Analisi e studiGermania
La deindustrializzazione tedesca accelera: 120 mila posti persi nel 2025. L’illusione della spesa militare e il nodo energia
L’industria tedesca perde oltre 120.000 posti di lavoro nel 2025. Crolla l’automotive, schiacciato dai costi di una transizione energetica fallimentare. E la spesa militare non basterà a rilanciare i consumi.

La Germania, un tempo considerata l’inossidabile locomotiva d’Europa, continua a perdere colpi, mostrando crepe strutturali sempre più evidenti. Nel corso del 2025 l’industria tedesca ha tagliato su larga scala oltre 120.000 posti di lavoro, confermando una crisi economica che lascia segni profondi, in particolare nel vitale settore automobilistico. I dati, elaborati dalla società di consulenza EY, ripresa da Handelsblatt, sulla base delle rilevazioni dell’Ufficio federale di statistica, delineano un quadro preoccupante che ricorda, con una certa ironia della sorte, lo spettro dell’Italia del 2011.
Alla fine dello scorso anno, i lavoratori impiegati nell’industria tedesca (in aziende con almeno 50 dipendenti) erano scesi a 5,38 milioni. Si tratta di una flessione del 2,3% rispetto all’anno precedente, con perdite di organico quasi raddoppiate se confrontate con il 2024.
I settori in crisi: il tracollo dell’automotive e le poche eccezioni
Il fatturato industriale complessivo si è ridotto di quasi il 5% dal 2023, ma la maglia nera spetta senza dubbio al comparto automobilistico, che da solo ha visto evaporare circa 50.000 posizioni lavorative. Le case costruttrici stanno spostando sempre più produzione, ricerca e sviluppo all’estero, , ma a soffrire sono soprattutto i fornitori della filiera interna, tra i quali le insolvenze sono in netto e costante aumento.
Per offrire un quadro chiaro delle dinamiche strutturali in atto dal periodo pre-pandemico (2019) al 2025, proponiamo la seguente tabella riassuntiva:
| Settore Industriale | Variazione Occupazionale (2019 – 2025) | Dinamiche Principali |
| Automobilistico | – 13% (- 111.000 unità) | Delocalizzazioni, calo ordini e crisi della componentistica |
| Tessile | – 16% | Forti contrazioni strutturali |
| Metalmeccanico | – 13% | Settore in pesante sofferenza produttiva |
| Elettrico | + 2% | Lieve crescita in controtendenza per i massicci investimenti nella rete |
| Chimico-Farmaceutico | + 3% | Settore resiliente, , ma con lievi perdite (-2.000) nel 2025 |
Il nodo energia: i costi di una transizione fallimentare
Come sottolineato da Jan Brorhilker di EY, l’industria tedesca attraversa una crisi profonda. Alla debolezza degli ordini e all’intensa concorrenza internazionale, si aggiunge l’elefante nella stanza che Berlino fatica ad ammettere: il problema energetico. I costi legati a una transizione ecologica palesemente fallimentare stanno strangolando la base manifatturiera. L’industria pesante e di trasformazione non può competere a livello globale se i costi dell’energia rimangono fuori controllo rispetto ai diretti concorrenti asiatici e americani. È un autentico autogol strategico che disincentiva gli investimenti interni, spingendo i capitali oltre confine.
Prospettive future: l’illusione del moltiplicatore militare
Gli economisti stimano una crescita anemica di circa l’1% per il 2026. Di fronte a questa stagnazione, una vera ripresa su larga scala è attesa solo per il 2027, trainata dall’immissione di miliardi di dollari di spesa pubblica per infrastrutture e, soprattutto, per la difesa.
Da un punto di vista strettamente keynesiano, l’intervento dello Stato è ossigeno puro per un’economia in asfissia, ma la natura di questa spesa solleva seri dubbi. La spesa pubblica militare sarà certamente un motore, ma rischia di essere di breve periodo. Produrre armamenti fa salire il PIL nell’immediato, , ma esaurisce rapidamente il suo effetto moltiplicatore, non generando una forte e duratura ricaduta sui consumi privati. Le armi si accumulano nei magazzini o si esportano, ma non abbassano il costo della vita né generano un indotto civile di massa.
A questo si aggiunge l’incognita del mercato del lavoro: l’incremento dell’automazione e l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale faranno aumentare la produttività del capitale, ma diminuiranno drasticamente la necessità di nuovi dipendenti, penalizzando soprattutto i giovani in cerca di prima occupazione.
Quindi in Germania avremo più debito pubblico, meno occupazione industriale e consumi interni al palo. La Germania scopre oggi quanto sia difficile mantenere in funzione il proprio motore quando l’energia costa troppo e la spesa statale si concentra sui cannoni anziché sul burro.







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