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La Grecia è la coscienza sporca della UE

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Non si parla che della Grecia.

L’Europa intera è appesa al filo delle trattative di Tsipras e Varoufakis con il Bruxelles Group, come ora si chiama pudicamente la Troika (forse era imbarazzante quella K che ricorda parole come Kapo, Kaiser…), il balletto di proposte e controproposte, concessioni e rifiuti tiene con il fiato sospeso milioni di europei ed occupa stabilmente giornali e TV. Niente male per un Paese il cui PIL è all’incirca il 2% di quello dell’UE…

E proprio questo è il punto, la base per considerare tutto quello che è accaduto in passato e sta accadendo: perché uno Stato economicamente irrilevante è così importante per l’intera Europa? E poi come ha fatto a mettersi in queste condizioni critiche?

Ieri Giavazzi, dalle colonne del Corriere, ha detto una cosa del tipo: basta con questa Grecia, piantiamola di preoccuparci per lei, se non vogliono diventare un Paese moderno, se non vogliono fare le riforme, che escano pure dall’euro e rimangano con la loro economia arretrata, l’Europa non crollerà.

Se non vogliono fare le riforme…

Questo ritornello delle mancate riforme è anche quello di Schauble, di Obama, di Moscovici, di Renzi e di Gozi (solo per citarne alcuni, più o meno rilevanti…): i greci se vogliono aiuti, assistenza, comprensione devono fare le riforme. Ecco, ogni qualvolta che sentite questo ritornello ricordatevi questo:

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OECD Path for Growth 2015

il grafico vi dice chiaramente che il Paese che ha fatto più riforme nel periodo 2007-2014 è proprio la Grecia, la quale ha seguito quasi pedissequamente tutte le ricette dei memorandum (rectius memoranda) che la Troika le ha consegnato, tutte le riforme strutturali che le sono state imposte per poter ottenere i finanziamenti dalla BCE e dal FMI. Se non vi ricordate quali e quante fossero vi riposto il contenuto di un mio precedente articolo su Scenari Economici:

Gli interventi da attuarsi immediatamente e mettere in cantiere a maggio 2010 erano:

– Aumento delle aliquote dell’IVA.
– Aumento delle accise su carburante, tabacco ed alcolici.
– Riduzione dei salari pubblici con la riduzione delle gratifiche pasquali, estive e natalizie e delle indennità degli impiegati.
– Eliminazione delle gratifiche pasquali, estive e natalizie per i pensionati, con salvezza di quelli che guadagnano fino a 1900 euro l’anno.
– Cancellazione del fondo per le emergenze .
– Riduzione delle pensioni più elevate.
– Abolizione della maggior parte dei fondi di solidarietà sociale (eccetto una parte del fondo per i poveri).
-_Riduzione degli investimenti pubblici per € 500 mln..
– Approvazione di una legge per l’aumento delle aliquote progressive per tutti i tipi di reddito e per l’introduzione di un’aliquota fissa sui redditi generati da lavoro e patrimoni.
– Approvazione di una legge che elimini ogni esenzione ed inserisca la previsione di una tassazione autonoma (retroattiva a gennaio 2010) per le indennità riconosciute ai lavoratori pubblici.
– Approvazione di una legge che preveda statistiche mensili del bilancio dello Stato.
– Creazione all’interno della Banca di Grecia di un autonomo Fondo per la Stabilità Finanziaria a garanzia di potenziali insolvenze ed a supporto del sistema bancario greco.
– Revisione della legge sul fallimento, secondo le indicazioni della BCE.
– Riforma delle Pubbliche Amministrazioni locali, finalizzata a ridurre i costi di funzionamento ed i salari dei dipendenti.
– Revisione da attuarsi con il confronto con le parti sociali per rivedere il peso dei salari privati e gli accordi contrattuali.

Da attuarsi e programmarsi alla fine del 2010 erano:

– Introduzione del blocco dei turnover al 80%.
– Riduzione dei consumi intermedi della Pubblica Amministrazione per almeno € 300 mln..
– Riforma della PA con l’obiettivo di ridurre i costi nel periodo 2011-2013 di € 1.500 mln. di cui almeno € 500 mln. entro il 2011.
– Congelamento dell’indicizzazione delle pensioni.
– Riduzione degli investimenti finanziati internamente di almeno € 1.000 mln., dando priorità agli investimenti finanziati da fondi EU.
– Introduzione di una “tassa di crisi” temporanea sulle imprese ad alto profitto.
– Incentivazione a sanare abusi edilizi per ottenere almeno € 1.500 mln. nel periodo 2011-2013, con almeno € 500 mln. nel 2011
– Aggravamento della tassazione presuntiva degli autonomi
– Aumento della base imponibile IVA e riconduzione all’aliquota normale di almenno il 30% dei beni che godono aliquota ridotta.
– Introduzione di una “tassa verde” sulle emissioni di CO2.
– Espansione della tassa sugli immobili con la revisione delle aliquote catastali.
– Aumento delle tasse sulle licenze, comprese quelle per i taxi.
– Introduzione di una tassa speciale sull’occupazione abusiva del suolo.
– Aumento delle tasse sui beni di lusso.

Da attuarsi e programmare per il futuro a luglio 2011 erano:

– Riduzione degli impiegati pubblici con l’obiettivo di licenziarne 150.000 o almeno il 20% del totale impiegato entro il 2015.
– Chiusura di Enti e Agenzie statali non essenziali.
– Riduzione dei compensi ai pubblici impiegati, in linea con quanto avvenuto nel settore privato.
– Razionalizzazione e rimodulazione dei servizi sociali, incluso tetto alle pensioni e revisione delle indennità di disoccupazione.
– Riforma delle pensioni.
– Riduzione del numero dei lavoratori con lavori usuranti.
– Revisione del criterio di inabilità per le pensioni dei disabili.
– Taglio del 10% dei bonus forfettari nelle pensioni per i dipendenti pubblici.
– Riforma della sanità con l’introduzione di ulteriori controlli sulla spesa farmaceutica ed ospedaliera
– Eliminazione di esenzioni e regimi speciali di tassazione.
– Inasprimento delle norme tributarie per la riscossione.
– Piano di azione anti evasione fiscale.

Di tutte queste riforme la Grecia ne ha già attuate più di quante ne ha fatte la Spagna (a cui ne sono state chieste molte meno), portata ad esempio di virtù dai nostri distratti (?) commentatori. Il risultato è stato ovviamente catastrofico: riforme pro-cicliche come quelle richieste hanno impoverito i greci riducendo il loro reddito lordo del 40% rispetto al 2008, gli stipendi dei lavoratori sono scesi dal secondo trimestre 2009 del 34% e nello stesso periodo lo Stato ha ridotto il welfare del 26%, secondo il servizio statistico Elstat. Il PIL è quindi crollato del 25% e 1/3 della popolazione non ha più accesso alla sanità che è stata privatizzata. La disoccupazione ad aprile 2015 è al 27,5%, quella giovanile è al 57% e quella di lungo termine è al 72%.

Tutto questo sterminio è servito comunque a risolvere il problema del debito pubblico del Paese ellenico? Ovviamente no:

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grazie al crollo dei redditi, dei consumi e quindi del PIL, il rapporto D/PIL ha continuato a salire ed attualmente viaggia stabilmente intorno al 170%.

Tornando quindi ai nostri interrogativi, come ha fatto la Grecia a trovarsi in questa situazione? E perché comunque non lo lasciano andare, ma anzi chiedono ulteriori sacrifici e tagli, che ovviamente Tsipras ha già detto essere inaccettabili (offrendone peraltro altri)?

Per capirlo dobbiamo tornare al 2008: quando scoppiò la crisi dei subprime il debito greco era intorno ai 229 miliardi di euro. La Germania per salvare la sola Hypo Real Estate, una banca specializzata in mutui, stanziò fondi per 107 miliardi (e quando questa crollò il costo fu di 142 miliardi) e per garantire i conti correnti ed i libretti dei risparmiatori tedeschi fu creato un fondo di 568 miliardi, più di due volte l’intero debito greco. Eppure alla riunione del 9 maggio 2010, quando il FMI dette il via libera al bailout per la Grecia, la Commissione europea e la BCE si opposero ad un haircut del debito greco, anche contro il parere di 40 delegati, tutti di Stati non europei, che rappresentavano il 40% del board (come i documenti pubblicati dal WSJ dimostrano) i quali temevano giustamente l’ampiezza del piano di finanziamento in rapporto al PIL ellenico e la conseguente insostenibilità del debito per la Grecia. Questo piano, come volle mettere a verbale il rappresentante brasiliano, era “ad altissimo rischio, concepito solo per salvare i creditori, nella gran parte banche del vecchio continente, e non la Grecia” mentre il taglio del debito avrebbe provocato perdite non così ingenti per le banche esposte (circa 60 mld quelle francesi, le più esposte, poco più di 30 mld quelle tedesche, 10 mld quelle inglesi, fra le principali), eppure i due organismi europei si opposero strenuamente. La giustificazione fu che non potevano essere imposte perdite ai creditori, ma la vera ragione era un’altra: la vera ragione era che al bailout erano collegati i memoranda visti prima.

Questo era il vero scopo per cui era preferibile tenere a galla la Grecia a costo di debiti insostenibili piuttosto che ragionevolmente lasciarla fare default e tagliarle il debito subito: riuscire a costringere il Paese a fare le riforme. Come ammise candidamente Monti dopo, quando definì la Grecia “il più grande successo dell’euro”, il vero successo era che esso aveva costretto il Paese ellenico a fare quel processo di riduzione del perimetro pubblico, quei tagli ai diritti ed ai redditi dei lavoratori, quelle privatizzazioni che mai, spontaneamente, i greci avrebbero fatto e che i politici, senza il cappio dell’euro e degli “aiuti” europei non sarebbero mai stati in grado di imporre ai loro governati. La Grecia era il perfetto laboratorio per sperimentare l’efficacia dell’euro come regolatore politico ed economico.

Questo è infatti il vero scopo di tutta la costruzione dell’Eurozona, costruire un sistema che costringa all’austerità e quindi alle politiche di tagli, riduzioni e privatizzazioni e che “tenga in riga” i lavoratori, attraverso la disoccupazione e la deflazione salariale e, naturalmente, perché funzioni non si deve permettere che alcuno si sottragga a questo destino e, se qualche Stato sembra ribellarsi o mettere in discussione la completa implementazione di politiche liberiste, allora bisogna colpirlo duramente per dare un esempio agli altri possibili ribelli. Ecco che allora trova la risposta al nostro secondo quesito: la Grecia, che, mandando a casa i socialisti del Pasok e con l’ascesa di Syriza, ha manifestato una certa ribellione all’Europa, deve essere messa all’angolo. Nessun haircut del debito, nessuna deviazione dai piani di riforma a lungo termine: togliendo l’ossigeno dei finanziamenti e con la spada pendente dei debiti da restituire deve essere costretta ad accettare un ennesimo piano di riforme, ancora più distruttivo e la privatizzazione pressoché totale del patrimonio statale. Deve essere sconfitta ed umiliata.

Fosse mai che, ad esempio, all’Italia venissero strane idee…

 

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