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La guerra del ghiaccio: Danimarca abbatterebbe subito i caccia USA con i missili. Un’ipotesi risibile per una situazione ridicola
Copenaghen rispolvera una regola del ’52 contro l’invasione, ma l’isola è indifendibile. Tra missili fantasma, basi USA già presenti e un’Europa ferma al 1800, l’analisi tecnica svela un bluff esilarante.

Se la storia è tragedia la prima volta e farsa la seconda, siamo decisamente nella fase della farsa. O forse, in un episodio inedito di Risiko giocato nel congelatore. Prepariamoci ad aggiornare i libri di storia, capitolo “Guerre Esilaranti”, subito dopo la Guerra del Maiale del 1859 (un suino ucciso scatenò una crisi tra UK e USA) e la Guerra dell’Aragosta tra Francia e Brasile. Oggi sul piatto c’è la Groenlandia, un blocco di ghiaccio grande sette volte l’Italia, abitato da meno persone di quante ne entriano allo Stadio San Siro, che la Danimarca ha giurato di difendere “sparando per prima” contro gli invasori a Stelle e Strisce.
L’ordine del 1952: “Sparare senza chiedere”
Mentre la Casa Bianca, in un mix di strategia imperiale e real estate aggressivo, valuta l’opzione militare per annettere l’isola, Copenaghen ha rispolverato un vecchio manuale. Il Ministero della Difesa danese ha confermato che vige ancora una regola della Guerra Fredda datata 1952: in caso di invasione, le truppe devono “ingaggiare immediatamente il combattimento” senza attendere ordini superiori.
In pratica, se un marine americano mettesse piede a Nuuk con intenzioni ostili, la guarnigione locale (parliamo di numeri irrisori, ma lo spirito vichingo non si discute) aprirebbe il fuoco. Niente telefonate al Ministro, niente riunioni d’emergenza: si spara. Non si capisce perché, in un territorio 7 volte l’Italia, con già una base americana attiva,, i marines dovrebbero sbarcare a Nuuk, e non occupare, altre aree disabitate.
Il paradosso NATO: Tutti contro uno (che è il capo)
La situazione è surreale perché vede scontrarsi membri della stessa alleanza:
- Gli USA: Donald Trump, supportato dal vice JD Vance, vede la Groenlandia come un “ancoraggio fondamentale per la sicurezza mondiale” (e probabilmente un ottimo posto per piazzare altri radar o per sfruttare risorse minararie ed energetiche).
- L’Europa: Si sta compattando a testuggine. Francia, Germania e Polonia stanno coordinando una risposta; la Finlandia vuole portare la questione al Consiglio Nord Atlantico. Si parla di inviare un presidio militare composto da diversi stati, soprattutto nordici, mentre il Regno Unito potrebbe mandarle per rendere l’isola più sicura per la NATO in generale.
- L’opinione pubblica USA: È la nota dolente per Trump. Secondo YouGov, solo l’8% degli americani supporta un intervento militare e appena il 28% comprerebbe l’isola. Insomma, nemmeno agli americani interessa morire per Nuuk. Però, come insegna il Venezuela, una vittoria militare cambia l’orientamento popolare molto facilmente.
Analisi tecnica: Mission Impossible nel ghiaccio
Ma veniamo alla “ciccia” tecnica, quella che piace a noi. La Danimarca ha minacciato di abbattere gli aerei americani usando sistemi NASAMS o IRIS-T SLM.
Facciamo due conti in tasca alla difesa danese, con la calcolatrice della serva che tanto ci piace: La Groenlandia ha una linea costiera, fiordi inclusi, di circa 44.000 km.
- Un sistema NASAMS 3 con missili AMRAAM-ER ha una gittata (raggio) di circa 50 km. Copre quindi un diametro di 100 km.
- Un sistema IRIS-T SLM ha un raggio efficace di 40 km. Copre un diametro di 80 km.
Per coprire linearmente tutta la costa della Groenlandia (senza sovrapposizioni tattiche, in pura teoria geometrica) servirebbero:
- Circa 440 batterie NASAMS.
- Oppure circa 550 batterie IRIS-T SLM.
Considerando che una singola batteria costa svariate decine di milioni di dollari e che non esistono nemmeno così tanti sistemi in tutta Europa, la minaccia di “coprire” la Groenlandia per abbattere gli aerei degli invasori, così come promesso dai danesi, sarà affascinante, ma logisticamente fantascientifica. Non ci sono notizie che vi sia una singola batteria danese di IRIS-T e NASAMS in tutta l’isola. Probabilmente l’abbattimento sarebbe a insulti o con il lancio di aringhe salate.
Sarebbe l’ora di essere seri
Siamo di fronte a un paradosso: una spesa enorme (potenziale) per un asset che nessuno vuole davvero invadere manu militari, tranne forse nei sogni di qualche stratega di Washington. L’Europa si indigna, la Danimarca mostra i muscoli (pochi), e gli USA valutano l’acquisto come fosse un attico a Manhattan. Alcuni paesi europei sembrano tornati al 1800, con cannoniere pronte a partire e farsi ciorcondare dai ghiacci.
Tutti sembrano dimenticarsi che gli USA hanno già una base militare, quella di Pituffik, ex Thule, proprio in Groenlandia, dove negli anni cinquanta vi era anche la grande base di Century Camp, che avrebbe dovuto essere il prototipo per una serie di basi nucleari, mai realizzate, che andavano benissimo alla Groenlandia.
L’isola è talmente grande e disabitata che, per quello che ne sanno i danesi, gli USA potrebbero tenerci una brigata senza farla vedere. Ovviamente non c’è, perché costa.
Speriamo che, come nella Guerra del Maiale, l’unica vittima alla fine sia il buon senso. La storia ha già visto in passato soluzioni esotiche per problemi di sovranità: ad esempio il “Condominio anglo egiziano” per il Sudan. Ci vuole meno retorica e più buona volontà, anche di far uscire la Groenlandia dalla sua attuale situazione di semi-colonia.
Domande e risposte
È tecnicamente possibile per la Danimarca “blindare” la Groenlandia? Assolutamente no, è pura fantascienza logistica. Come evidenziato nell’analisi, la Groenlandia ha 44.000 km di coste. Per coprirle servirebbero tra le 440 e le 550 batterie di missili (NASAMS o IRIS-T), un numero che supera le disponibilità dell’intera Europa, per un costo insostenibile. Al momento non risulta nemmeno la presenza di una singola batteria sull’isola. La minaccia di abbattere aerei americani è quindi un bluff: senza una copertura radar e missilistica capillare, la difesa si riduce a zero.
Perché l’ipotesi di un’invasione USA a Nuuk è paradossale? Il paradosso sta nel fatto che gli Stati Uniti sono già presenti militarmente sull’isola con la base spaziale di Pituffik (ex Thule), un asset strategico fondamentale. La Groenlandia è un territorio talmente vasto (sette volte l’Italia) e disabitato che gli USA potrebbero tecnicamente occupare aree desertiche o stanziare una brigata senza che nessuno a Nuuk se ne accorga o possa farci nulla. Non c’è alcun bisogno tattico di sbarcare nella capitale per “conquistare” l’isola, rendendo la retorica della “difesa eroica” piuttosto anacronistica.
Esistono soluzioni alternative allo scontro armato tra alleati NATO? La storia offre vie d’uscita diplomatiche più intelligenti delle cannoniere ottocentesche evocate da certa politica europea. Il testo cita il “Condominio anglo-egiziano” per il Sudan come esempio di sovranità condivisa. Una soluzione pragmatica potrebbe essere rivedere lo status di semi-colonia della Groenlandia, garantendo agli USA la sicurezza strategica e l’accesso alle risorse che cercano, senza dover ricorrere ad annessioni forzate o a conflitti fratricidi all’interno dell’Alleanza Atlantica.








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