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La Cina cambia passo: da “Fabbrica del Mondo” a grande esportatore di capitali. Cosa cambia per lo Yuan?

Cina, non solo export: la nuova invasione è di capitali. Ecco i rischi della “trappola dello Yuan” Pechino spinge gli investimenti esteri per salvare le sue aziende dalla crisi interna. Ma il vincolo della valuta crea una nuova dipendenza globale.

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Per decenni siamo stati abituati a vedere la Cina come la grande spugna dell’economia globale, capace di assorbire enormi quantità di Investimenti Diretti Esteri (IDE o FDI) per alimentare la sua ascesa come “Fabbrica del Mondo”. Tuttavia, lo scenario sta cambiando radicalmente. Negli ultimi vent’anni, e con un’accelerazione notevole recentemente, Pechino si è trasformata in un colosso dell’esportazione di capitali.

Oggi, gli investimenti cinesi in uscita (ODI – Outbound Direct Investment) superano quelli in entrata. La Cina si è stabilmente posizionata tra i primi tre investitori globali. Ma cosa spinge questa fuga di capitali e, soprattutto, quali sono le implicazioni per l’internazionalizzazione dello Yuan e per gli equilibri geopolitici?

Le cause: domanda interna debole e guerra commerciale

Secondo i dati più recenti, gli investimenti cinesi all’estero sono cresciuti dell’8,4% su base annua nel 2024, raggiungendo i 192,2 miliardi di dollari, avvicinandosi ai record storici del 2016. Non si tratta di un caso, ma di una necessità macroeconomica.

Le aziende cinesi sono spinte oltre confine da una combinazione di fattori che un economista keynesiano identificherebbe immediatamente come strutturali:

  • Rallentamento della domanda interna: Il mercato domestico cinese non tira più come un tempo, costringendo le imprese a cercare profitti altrove.
  • Guerra dei prezzi: La competizione interna è diventata feroce, erodendo i margini, che possono essere ricreati su altri mercati.
  • Tensioni commerciali: La guerra dei dazi con gli Stati Uniti e le crescenti barriere europee rendono necessario produrre direttamente nei mercati di destinazione o in paesi “amici” per aggirare le sanzioni.

Il governo di Pechino, con il pragmatismo che lo contraddistingue, supporta attivamente questo processo tramite sussidi fiscali e aiuti finanziari, come ribadito durante il quarto plenum del Comitato Centrale nell’ottobre 2025. L’importantye è che la proprietà cinese prosperi e la testa delle aziende rimanga in Patria. 

Dove vanno i soldi? La nuova geografia degli investimenti

Non è solo una questione di quanto si investe, ma di dove e come. Se un tempo la Nuova Via della Seta (BRI) era sinonimo di grandi ponti e autostrade costruiti da aziende di stato, oggi il modello è più raffinato, come del resto previsto dal Quarto Plenum lo scorso autunno.

Ecco come si sta evolvendo la strategia:

  1. Sud-est asiatico: Gli investimenti qui sono aumentati del 36,8% nel 2024. L’obiettivo è creare una base manifatturiera vicina, integrata e al riparo dalle tempeste geopolitiche con l’Occidente.
  2. Europa (Greenfield): Nel Vecchio Continente, la Cina non si limita più ad acquisire aziende esistenti (spesso bloccata dai regolatori), ma costruisce da zero (investimenti greenfield), specialmente nel settore dei veicoli elettrici. In questo modo vengono completamente aggirate e cancellate le barriere all’entrata. 

Il modello del “Trasferimento a Catena”

Un aspetto tecnico molto interessante rilevato dagli analisti della People’s Bank of China (PBOC) è il passaggio al modello del “trasferimento a catena”. Le aziende cinesi non si spostano da sole: portano con sé l’intera filiera, dai fornitori a monte a quelli a valle, creando cluster industriali completi nei paesi ospiti.

Questo approccio include un forte trasferimento di tecnologia e standard gestionali. Huawei, ad esempio, non vende solo antenne, ma forma decine di migliaia di tecnici in Africa, radicando la propria presenza nel tessuto sociale ed economico locale.

L’internazionalizzazione dello Yuan: un’arma a doppio taglio

L’espansione degli investimenti è il veicolo perfetto per spingere l’uso del Renminbi (Yuan) oltre confine. Un recente libro bianco della banca centrale cinese ha rilevato che il 27,1% delle imprese cinesi attive all’estero ha utilizzato lo Yuan per almeno la metà dei propri investimenti nel 2024. Le grandi banche, come la Bank of China, stanno facilitando questo processo con servizi di finanziamento e regolamento transfrontaliero sempre più sofisticati.

Tuttavia, c’è un risvolto della medaglia che merita attenzione. L’utilizzo dello Yuan nei progetti di investimento implica che i fondi erogati tornino in Cina sotto forma di pagamento per le forniture.

Vantaggi per la CinaRischi per i Paesi Ospiti
Creazione di un mercato offshore per lo YuanDipendenza tecnologica dalle forniture cinesi
Sostegno all’export industriale cineseLimitato sviluppo di fornitori locali terzi
Riduzione dell’esposizione al Dollaro USAPossibili frizioni politiche per l’eccessivo legame con Pechino

Se da un lato questo alimenta il mercato dello Yuan offshore, dall’altro crea un circuito chiuso: usare valuta cinese significa, nella pratica, doversi rivolgere  soprattutto a fornitori cinesi. Questo vincolo potrebbe non essere apprezzato ovunque, specialmente in quei paesi che speravano di diversificare le proprie partnership industriali o sviluppare una propria autonomia, e che invece si ritrovano legati a doppio filo alle catene di approvvigionamento di Pechino.


Domande e risposte

Perché gli investimenti cinesi all’estero stanno crescendo nonostante la crisi globale?

La crescita degli investimenti esteri cinesi (ODI) è una risposta diretta alle difficoltà interne. La domanda domestica in Cina è debole e la competizione tra aziende è feroce, con guerre di prezzo che tagliano i margini. Inoltre, le tensioni commerciali con USA ed Europa spingono le aziende a delocalizzare la produzione in paesi terzi (come il Sud-est asiatico) o direttamente nei mercati di destinazione per aggirare dazi e barriere doganali, con il forte sostegno finanziario e politico di Pechino.

In cosa differisce l’attuale strategia di investimento rispetto alla “Nuova Via della Seta” iniziale?

Inizialmente, la Belt and Road Initiative si concentrava su grandi opere infrastrutturali (ponti, strade) gestite da colossi statali. Oggi il modello si è evoluto verso investimenti ad alto valore aggiunto, come le telecomunicazioni e l’energia verde. Si utilizza un approccio di “trasferimento a catena”, dove le aziende non si muovono isolate ma spostano intere filiere produttive e cluster industriali, portando con sé tecnologia e standard gestionali, costruendo fabbriche da zero (greenfield) invece di acquisire semplicemente asset esistenti.

L’uso dello Yuan negli investimenti esteri è vantaggioso per tutti i paesi coinvolti?

Non necessariamente. Sebbene offra un’alternativa al dollaro, l’uso dello Yuan vincola fortemente i paesi ospiti all’economia cinese. Poiché i prestiti e gli investimenti in valuta cinese vengono spesi per acquistare beni e servizi, ciò costringe i paesi riceventi a rivolgersi prevalentemente a fornitori cinesi. Questo crea un circolo chiuso che favorisce l’export di Pechino ma potrebbe limitare lo sviluppo di un’industria locale autonoma o la diversificazione dei partner commerciali, generando potenziali resistenze politiche.

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