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INVESTIMENTI ESTERI in NORD e SUD ITALIA. LA QUESTIONE MERIDIONALE AI TEMPI DELL’UE

Di seguito la vulgata in italiano di un articolo del Financial Times nel quale mi sono imbattuta per caso riguardo i FDI (foreign direct investments) in Italia e la loro distribuzione su base regionale.

In sintesi l’articolo evidenzia ciò che a noi non è nuovo: il Nord del paese è destinatario di investimenti stranieri di pari ammontare a quello delle regioni ricche d’Europa, il Sud pare esserne totalmente estraneo.

L’ Italia figura ancora tra gli ultimi 20 paesi europei e 42esima nel mondo in termini di investimenti stranieri diretti complessivi dal 2009, dopo piccole economie in via di sviluppo come Colombia e Nicaragua.

Le differenze regionali sono enormi. La ricca Lombardia ha attratto un terzo di tutti i FDI dal 2009. La regione è popolata da un sesto della popolazione nazionale e conta del 20% del totale di produzione economica ed è 13ma tra le 120 regioni dell’Europa occidentale per FDI dal 2009, più o meno quanto la sola area metropolitana di Parigi. Gli investimenti hanno riguardato principalmente costruzioni, comunicazioni, IT, servizi finanziari e commerciali.

Per converso, se si guarda alle otto regioni del Sud il contrasto è notevole: destinatario di meno del 10% di FDI negli ultimi 8 anni, in particolare Calabria, Basilicata e Campania registrano le peggiori prestazioni nell’intera Europa occidentale. Per quanto difficile sia da credere il Sud non riesce ad attrarre investimenti in particolare nel settore del turismo. Solo due compagnie straniere hanno aperto degli hotels negli ultimi 4 anni. La burrascosa Catalogna nello stesso periodo ha attratto 41 progetti di investimenti a scopo turistico. Proprio il turismo al sud sembra essere poco vocato ad attrarre la platea internazionale, più del 70% del turismo è infatti domestico.

Cosa ci dicono questi dati? Perchè un’area cosi ricca di eredità culturale, artistica, con relativamente sviluppate infrastrutture e alta offerta di risorse lavorative, formate ottimamente e a basso costo, non attrae investimenti stranieri a iosa? Ma soprattutto che senso ha parlare di questo oggi? 

Secondo il FT il problema sta nei rapporti tra governo centrale e regionale/locale e il modo in cui sono distribuiti i poteri. Ma principalmente per la qualità delle istituzioni in termini di sistema giudiziario poco efficiente e inaffidabile, l’ingresso nel mercato del lavoro con un contratto vero che in Italia prende più del doppio del tempo della media europea, e in generale la qualità dei servizi messi in campo dai governi. Né la carenza infrastrutturale, né la presenza di criminalità organizzata sembrano rappresentare per il FT due fattori rilevanti di svantaggio competitivo per le regioni meridionali.

L’approccio ad un problema senza considerarne le cause è tuttavia miope e inutile. Sembra che il Sud arretrato sia un dato di natura, e non la conseguenza di determinati fatti storici. Ha senso parlarne oggi perchè tra non molto si useranno le stesse categorie per parlare di Italia nel suo complesso, lo dicono già tra le righe che gli italiani sono geneticmente incapaci di competere con i tedeschi.

Recentemente, con il referendum sulle autonomie delle regioni Veneto e Lombardia, sono tornate in voga alcune colonne sonore a noi note come il “terrone pelandrone” e “il Sud mantenuto coi contributi del Nord” che fa sempre tanta presa lì dove batte sempre la nebbia.

Somiglia tanto a quella UE sui piigs, nevvero?

L’incapacità genetica attribuita al meridione di reagire innanzi ai suoi problemi strutturali, la morale della colpa per non essere competetivi, la criminalità (come la corruzione su base nazionale) come causa di tutti i mali. La questione meridionale è l’esito del maldestro processo con cui si è costruita la nazione italiana, lo sanno tutti, non serve citare Francesco Savierio Nitti per sapere come andarono le cose. “L’Italia del Regno delle Due Sicilie aveva minori debiti e più grande ricchezza pubblica e nel primo decennio post unificazione si ebbe un esodo di ricchezza dal Sud al Nord” (F.S. Nitti, l bilancio dello Stato dal 1862 al 1897).

Come per tutte le questioni meridionali c’è sempre una retorica moralizzante di fondo che ha lo scopo di celare una annessione da parte di un’entità egemone ad una che la subisce. Basti pensare all’Annessione della Germania dell’Est ad opera della Germania dell’Ovest. La Germania dell’Ovest, con Schäuble ministro degli interni, riuscì a far credere che la Germania dell’Est fosse in bacarotta, dato assolutamente falso; e a seguito dell’introduzione del Marco si verificò un impoverimento epocale di quell’area dalle carettistiche macroeconomiche incompatibili con il marco dell’Ovest. (Per approfondimenti sul tema si rinvia all’opera di V.Giacché Aschluss, L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, 2013).

Dinamiche e retoriche assimilabili, spesso storie di forzature per ragioni politiche. La questione meridionale italiana torna quindi in auge anacronisticamente in un momento storico in cui vi è già in atto una questione meridionale europea, che include l’ Italia nel suo complesso.

Le vicende storiche sono fondamentalmente vicende umane, e ogni nord (non in senso metafisico) necessita di un sud per sentirsi tale, ogni colonizzatore ha bisogno di una colonia per essere tale. La storia umana è fatta di relazioni sociali e rapporti di forza, non di buoni e cattivi, né di intelligenti e idioti, solo rapporti di forza.

Intanto continuiamo a parlare dei forestali in Sicilia…

Sulpicia


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