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La creazione del denaro: regole complicate per non fare capire come funziona. Senza comprensione non c’è democrazia

di Davide Gionco

Quanti di noi sanno come viene creato oggi il denaro?
All’inizio dei tempi il denaro non esisteva. Gli scambi di beni e di servizi avvenivano in parte per baratto, ma soprattutto utilizzando delle “merci intermediarie”.
Le “merci intermediarie” erano dei beni d’uso che potevano conservarsi nel tempo, in modo da consentire di scambiarli anche in un tempo futuro rispetto al momento in cui se ne diveniva proprietari.
Alcune parole di uso comune ci rimandano a queste usanze degli antichi popoli dell’Italia centrale: pecunia (dal latino pecus = pecora), salario (dal latino salis = sale). Sia il bestiame che il sale erano dei beni che si potevano conservare nel tempo mantenendo il loro valore e per questa ragione venivano utilizzati come “merci intermediarie” per gli scambi.

Queste “merci intermediarie” avevano anche un valore commerciale in se stesse, ma portavano con sé il valore aggiunto di consentire gli scambi di beni e servizi fra diverse persone.
Il valore aggiunto portato dagli scambi è la possibilità per ciascuno di specializzarsi nel proprio lavoro, producendo beni e servizi in modo più efficace ed efficiente ovvero potendo produrre ciascuno beni e servizi di maggiore qualità e in maggiore quantità.
Il fatto che tutti siano messi nelle condizioni di produrre beni e servizi nella massima qualità e quantità, scambiandoli poi con gli altri consente alla “comunità economica” di diventare più ricca in termini reali e questo ben al di là del valore commerciale della “merce intermediaria” utilizzata.

La “merce intermediaria” che si affermò storicamente su tutte le altre fu l’oro.
L’oro aveva caratteristiche di merce, in quanto doveva essere estratto con fatica e lavoro dalla terra, ed aveva caratteristiche chimiche che ne consentivano la conservazione nel tempo, in quanto è un metallo che non si ossida. Per queste ragioni l’oro si affermò come “moneta ufficiale” del mondo antico, mantenendo questa funzione, in un modo o nell’altro, ufficialmente fino al 1971.
Gli altri metalli utilizzati per il conio delle monete assumevano valore di scambio in funzione del valore dell’oro.

Tuttavia l’uso di oro comportava dei problemi.
Il primo problema è che era scomodo da trasportare nel caso di scambio di alto valore, sia per il suo peso, sia soprattutto per il rischio di essere rubato.
Il secondo problema era che aumentando la popolazione ed aumentando le specializzazioni nel lavoro, aumentava il numero di scambi, portando ad un aumento della quantità di oro necessaria a supportare gli scambi. Ma la quantità di nuovo oro che poteva essere estratto dalle miniere non era sufficiente a soddisfare la domanda di oro per il conio di monete.

L’ingegno umano unito alla scaltrezza portò i banchieri, che fino ad allora si erano limitati a prestare denaro a fronte di un tasso di interesse, ad emettere delle “note di banco”. Si trattava di documenti cartacei che certificavano la presenza di riserve d’oro nei forzieri dei banchieri, al sicuro dai ladri. Queste “note di banco”, dette anche banconote, potevano circolare molto più facilmente e con meno rischi rispetto ai forzieri pieni d’oro.

Queste banconote iniziarono a circolare per l’Italia e per l’Europa per supportare gli scambi commerciali, senza che in realtà l’oro si muovesse dalle casseforti dei banchieri. Pochi detentori delle banconote chiedevano di convertirle in oro, in quanto si sarebbero dovuti assumere i rischi di conservarlo, mentre l’utilità delle banconote era soprattutto quella di poterle utilizzare per fare i propri acquisti di beni e servizi, cedendo le stesse banconote ad altre persone.

Se poche persone chiedevano di convertire le banconote in oro, poche persone chiedevano di controllare l’esistenza reale delle riserve d’oro nelle casseforti.

In questo modo gli scaltri banchieri capirono che potevano emettere molte più banconote di quante fossero le riserve d’oro. Le potevano emettere dal nulla, scrivendo su di un pezzo di carta, e prestarle ad interesse ai richiedenti, i quali dovevano restituire capitale ed interessi mediante i frutti del loro lavoro.

Questa usanza andò avanti per qualche secolo, fino a che il potere politico accentrò su di sé il potere di creare denaro tramite emissione di banconote, togliendolo alle banche private. Ad esempio la Banca d’Italia fu istituita nel 1893, fondendo insieme le “banche nazionali” provenienti dalla situazione pre-unitaria.

Per i pagamenti di montanti importanti le banche private iniziarono ad offrire servizi di pagamento (bonifici) che consentivano di evitare lo spostamento fisico, rischioso, di banconote da una banca all’altra. Semplificando, quando il risparmiatore A intendeva pagare per Xmila lire il risparmiatore B di un’altra banca, la banca A deduceva Xmila lire dal conto di A, comunicandolo alla banca del risparmiatore B, la quale accreditava Xmila in più sul conto del risparmiatore B. Periodicamente le 2 banche si riunivano confrontando le reciproche registrazioni, compensando i vari dare ed avere, procedendo infine al pagamento solo del netto delle transazioni da una banca all’altra.

Questo meccanismo consentiva di garantire pagamenti fra risparmiatori in misura molto maggiore rispetto alle riserve in banconote a corso legale detenute nei propri forzieri.
Mantenendo una certa quota di “riserva” di banconote autorizzata dalla banca centrale le banche private furono autorizzate a prestare denaro semplicemente tramite un procedimento scritturale. Il nuovo denaro veniva creato mediante un contratto di credito, a seguito del quale la banca scriveva sul conto del risparmiatore A l’importo di denaro “prestato”. La trasmissione di scritture contabili ad altre banche in dare e avere consentiva di assicurare ai propri clienti i servizi di pagamento richiesti, pur senza disporre di banconote a corso legale in egual misura.

Ad oggi il 95% circa del denaro che utilizziamo è stato creato mediante scritture contabili bancarie, oggi di tipo elettronico e viene messo in circolazione tramite erogazione di credito ad interesse.
Le riserve di denaro a corso legale necessarie per avere l’autorizzazione all’emissione di nuovo credito sono costituite da nuovo denaro a corso legale emesso dalla banca centrale, la quale lo presta illimitatamente alle banche private dietro loro richiesta.

Ad esempio Unicredit intende fare un prestito da 1’000’000 di euro al tasso del 5%. La BCE richiede per tale nuova emissione di denaro da prestare un deposito di garanzia del 10% presso la Banca d’Italia, pari a 100’000 euro. Unicredit, che non dispone di quel denaro a corso legale, chiede alla BCE un prestito di 100’000 euro, che la BCE le concede al tasso dello 0.1%. Unicredit ottiene il prestito dalla BCE e lo deposita presso la Banca d’Italia.

Dal punto di vista contabile Unicredit emette 1’000’000 di euro dal nulla, incassa 1’050’000 euro dal cliente 100 euro (0.1% di 100’000 euro) con un utile netto di 49’900 euro. Al momento di dover restituire i 100’00 euro alla BCE, Unicredit richiede un ulteriore prestito di 100’000 euro, che la BCE concede senza limiti. In questo modo la “riserva” non viene mai restituita alla BCE.
Si tratta a tutti gli effetti di una “moneta complementare”, che però addirittura è stata resa obbligatoria dallo Stato per i pagamenti fra privati (sopra una certa cifra) e per il pagamento delle tasse (F24).
Solo il restante 5% del denaro circolante è costituito moneta a “corso legale”, da banconote stampate dalla banca centrale; la quale, peraltro, da tempo non è più vincolata dalle riserve d’oro per l’emissione di nuovo denaro. Le riserve oggi sono costituite principalmente da titoli di stato, i quali vengono “acquistati” utilizzando le nuove banconote stampate. Pezzi di carta banconote a fronte di pezzi di carta titoli di stato.

 

Morale:

  • La moneta non ha valore in sé, dato che può essere creata tecnicamente in modo illimitato, dal nulla. La quantità di denaro che occorre all’economia non può essere limitata alle “riserve”, che si tratti di pecore, di oro o di banconote, ma deve essere proporzionata alle esigenze di scambio di beni e servizi della comunità economica.
  • Il valore aggiunto della “monetizzazione” dell’economia non è quindi dato dal valore nominale del denaro che circola, ma dagli scambi economici che consentono una maggiore specializzazione lavorativa degli operatori economici e, quindi, la produzione di una maggiore qualità e quantità di beni e servizi a parità di tempo lavorato.
  • Per i motivi storici sopra descritti si arrivati a questi complicati procedimenti contabili per assicurare ai cittadini produttori-consumatori il necessario denaro per supportare gli scambi di beni e servizi ed usufruire del valore aggiunto derivante da tali scambi.
  • In realtà tutte queste complicazioni non sono necessarie: sarebbe sufficiente che una sola banca pubblica emettesse il denaro necessario, distribuendolo poi in modo adeguato ai vari operatori economici, mettendoli nelle condizioni di produrre beni e servizi e di scambiarli fra di loro.
  • Attualmente l’emissione di denaro è sostanzialmente monopolizzata da soggetti privati, le banche commerciali, le quali creano denaro non nell’interesse generale della popolazione di produttori-consumatori, ma nell’esclusivo proprio interesse di azienda privata, che molto spesso non coincide con l’interesse generale


Conclusioni
E’ certamente che tutti, con un minimo sforzo, sono in grado di comprendere questi meccanismi contorti di creazione del denaro in diverse forme, con una mescolanza di enti di emissione, di modalità di emissione e di moneta comoplementare insieme a moneta a corso legale.
La domanda che sorge spontanea è PERCHE’?

Se le modalità di emissione fossero semplici ed intuitive, tutti i cittadini capirebbero che cosa è il denaro e potrebbero capire se, come strumento pubblico, viene usato correttamente oppure no.
Se tutti sapessero che lo Stato ha “la macchina che stampa i soldi”, capirebbero che non esiste alcuna possibilità che vi siano in Italia milioni di disoccupati in quanto “mancano i soldi” per gli investimenti pubblici che creerebbero più posti di lavoro.
Di conseguenza protesterebbero ed il governo di turno avrebbe gioco facile a dare risposta alla giusta (e costituzionale) richiesta di lavoro da parte dei disoccupati.

Oggi, invece, con meccanismi di emissione del denaro complessi e per nulla intuitivi, la gente non capisce e accetta con rassegnazione di essere disoccupata “per mancanza di soldi” da parte dello Stato.

Quando parliamo dei meccanismi di emissione del denaro, quindi, non parliamo solo di tecniche monetarie e di complesse questioni economiche: parliamo di Democrazia.
La semplicità dei meccanismi di emissione del denaro deve quindi diventare un caposaldo della ritrovata Demo-crazia in Italia, dell’affermazione della Sovranità Popolare.
Per questo il modo migliore per emettere denaro dovrebbe essere quello proposto da “Moneta Positiva” ovvero di uno Stato che crea denaro “dal nulla” e se lo auto-accredita per finanziare le proprie spese. Naturalmente facendone uso oculato, facendo attenzione a non creare eccessive spinte inflazionistiche.
E’ il modo migliore, perché se la gente capisce, la gente controlla. E solo se la gente controlla possiamo parlare di Demo-crazia.


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