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La fallacia europeista della “Falsa analogia”: Unirsi per competere e vincere nell’arena globale

L’Italia del ventennio berlusconiano, anzi, per la precisione, l’Italia berlusconiana del ventennio in cui il cavaliere ha dominato da protagonista le scene della politica nazionale, è cresciuta e ha prosperato anche e soprattutto in forza di questa fallacia: la falsa analogia.

Abbiamo una falsa analogia quando due fenomeni, due soggetti, due aspetti diversi tra loro presentano qualche proprietà in comune. Questo qualcosa di comune, di analogo, si può anche indebitamente estendere, oltre i limiti del logico e del consentito. In tal modo, si stiracchia l’analogia per trarne delle conclusioni del tutto errate, o comunque indimostrate e quindi infondate.

Nel caso di Berlusconi e dell’epopea di Forza Italia, la falsa analogia riguardava lo Stato (inteso come persona giuridica incarnantesi nella Pubblica Amministrazione) e una qualsiasi società per azioni. Lo Stato, infatti, era equiparato a un’azienda dai sostenitori di Silvio. È un po’ la versione ante litteram dell’equivalenza complessa di cui parla la PNL e che abbiamo già trattato in precedenza (a proposito dell’equazione Stato=Famiglia). In effetti, sia un’azienda che uno Stato sovrano hanno un bilancio di fine anno e sono tenuti a redigere dei preventivi e dei consuntivi. Tuttavia, da tale proprietà comune non si può arguire che uno Stato è tout court assimilabile a un’azienda.

Il primo, infatti, è costituito da una comunità di cittadini radicata su un territorio ed esprimente, tramite libere elezioni (ove organizzata secondo criteri democratici) un governo dotato di poteri di imperio. Il suo fine ultimo non è quello di fare profitti, ma di provvedere alla sicurezza e al benessere dei suoi abitanti. L’azienda, o la S.p.A., invece, è un’impresa destinata alla produzione o al commercio di beni o di servizi con il preciso obiettivo di macinare utili. Ebbene, dalla falsa analogia tra Stato e azienda, i fan di Berlusconi (e moltissimi tra gli italiani che, anche con minor entusiasmo, gli diedero tuttavia fiducia) trassero la seguente conclusione: se Berlusconi ha fatto bene come imprenditore non potrà che riuscire anche come politico. Infatti, gestire uno Stato è come gestire un’azienda.

La falsa analogia in chiave europeista, invece, è sempre consistita nell’equiparare i rapporti geopolitici mondiali a una sorta di arena in cui si scontrano squadre bellicose, l’una contro l’altra armate, una specie di Champions League universale in cui i partecipanti non sono team calcistici, ma nazioni sovrane, o presunte tali.

Che cos’hanno in comune queste due situazioni (rapporti geopolitici e agonismo calcistico)? Qual è la proprietà condivisa da entrambe in grado di far scattare il meccanismo dell’analogia? Per esempio, il sia nel caso della Coppa dei Campioni sia nel caso delle relazioni politiche e commerciali internazionali si confrontano dei competitors. Nella prima ipotesi, avremo il Real Madrid, il Bayern Monaco, il Manchester United, la Juventus, eccetera. Nel secondo caso, avremo gli USA, la Cina, la Russia, l’Italia, la Francia, eccetera. Fin qui, l’analogia fila.

E allora, quand’è che essa diventa falsa e si trasforma in una trappola dialettica? Nell’istante in cui pretendiamo di sopravvalutare (gonfiandola oltre misura) questa analogia parziale tra due settori completamente diversi tra loro, come quello sportivo del calcio di altissimo livello e quello politico e commerciale internazionale.

Infatti, mentre il primo è concepito e tarato, per naturale vocazione agonistica, sulla reciproca e continua competizione tra partecipanti chiamati a sfidarsi in match “all’ultimo sangue” (con lo scopo di conquistare un ambitissimo trofeo), il secondo invece riguarda entità eminentemente “politiche” come gli Stati nazionali. Il cui fine ultimo non dovrebbe certo essere quello di gareggiare con gli altri Stati per vincere una “partita”, ma semmai di cooperare per garantire la pace e la giustizia nel mondo. Insomma, l’esatto contrario. E ciò, almeno, finché ragioniamo in una logica di democrazia pacifica e ispirata al rispetto imprescindibile dei diritti fondamentali dell’uomo. Cioè secondo la “filosofia” a cui, fino a prova contraria, fa riferimento la Costituzione della Repubblica italiana.

Dunque, l’analogia tra Stati e squadre di calcio è fallace. Eppure, costituisce la base di moltissimi ragionamenti filoeuropeisti. Essi muovono dal presupposto che la parzialissima analogia in questione giustifichi una estensione illimitata delle logiche, delle strategie, delle tecniche agonistiche alla sfera della politica internazionale.

Un esempio su tutti riguarda i potenziali vincitori di un torneo molto importante, diciamo pure la Champions League. All’inizio dell’annata calcistica, si contano sulle dita di una mano le compagini in grado di ambire al traguardo più prestigioso del nostro continente: la coppa dalle grandi orecchie. E perché ciò accade? Perché vincono i più forti, quelli con più risorse, i club più ricchi di storia, di tradizione e soprattutto di denaro, in grado di attirare le mire degli emiri o di qualche fondo straniero dalle capacità di fuoco (finanziarie) illimitate o di qualche multinazionale o di una catena cinese del business, eccetera.

Provate a pensare quante volte vi sarete sentiti propinare il concetto che l’Unione europea è indispensabile, se non altro e soprattutto, perché altrimenti finiremmo schiacciati dalla competizione globale. Oppure che l’Italia è destinata a soccombere se non si adegua alle mutate condizioni geopolitiche e alle dinamiche del commercio transnazionale. O, ancora, che è indispensabile un forte polo europeo, coeso e unito, per far fronte alle “sfide” emergenti dei nuovi giganti come Cina, India, Brasile, Russia. O l’Europa si unisce o verrà fagocitata, comprata, invasa e chi più ne ha più ne metta. Ovviamente, questa fallacia si presta a essere impiegata in combinato disposto con altre fallacie che esamineremo più avanti come la fallacia ad metum.

Tuttavia, essa funziona benissimo anche da sola. Ha una potenza evocativa primordiale. L’uomo è un animale per natura bellicoso – insegnava il filosofo Thomas Hobbes – e la storia dell’umanità non sembra fornire molti esempi in grado di contraddire questa verità auto-evidente: homo homini lupus, cioè l’uomo è lupo per il suo simile. Inoltre, questa fallacia sollecita moltissimo anche l’istinto basico alla competizione e alla supremazia insito in tutti gli sportivi del mondo, praticanti o semplici spettatori. Si gareggia sempre per vincere, a dispetto dello slogan autoconsolatorio di De Coubertin secondo cui l’importante è vincere e non partecipare.

Per tutti questi motivi, la fallacia della falsa analogia agonistica fa presa in modo così diretto ed efficace. Talmente diretto e talmente efficace da convincere, come abbiamo già detto, sia il colto sia l’ignorante.

I tempi sono cambiati, signori miei, ci dicono: nell’economia mondiale del XXI secolo o ci si adegua o si viene sopraffatti. Quindi, meglio che i popoli e le nazioni europee si unifichino – ma che dico, si cementino! – al più presto onde evitare di essere triturati dai cinesi, dagli indiani, dagli americani e via discorrendo.

Ora che abbiamo chiarito in cosa consiste questo sofisma, sarà opportuno riflettere sulle possibili controindicazioni allo stesso, sugli antidoti logici e dialettici in grado di depotenziarne la portata. Direi che sono sostanzialmente tre:

  1. quello più semplice lo abbiamo già esplicitato: la falsa analogia è una fallacia proprio perché è falsa, perché l’analogia tra squadre sportive e nazioni libere e democratiche è basata su pochissime proprietà comuni e non consente ulteriori, e indebite, estensioni.
  2. La fallacia è smentita dalla storia e dalla cronaca. Anche nell’economia contemporanea e nel mondo globalizzato ci sono innumerevoli esempi di Paesi che vivono, anzi prosperano addirittura, senza essere inseriti all’interno di qualche colossale entità statuale o sovrastatuale con le dimensioni di un impero. Pensate agli Stati, pur di dimensioni ragguardevoli, estranei all’Unione europea (insomma, non stiamo parlando di realtà micro come San Marino, Liechtenstein, Monaco, Città del Vaticano o Andorra): oltre al Regno Unito, ufficialmente uscito dall’UE, la Norvegia, la Svizzera, l’Islanda, la Turchia, la Serbia e il Montenegro. Ma non basta: non hanno l’euro un bel po’ di Paesi aderenti all’Unione europea: la Croazia, l’Ungheria, la Polonia, la Romania, la Repubblica Ceca, la Bulgaria, la Svezia, la Danimarca.
  3. Infine, l’ultimo punto, il più importante: la falsa analogia è anche atrocemente contraddittoria rispetto ai presunti “valori” fondanti sbandierati ai quattro venti e propagandati a piene mani dai filo-europeisti a oltranza. Tale fallacia presuppone, infatti, che il mondo sia un campo di battaglia dove l’unico rapporto concepibile tra i popoli sia quello di una spietata competizione. Mors tua vita mea, dicevano gli antichi. L’esatto contrario dei principii di pace, cooperazione e democrazia cui si ispirerebbe, secondo i suoi paladini, la UE.

Questa fallacia talora viene declinata in modo leggermente diverso: siccome il mercato domina incontrastato a livello planetario e quindi porta inevitabilmente a fusioni di “realtà” economico- aziendal-finanziarie sempre più forti, allora – per analogia – anche gli Stati devono unirsi e federarsi in realtà sovra-nazionali se vogliono competere.

Ma anche in tal caso, il sofisma è “guasto” fin da principio: uno Stato non è un’azienda e, in quanto tale, proprio perché sovrano indiscusso sul proprio territorio, può imporre leggi a chiunque vi transiti, multinazionali comprese. Fino al punto da nazionalizzare, se serve, interi comparti dei settori industriali ed energetici del Paese. Nel caso dell’Italia, abbiamo addirittura uno straordinario articolo della Costituzione, il 43, totalmente inevaso a oggi, cioè mai realizzato, ma ancora vigente, che recita così:

«A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale».

Eppure, la falsa analogia è usata spesso e volentieri dagli europeisti tutti d’un pezzo. Prendiamo una recente intervista concessa da Massimo D’Alema a «Il Foglio» dove l’indimenticabile “Baffino” dice testualmente:

«In un mondo dominato dal confronto tra Stati Uniti e Cina, i singoli Paesi europei sono destinati a non avere alcun peso, perciò la risposta alla domanda di sovranità cui accennavo all’inizio, non può essere un ritorno ai nazionalismi ma è invece l’affermazione di un sovranismo europeo».

Quando Napoleone occupò mezza Europa – a vale lo stesso per qualsiasi altro conquistatore precedente e successivo – adoperava la stessa fallace giustificazione con chi si ostinava a non comprendere le sue ottime “ragioni”: bisognava sostituire il sovranismo degli Stati sottomessi con un nuovo sovranismo allargato (per la precisione, nel caso del generale còrso: un sovranismo “francese”).

Un altro insuperabile esempio di questo sofisma è il seguente incipit di un articolo pubblicato su «Micromega» da William Mitchel e Thomas Fazi il 13 novembre 2017 con il quale gli autori hanno ironicamente “fatto il verso” a un certo modo “corrotto” di ragionare tipico dei fanatici europeisti e soprattutto, e paradossalmente, delle moderne sinistre continentali:

«Diciamo le cose come stanno: nell’odierna economia internazionale, sempre più complessa e interdipendente, la sovranità nazionale è diventata irrilevante. La crescente globalizzazione economica ha reso i singoli Stati sempre più impotenti nei confronti delle forze del mercato. L’internazionalizzazione della finanza e il crescente potere delle multinazionali hanno eroso la capacità dei singoli Stati di perseguire autonomamente politiche sociali ed economiche – in particolare di carattere progressista-redistributivo – e di assicurare la prosperità ai propri popoli. Pertanto, l’unica speranza di conseguire qualsiasi cambiamento significativo è che i paesi “mettano insieme” la loro sovranità e la trasferiscano a istituzioni sovranazionali (come l’Unione europea) che siano abbastanza grandi e potenti da far sentire la loro voce, riconquistando così a livello sovranazionale la sovranità persa a livello nazionale. In altre parole, per preservare la loro sovranità “reale”, gli Stati devono limitare la loro sovranità formale».

In realtà, gli Stati non hanno affatto bisogno di mettersi insieme così da essere «abbastanza grandi e potenti da far sentire la loro voce, riconquistando così a livello sovranazionale la sovranità persa a livello nazionale».

E ciò per il semplice fatto che la sovranità statale o è dello Stato o non è. Ma anche qui la falsa analogia impera e il suo svolgimento, in parole povere, è il seguente: siccome il nome di un’azienda, anche celebre, mettiamo pure la “Alfa Romeo”, continua a esistere anche se l’Alfa Romeo è stata mangiata dalla Fiat e poi magari dalla FCA (semplicemente, il suo management viene trasferito a un livello più alto della gerarchia aziendale), allora anche l’Italia continua a esistere anche se viene “mangiata” dagli Stati Uniti d’Europa; semplicemente, la sovranità italiana si esercita negli Stati Uniti d’Europa.

Senonché, in questo caso, avremmo non già una sovranità dello Stato italiano, ma una sovranità sullo Stato italiano da parte di una entità terza.

La sovranità non è come il marchio di una fabbrica di automobili, trasferibile da un capitalista all’altro senza rischi di scoloritura. È, piuttosto, la quintessenza della identità di una comunità civica di cittadini che si riconoscono in un patrimonio simbolico, tradizionale, linguistico, valoriale.

Uno Stato è uno Stato e, nel proprio territorio, fa e decide ciò che vuole e ciò che crede. La Svizzera e la Norvegia stanno lì a dimostrarlo, ma non sarebbe neppure necessario scomodare tali esempi se non ci fosse la falsa analogia in oggetto a inquinare il nostro corretto modo di ragionare.

Quindi, non è affatto vero che la globalizzazione ha reso i singoli Stati impotenti verso le forze del capitale. Semmai, la globalizzazione rende impotente chi abdica alla propria sovranità sul capitale e sull’economia. E ciò è ancor più vero laddove la realtà sovranazionale (la quale de-sovranizza, cioè prosciuga l’autonoma indipendenza di una Nazione) è qualcosa di analogo alla UE. Cioè una organizzazione nata non per difendere gli Stati sovrani, ma piuttosto per renderli impotenti di fronte al libero dispiegarsi delle forze del capitale trans-nazionale.

Da tale pseudo-analogia dobbiamo liberarci se non vogliamo cadere vittime di una “ansia da prestazione”. Secondo la quale, l’unica logica accettabile nei rapporti tra popoli sarebbe quella del mercato: dove i bravi esportano a rotta di collo e sono quindi virtuosi; gli altri invece, quelli “scarsi”, sono obbligati a importare così da indebitarsi e da rischiare il default. Non dimentichiamoci che proprio la frenesia del capitalismo predatorio è alla base di fenomeni come il colonialismo e l’imperialismo e, in ultima analisi, delle carneficine del secolo breve.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com

Suggerimenti di lettura: “Manuale di autodifesa per sovranisti” (Byoblu editore)


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