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La Corea del Sud stacca la spina al carbone: incubo per l’Australia e rebus geopolitico per il gas USA

La Corea del Sud annuncia l’addio al carbone entro il 2040: una scelta che mette all’angolo l’export australiano e crea un paradosso commerciale con il gas degli USA. Ecco i numeri della svolta.

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La decisione era nell’aria, ma l’ufficialità arrivata dalla COP30 in Brasile ha il sapore di una doccia fredda per i grandi esportatori di energia fossile. La Corea del Sud, quarta economia asiatica e gigante manifatturiero, ha annunciato l’intenzione di eliminare gradualmente l’energia a carbone entro il 2040. Una mossa che non è solo una dichiarazione di intenti ecologica, ma una virata strategica che rischia di sconvolgere i bilanci commerciali di Australia e Stati Uniti.

Dietro la svolta “green” di Seoul c’è un cambio di guardia politico e, soprattutto, un calcolo economico stringente. Con l’elezione a giugno del presidente liberale Lee Jae Myung, che ha sostituito il conservatore Yoon Suk Yeol, la Corea ha accelerato su target climatici finora disattesi: dimezzare le emissioni entro il 2035 e chiudere 40 centrali a carbone già programmate per il pensionamento. Tuttavia, come spesso accade in economia, il diavolo si nasconde nei dettagli e nelle contraddizioni dei trattati internazionali.

Il dilemma del gas americano

Qui sorge il vero paradosso, quello che potrebbe far sorridere amaramente gli osservatori più attenti delle dinamiche commerciali. Da un lato, Seoul vuole decarbonizzare; dall’altro, si trova legata a doppio filo con Washington da accordi commerciali stretti con l’amministrazione Trump per evitare dazi punitivi.

La Corea del Sud si è impegnata a investire circa 350 miliardi di dollari in progetti statunitensi e ad acquistare fino a 100 miliardi di dollari di prodotti energetici USA, GNL (Gas Naturale Liquefatto) in testa. I negoziati parlano di un import tra i 3 e i 9 milioni di tonnellate l’anno. Il problema? Seoul ha contemporaneamente fissato l’obiettivo di ridurre la quota di GNL nel suo mix energetico dal 20% attuale al 10,6% entro il 2038.

Si crea così un cortocircuito evidente:

  • L’obbligo commerciale: Comprare gas americano per non subire dazi.
  • L’obbligo climatico autoimposto: Ridurre l’uso di gas e carbone per abbattere le emissioni.

Come sottolineano gli scettici, tra cui Greenpeace, il rischio è che la “transizione” sia solo un gioco di prestigio dove la dipendenza dal carbone viene sostituita da quella per il gas, minando lo spirito dell’azione climatica ma salvando la faccia (e il portafoglio) con gli americani.

L’Australia trema

Se per gli USA la questione è un rompicapo diplomatico, per l’Australia è un potenziale disastro economico. Canberra è il secondo esportatore mondiale di carbone termico e il primo di carbone metallurgico (fondamentale per l’acciaio). La Corea del Sud è uno dei suoi migliori clienti, assorbendo circa 1,5 miliardi di dollari di carbone termico l’anno.

Le proiezioni sono impietose:

  • Oggi il carbone copre il 30% del fabbisogno energetico coreano.
  • Tra 14 anni questa quota potrebbe essere zero.

Secondo gli analisti, il valore dell’export carbonifero australiano verso la Corea potrebbe dimezzarsi già nei prossimi cinque anni. La logica è spietata: la domanda globale sta cambiando strutturalmente.

La Brooks coal mine negli USA

Perché conviene cambiare (i numeri non mentono)

Al di là della retorica ambientalista, la scelta di Seoul è dettata dalla “fredda” convenienza economica. I dati attuali mostrano una realtà inequivocabile sui costi di generazione:

Fonte EnergeticaCompetitività Economica (LCOE)Sicurezza Energetica
CarboneIn calo (costi operativi alti)Bassa (dipendenza estera)
RinnovabiliAlta (costi in discesa verticale)Alta (produzione interna)

Studi recenti indicano che gestire il 99% delle centrali a carbone USA è più costoso che sostituirle con nuove fonti rinnovabili, anche se spesso il calcolo esclude la necessità di considerare un carico di base che garantisca la stabilità della rete, investimento che aumenterebbe sensibilmente il costo.  Kim Sung-hwan, ministro coreano per il Clima, è stato chiaro: passare alle rinnovabili significa rendere le imprese coreane più competitive abbattendo i costi energetici e riducendo la dipendenza dalle importazioni volatili, dove comunque il carico di base è garatito da centrali nucleari avanzate, con due nuove che diverranno attive nei prossimi anni e anche la costruzione di SMR. La Corea del Sud , in questo modo, punta all’autonomia. 

In conclusione, mentre la Corea pianifica di decuplicare l’eolico offshore portandolo a 4 gigawatt, il messaggio ai mercati è chiaro. Come nota il vlogger economico Sam Evans, siamo di fronte a uno “tsunami per il carbone”. Chi scommette sul futuro delle compagnie minerarie fossili potrebbe trovarsi presto con un pugno di mosche in mano, in un mondo dove persino i giganti asiatici iniziano a spegnere le ciminiere per ragioni di puro calcolo economico.

Centrale nucleare sud coreana


Domande e risposte

Perché la Corea del Sud sta abbandonando il carbone se ne è un grande importatore?

La decisione è guidata principalmente da fattori economici e di sicurezza nazionale, oltre che ambientali. Le energie rinnovabili, come eolico e solare, hanno ormai un costo di produzione (LCOE) inferiore rispetto al mantenimento delle centrali a carbone. Inoltre, passando alle rinnovabili, la Corea riduce la sua dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili dall’estero, aumentando la propria sicurezza energetica e rendendo le proprie industrie più competitive grazie a costi dell’elettricità potenzialmente più bassi nel lungo periodo.

Qual è il conflitto tra gli obiettivi climatici coreani e gli accordi con gli USA?

Il conflitto nasce da un accordo commerciale negoziato con l’amministrazione Trump. Per evitare dazi più alti, la Corea si è impegnata ad acquistare ingenti quantità di GNL (Gas Naturale Liquefatto) americano. Tuttavia, il piano climatico interno prevede una drastica riduzione dell’uso del gas entro il 2038. Seoul si trova quindi nella paradossale situazione di dover aumentare le importazioni di gas dagli USA per motivi politici, mentre cerca di ridurne il consumo interno per rispettare i propri target di emissioni.

Quali sono le conseguenze per l’Australia?

L’Australia rischia di subire un duro colpo economico. Essendo uno dei principali fornitori di carbone della Corea del Sud, la chiusura delle centrali coreane ridurrà drasticamente la domanda. Gli analisti prevedono che il valore delle esportazioni di carbone australiano verso la Corea potrebbe crollare del 50% nei prossimi cinque anni. Questo segnale, unito a simili tendenze in Cina, suggerisce un declino strutturale del mercato del carbone, spingendo l’Australia a dover ripensare la propria strategia di export energetico.

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