento rappresenta una pessima notizia per i raffinatori statunitensi, che si trovano a fronteggiare una “tempesta perfetta”: stanno perdendo contemporaneamente le forniture di greggio pesante messicano e i volumi di esportazione dei prodotti raffinati verso il loro vicino meridionale.
Un progetto costoso, ma strategico
Per anni, il Messico è stato uno dei principali acquirenti di carburante dagli Stati Uniti, paradossalmente esportando petrolio greggio per poi ricomprare benzina raffinata. Per interrompere questo ciclo, il governo ha costruito una nuova raffineria costata circa 20 miliardi di dollari, concepita per aumentare l’indipendenza energetica del Paese. Sembra che l’obiettivo stia finalmente per essere raggiunto: le importazioni sono in calo.
La raffineria Olmeca, nota anche come Dos Bocas, è stata il fulcro della precedente amministrazione guidata da Andres Manuel Lopez Obrador (AMLO), con l’intento di restituire centralità alla compagnia statale Pemex nel sistema energetico messicano. Sebbene il progetto sia stato annunciato come completato nel 2022 — la prima raffineria costruita in Messico in 40 anni — ha richiesto molto più tempo e denaro rispetto al budget iniziale di 8 miliardi di dollari.
Tuttavia, dopo le lungaggini e i costi lievitati, la produzione commerciale è iniziata l’anno scorso e sta ora raggiungendo la piena capacità.
I numeri della svolta energetica
Secondo quanto riportato da Bloomberg questa settimana, le esportazioni di carburante USA verso il Messico sono scese ai minimi dal 2009. Non è solo merito di Dos Bocas, ma di una generale ripresa dell’efficienza di Pemex.
Ecco alcuni dati rilevanti che spiegano la situazione:
- Capacità nominale: Dos Bocas è progettata per processare 340.000 barili al giorno.
- Tasso di utilizzo: A dicembre, la raffineria operava al 77,5% della capacità installata, una netta risalita rispetto ai meno di 50.000 barili giornalieri registrati ad agosto.
- Sistema Pemex: I tassi di lavorazione complessivi di tutte le raffinerie gestite dalla compagnia hanno raggiunto i livelli più alti dal 2015.
Il problema per gli Stati Uniti: niente greggio e meno clienti
Questa dinamica, perfettamente in linea con i piani di sovranità energetica messicana, crea un doppio problema per l’industria statunitense. I raffinatori del Golfo del Messico, infatti, sono strutturati per lavorare il greggio pesante (come il Maya messicano o il venezuelano) e hanno sempre contato sul Messico come mercato di sbocco per i prodotti finiti.
La situazione attuale vede un’inversione di tendenza:
- Crollo dell’export di greggio: Le esportazioni di petrolio greggio del Messico sono scivolate da 1,1 milioni di barili al giorno nel 2020 a soli 503.000 barili nel dicembre scorso.
- Il caso “Maya”: Le spedizioni del grado di punta di Pemex, il Maya, sono crollate dell’86% rispetto al 2020. Questo perché il petrolio, ora, viene lavorato localmente e perché la produzione comunque è in calo.
- Carenza di materia prima: Come sottolineato dall’analista energetico John Padilla a Bloomberg, “I raffinatori statunitensi hanno bisogno di greggio pesante e gli Stati Uniti stanno rapidamente perdendo il petrolio messicano e canadese”. Questo speiga il rinnovao interesse di Trump per il Venezuela, che produce lo stesso tipo di petrolio.
Il Messico sta quindi internalizzando la lavorazione del petrolio, riducendo sia l’export di materia prima che l’import di prodotti finiti. Sebbene i tassi medi di lavorazione delle sette raffinerie messicane siano ancora lontani dal massimo teorico (1,14 milioni di barili effettivi contro un potenziale di quasi 2 milioni), il miglioramento rispetto al passato, dove l’utilizzo era spesso sotto il 50%, è evidente.
Per gli Stati Uniti, le alternative scarseggiano: il petrolio venezuelano non è ancora sufficiente a colmare il vuoto e il Canada sembra sempre più intenzionato a diversificare le proprie esportazioni verso l’Asia, sganciandosi parzialmente dal vicino meridionale. Ecco spiegato perché trump sta spingendo le società petrolifere USA e di mezzo mondo a investire in Venezuela: le sue raffinerie hanno bisogno di questo greggio.








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