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La convenzione “Faro”: ovvero come vergognarsi, senza vergogna, della propria identità culturale

Il 23 settembre è stata ratificata in Parlamento la cosiddetta Convenzione quadro del Consiglio d’Europa varata a  “Faro”, in Portogallo, il 27 ottobre 2005. Insomma, l’ennesimo trattato internazionale attraverso il quale il nostro paese si “vincola” al rispetto di “regole” decise altrove: i trattati europei sono un insuperabile esempio di questo modo post-moderno di destrutturare le democrazie dall’esterno. Ma non è questo il punto. Il punto è il contenuto della convenzione “Faro”. La quale –  in teoria e in base a come ce l’hanno venduta –  è destinata a una autentica, benemerita rivoluzione nel campo dei beni culturali.

Insomma: statue, dipinti, chiese, monumenti, edifici storici e manufatti artistici in genere. Quindi, l’Italia – che da sola detiene probabilmente i due terzi dei tesori mondiali – si trova in prima fila. Ebbene, la Convenzione è un autentico impasto di supercazzole prematurate tipo invocare “una visione estremamente più ampia di patrimonio culturale, inteso come un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni in continua evoluzione”.

In altre parole, il nulla soffritto sulla padella del niente. Se prima potevate vedere i musei, almeno in Italia, dopo potrete continuare a farlo: ovviamente con i congeniti limiti di una Nazione che non ha mai saputo valorizzare adeguatamente le proprie ricchezze e la propria bellezza. Ma, di nuovo, non è nemmeno questo il punto. Il punto è l’articolo 4 della Convenzione dove è stata inserita, nel più classico stile dei  trattati-capestro, la polpetta avvelenata. Vi si legge infatti che l’esercizio del diritto alla eredità culturale può essere soggetto solo a quelle “limitazioni, necessarie in una società democratica,  per la protezione dell’interesse pubblico e degli altrui  diritti e libertà”. Che diavolo vuol dire? Pensate male e lo capirete all’istante.

Significa stabilire l’obbligo di coprire, oscurare, limitare la visione di un’opera se questa può offendere la “sensibilità” altrui. Per esempio, simboli religiosi cristiani oppure nudità scabrose in grado di impermalosire gli appartenenti ad altre religioni e comunità. Qualcuno ha messo il dito sulla piaga e il Ministro Franceschini si è affrettato a rassicurarci: affermando che la norma si riferisce a restrizioni come quelle avvenute nel 2020 in occasione della emergenza Covid. Come no! Ha ragione ministro, è proprio vero. Com’è vero che noi abbiamo ancora l’anello al naso e siamo scesi or ora dal pero.

Dovremmo credere che una convenzione di quindici anni fa contemplava (profeticamente) un cavillo  da giocarsi in vista della pandemia 2020. In realtà, è palese, quell’articolo è il grimaldello per la censura. Ma la cosa più divertente è che – a un governo come quello giallorosso – questo codicillo non serviva affatto. Da anni ormai, lorsignori ci hanno abituati alla censura preventiva, e punitiva, della nostra identità.

Provate a fare la conta: da chi mai sono venute tutte le iniziative contro i crocifissi nelle scuole degli ultimi tempi? Per non parlare delle tendine a scomparsa nei cimiteri. O ripensate alla visita in Italia del presidente iraniano, Hassan Rohani, nel 2016.  Chi chiuse in una scatola, a scanso di offese all’Islam, le statue di Marco Aurelio a cavallo e delle Veneri nella Sala Esedra dei Musei Capitolini? Insomma, e per concludere,  per questi qua la firma di un trattato come quello di Faro  è superflua. Censurare l’identità, anche culturale, della propria nazione gli viene naturale. Anche perché – loro – un’identità non ce l’hanno affatto.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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