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La CO2 sul fondo dell’oceano. E chi se ne importa se è un bene o no

 

Ora voglio darvi un assaggio su quanto tutta la questione climatica sia affrontata in modo a-scientufico e superficiale.

Il governo federale tedesco vuole rendere possibile l’esportazione e lo stoccaggio del gas serra biossido di carbonio (CO 2 ) nei fondali marini al di fuori del territorio tedesco. Il quadro giuridico per questo è già in fase di adeguamento, riferisce WELT , citando il Ministero federale dell’ambiente e dell’economia.

 

In vista del trasporto di CO 2 all’estero e del suo stoccaggio, il governo federale intende ratificare l’articolo 6 modificato del protocollo di Londra, ha dichiarato al quotidiano il ministero federale dell’ambiente. Ciò consentirà “il trasporto transfrontaliero di CO 2 per lo stoccaggio nel profondo fondale marino”.

Il cosiddetto Protocollo di Londra del 1972 fa riferimento ad un accordo internazionale sulla prevenzione dell’inquinamento marino causato da rifiuti e altre sostanze. Dopo la ratifica dell’articolo 6 rivisto, tuttavia, “sono ancora necessarie modifiche alla legislazione nazionale” ai fini dello scarico di CO 2 all’estero, ha proseguito il ministero federale dell’Ambiente.

Quindi l’idea di Germania, Belgio, Norvegia etc è quella di stoccare in profondità marina il CO2, con la prospettiva che questo, tra 10 o 20 o 50  anni riemerga e si sciolga nella acque profonde. Gli effetti? Ignoti: la CO2 disciolta nell’acqua produce acido carbonico che compensa l’alcalinità dell’acqua marina,  danneggiando le creature invertebrate ed i coralli, ma anche discioglie le rocce permettendo di assorbire altra CO2. In realtà non esiste una chiara teoria sugli effetti del CO2 nelle acque oceaniche, esattamente come non esiste per la CO2 atmosferica, come non è stato fatto un calcolo dell’impatto socio economico delle misure del Green Deal, ma chi se ne frega. L’importante è dire di poter essere “verdi”. Una scelta prettamente ideologica.

 

 


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