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LA LOTTA DI CLASSE IN FRANCIA di Nino Galloni.

 

La buona notizia per i Marxiani è che la lotta di classe è riapparsa in Europa (sebbene il fantasma del Comunismo non vi si aggiri più, almeno apparentemente): la Plebe si è rivoltata a Macron ed ha propugnato i propri interessi in contrapposizione all’éstablishment rappresentato da Macròn e dal suo Governo. Il conflitto di interessi è dappertutto, ma, si diceva, mancano consapevolezza di classe (perché le vecchie classi non esistono più) e, soprattutto, un partito “classista”.

In Italia ho sempre sostenuto due cose:

1) le piccole e piccolissime imprese hanno abbandonato il capitalismo da tempo, rinunciando al profitto o alla valorizzazione finanziaria per, invece, controllare risorse reali e darsi un ruolo ed una funzione nella Società; ma non hanno trovato mai un partito di riferimento un po’ per carenze della nostra politica, un po’ per i limiti della crescita della loro coscienza (della grande maggioranza dei piccoli imprenditori).

2) La classe media (che comprende anche gli eredi dell’antico proletariato che aveva scambiato – dopo gli anni ’60 – la spinta rivoluzionaria col consumismo), può dividersi in due componenti o classi: quelli che possono scaricare le tasse ed i maggiori oneri su clienti e pubblico, quelli che hanno visto un continuo peggioramento delle proprie condizioni di vita per la ragione opposta a fronte di un’inflazione nascosta, dovuta all’aumento vertiginoso di imposte, assicurazioni, obblighi condominiali, costi di mantenimento delle automobili, ecc. ecc. Anche qui le forze politiche prevalenti non hanno fatto chiarezza, a parte i proclami e la denuncia di situazioni a dir poco scandalose.

La soluzione proposta dai più avveduti critici del sistema è la seguente: poiché il mondo è dominato da poche famiglie o gruppi e, comunque, il 99% della gente ha interessi opposti all’1% di ricchissimi, cosa manca ad una rivolta del 99% (ma forse del 99,9%) contro lo 0,1?

E qui, purtroppo viene la brutta notizia per i Marxiani: le classi e la lotta di classe esistono, ma il contrasto di interessi è più forte all’interno di ciascuna classe rispetto a quanto ci sarebbe da aspettarsi fra le classi (per avventura pur contrapposte). Ne deriva che l’unica formula rivoluzionaria sarebbe quella interclassista; ma il termine interclassista era usato a proposito della Democrazia Cristiana – ad esempio – per indicare come evitare un esito radicalizzato e rivoluzionario.

Un bel pasticcio. Ecco perché rivolte come quella dei Gilet Gialli (al pari dei nostri Forconi) rischiano di non avere un seguito: la spaccatura interna a ciascun ceto fa sì che, in mancanza di una rappresentanza (guida) ben organizzata si determini un conflitto insanabile tra l’ala moderata e quella estremista che viene infiltrata da elementi di cui sarebbe meglio fare a meno; se, invece, la guida fosse adeguata, essa sarebbe coerente con i partiti tradizionali e, quindi, destinata ad abbandonare la prospettiva rivoluzionaria.

Può darsi che il percorso del cambiamento storico – ormai evidentemente necessario – non passi per le rivolte di strada (e, forse, nemmeno per elezioni democratiche); ma per un mutamento di forme e di formule dell’economia e dei rapporti umani che, pian piano all’inizio e, poi, in modo più dirompente, impongano modelli di comportamento diversi rispetto a quelli cui siamo stati abituati nei trascorsi decenni.

NINO GALLONI


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