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INTERROGATIVI SU KEYNES

 

Uno dei punti centrali della teoria di John Maynard Keynes è che la famosa “mano invisibile” di Adam Smith non basta a regolare la vita economica di un Paese, in particolare per quanto riguarda la sottoproduzione e la disoccupazione. Per questo è spesso necessario l’intervento dello Stato.

Keynes sostiene che quando si è in presenza di disoccupazione e sottoproduzione, il problema si risolve inventando occasioni di impiego (con grandi lavori pubblici) e dando soldi ai consumatori (anche sussidi) affinché la loro domanda faccia ripartire la produzione e faccia aumentare il numero degli occupati (moltiplicatore e acceleratore). Naturalmente questi investimenti sono effettuati “a debito”. La speranza è che i capitali siano restituiti dalla stessa economia risanata, mediante l’aumento del gettito fiscale. Ma sul momento dove trova lo Stato il denaro per gli interventi miranti a far funzionare il moltiplicatore e l’acceleratore(1)?

 Le possibili fonti sembrano soltanto due: l’inflazione e il debito. L’inflazione, immettendo liquidità nel sistema, offre un potere d’acquisto ai primi prenditori a spese dei percettori di reddito fisso, dei risparmiatori e dei creditori. L’operazione aumenta il circolante ma non crea ricchezza: si limita a spostarla da alcune persone, che lo Stato considera meno meritevoli, ad altre che lo Stato reputa più meritevoli. Naturalmente questo giudizio, su chi sia più o meno meritevole, è largamente discutibile. Sicuro è comunque che l’inflazione è un’odiosa tassa sui poveri e sui virtuosi(2).

Il meccanismo del debito è diverso. Il risparmiatore crea una ricchezza di cui rinvia il consumo, mentre chi contrae il debito è qualcuno che ha bisogno di consumare subito una ricchezza che non possiede. A differenza di quanto avviene con l’inflazione, se il denaro serve per un investimento e non per un consumo, e se esso va a buon fine, lo spostamento è economicamente profittevole per tutti: chi contrae il debito per lanciare una nuova industria e ci riesce, crea molta ricchezza. Ci guadagna lui, ci guadagnano i lavoratori, ci guadagna il capitalista. Ma la ricchezza è creata dall’industria che usa il finanziamento a fini produttivi, non dal finanziamento stesso. Il debito, che pure ha reso possibile l’intrapresa, per il produttore rimane un costo(3).

Nel momento in cui lo Stato provoca inflazione o contrae debiti per intervenire nell’economia non crea per ciò stesso ricchezza. Con l’inflazione riduce il potere d’acquisto di molti, col debito fa sorgere nei cittadini l’obbligo di ripagarlo. Se poi investisse direttamente in attività produttive, probabilmente distruggerebbe ricchezza, perché è un imprenditore molto mediocre. Inoltre alcune spese, come quelle per strade ed edifici pubblici, anche se hanno un’ utilità generale, certo non danno un immediato ritorno economico.

Il rimborso del debito e la riparazione dei danni dell’inflazione dovrebbero derivare da un rilancio dell’economia tale da permettere, col maggior gettito fiscale, il rientro dei capitali impiegati. Ma si può essere sicuri che quell’aumento del gettito si avrà(4)?

Se l’effetto fosse sicuro, l’Europa – oggi in preda ad una crisi gravissima e interminabile, che qualcuno giudica addirittura di sistema – si precipiterebbe ad approfittare di quelle meravigliose ricette per uscirne. Visto che ciò non avviene, o i suoi dirigenti sono per la maggior parte degli imbecilli (l’ipotesi non è inverosimile) oppure sono talmente scottati dalle precedenti esperienze di deficit spending che preferiscono altre politiche (e neanche questo è inverosimile)(5).

La teoria di Keynes offre comunque, rispetto ad altre, lo speciale vantaggio di essere verificabile. I suoi meccanismi fondamentali –  il moltiplicatore e l’acceleratore – hanno infatti in comune la loro natura congiunturale (cioè momentanea) e non tendono – come il capitalismo di Stato di Marx – a creare un diverso modello produttivo. Vogliono soltanto rilanciare l’economia in occasione di un suo rallentamento. Ciò significa che l’efficacia dei provvedimenti è prevista nel breve termine (nel lungo “saremo tutti morti”), e se quel rilancio non si ha, la teoria è falsa. I suoi occasionali successi potrebbero addirittura essere dovuti a cause diverse da quelle ipotizzate. Comunque, a Bruxelles e a Berlino nessuno è disposto a scommettere su di loro(6).

Storicamente, i danni prodotti dall’uso della macroeconomia keynesiana sono sicuri, il rilancio dell’economia, e soprattutto il ritorno per l’erario in termini di maggiore gettito fiscale, sono aleatori. Ne è prova la situazione italiana. Se spronando la “domanda aggregata” (acquisti col denaro elargito dallo Stato) l’economia non riparte e il governo continua a far debiti (noi siamo a oltre duemila miliardi di euro) si arriva al punto in cui da un lato il peso degli interessi diviene un fardello spaventoso, dall’altro si ha la certezza che il debito pubblico non sarà mai rimborsato. Ma non per questo sparirà. Al momento dello show down le conseguenze saranno tragiche: che l’azzeramento avvenga mediante default o inflazione, i cittadini la pagheranno cara(7).

La critica iniziale alla “mano invisibile” di Adam Smith, cioè alla capacità del mercato di correggere autonomamente i propri errori, sembra infondata. Prendiamo il problema della disoccupazione. L’intervento congiunturale dello Stato keynesiano mira a rilanciarla senza modificare i salari dei lavoratori: ma con ciò non tiene conto di una possibile, nuova situazione (per esempio, l’ingresso della Cina nel mercato internazionale) che potrebbe aver reso quei salari “antieconomici”. In questo caso tutti gli interventi dello Stato sarebbero vani perché non si tratterebbe di una crisi congiunturale ma strutturale (cioè del sistema socio-economico). Nel caso di una simile crisi, se il mercato interno del lavoro fosse interamente libero, i disoccupati veramente in bisogno accetterebbero di lavorare per un salario minore (l’hanno fatto i lavoratori tedeschi) e ciò tenderebbe ad eliminare la disoccupazione (ecco ancora una volta “la mano invisibile”). È vero che ciò sarebbe doloroso, ma è anche vero che quei lavoratori da disoccupati non guadagnerebbero niente. Comunque questo riequilibrio (inevitabile, se è cambiato il quadro dell’economia internazionale) potrebbe sanare l’economia della nazione, adeguandola alla nuova realtà. Se al contrario i salari sono bloccati e le imprese rimangono soffocate da un fisco vorace e insaziabile, non ci si deve stupire se la teoria di Smith non opera più. È come togliere la benzina ad un’automobile e poi affermare che ” il motore non funziona”(8).

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

22 novembre 2014

P.S. È opportuno che le obiezioni facciano riferimento ai singoli numeri.

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