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Inequivocabili segnali

orologio rotto

 

10 Dic. 2014

Quanto è profonda la caduta della domanda globale? Un interrogativo a cui potremmo trovare risposta con l’aiuto proveniente dai dati usciti in questi giorni.

Ieri l’altro, l’istituto di statistica cinese, notificava che:
1) il surplus di bilancia commerciale è salito nel mese di novembre di 54,43 miliardi di yuan, battendo le stime degli analisti di ben 11 miliardi:
2) le esportazioni sono cresciute del +4.7% ma molto al di sotto del +7,9% previsto;
3) le importazioni sono letteralmente crollate del -6,7% e in maniera diametralmente opposta al +3,5% che indicavano le previsioni.

Oggi, lo stesso istituto ha reso noti alcuni importanti indicatori relativi all’inflazione:
1) l’indice dei prezzi al consumo annuo è sceso ancora, portandosi al +1,4%, mentre gli analisti avevano previsto +1,6%;
2) lo stesso indice su base mensile è stato anch’esso in discesa, fermandosi al -0,2% con consensus al +0,1%;
3) il fondamentale dato relativo ai prezzi alla produzione (PPI) continua ad essere negativo da molti trimestri, facendo segnare un arretramento del -2,7%, mentre le previsioni, benché peggiorative rispetto all’ultima rilevazione, si fermavano al -2,4%

Ieri, la IFO tedesca ha reso noto che:
1) il surplus di bilancia commerciale è salito nel mese di novembre di €20,6 miliardi, battendo le stime degli analisti di +1,4 miliardi:
2) le esportazioni sono calate del -0,5%, al di sotto del -1,5% previsto;
3) le importazioni, come per la Cina, sono crollate del -3,1%, più del doppio del -1,5% indicato dagli analisti.

Questi appena visti sono i conti dei due maggiori esportatori al mondo e ci raccontano la stessa storia: magazzini pieni di invenduto, crollo degli investimenti, ribasso dei prezzi (e dell’inflazione) e, in modo più accentuato per la Germania –almeno per il momento- una asfissia di domanda interna che ha portato nei giorni scorsi la Bundesbank a dimezzare le stime di crescita del PIL per il prossimo 2015 e a lanciare un allarme ancora più forte per il prossimo triennio. Anche da Pechino, mettendo le mani avanti, ci hanno detto a più riprese che la crescita non potrà più essere del 7,5% ventilato ad inizi anno e presto sapremo a quanto ammonterà il ribasso delle stime.

Le tinte fosche che intravedevamo per i maggiori esportatori planetari, fornite dai dati degli ultimi mesi, stanno cambiando colore, diventando via-via sempre più scure. A questo punto anche un bambino capirebbe che in una fase di crescente mancanza di domanda i magazzini non stoccheranno altra merce, disdicendo le commesse preordinate alle industrie, le quali, sin quando potranno continueranno a produrre per i propri depositi e che, una volta riempiti, tenteranno di collocare sul mercato il prodotto in eccesso anche a sottocosto, mandando gambe all’aria i grossisti ingolfati di invenduto, innescando una ulteriore spinta deflattiva che accompagnata, nondimeno, dal crollo dei prezzi di petrolio, degli energetici e delle materie prime in generale, incancrenirà i già disastrati PIL della €uro-Zone. Finalmente sentiremo chiamare le cose con il proprio nome: non più “bassa inflazione” ma deflazione. Non più “bassa attività economica” ma stagnazione. Vi assicuro che verrà rispolverato un termine che unisce le due parole e che spaventa gli ottimisti senza ragione e i soliti buonisti: STAGFLAZIONE.

Oramai da tre anni i maggiori estrattori minerari stanno soffrendo per il prezzo calante derivante dalla sempre più scarsa domanda. Più di una volta vi ho raccontato di quanto si sia diminuita l’attività estrattiva in Australia: è chiaro che quest’ultima è da un bel pezzo una economia matura e non subirà contraccolpi troppo duri e immediati ma se pensiamo agli emergenti la situazione si complica, e non di poco.
Dai dati di ieri relativi al Sudafrica, le estrazioni minerarie annue ci raccontano di un disarmante -1,1% che è pari al 300% in meno del +2,27% previsto. Oggi le Filippine hanno comunicato che il loro export annuo si è fermato a +2,9% dal +11% previsto. La Turchia ha comunicato i dati del PIL annuo, aumentato solo del 1,7% rispetto al 3% atteso. Il Brasile è già passato ad un PIL negativo, mentre anche in India i prezzi non salgono più come prima. Le bilance commerciali delle tante Nazioni come il Sudafrica, la Turchia o le Filippine, troppo esposte alla domanda estera, crolleranno e il debito netto esterno non potrà far altro che salire, simmetricamente alla disoccupazione e in netto contrasto con la conseguente discesa dei salari che innescheranno malessere sociale, tensioni e rivolte cruente che se represse nel sangue porterebbero in breve tempo ad una guerra civile. A tutto ciò aggiungete l’imminente aumento dei tassi USA che farà alzare maggiormente il debito estero senza, peraltro, che si aggiunga nuovo debito ma sol perché il dollaro si rivaluterà.

E gli altri di €Z come stanno andando?

L’Italia, da quanto annunciato da ISTAT giorni fa, è alle prese con la più alta disoccupazione di sempre (quasi al 13% quella ufficiale e ben sopra il 50% quella giovanile), accompagnata dal TERZO anno consecutivo di PIL calante, dal nuovo downgrading che ci porta al rating spazzatura di BBB- e, soprattutto, dalla disarmante impossibilita di riagganciare una pur minima crescita nel breve periodo.

Dalla Francia ci fanno sapere che:
1) la bilancia commerciale prosegue nel suo trend negativo da tempo immemore, facendo segnare -4,6 miliardi di €uro, al di sopra di 100 milioni di quanto stimato (-4,5 mld);
2) La produzione industriale mensile scende del -0,8%, mentre il consensus era a +0,2%.

Dall’Olanda ci dicono che la produzione manifatturiera mensile è calata al +0,1% dal +1,4% atteso.

La Gran Bretagna pochi giorni fa ha comunicato che il PIL relativo al 2014 crescerà di un bel +3,00%: davvero un ottimo risultato ma la bilancia commerciale inglese ci parla di un’esposizione che a fine anno sarà intorno ai 150 miliardi di €uro. Nel solo mese di Novembre è stata negativa per ben -9,62 miliardi di sterline, continuando ad essere negativa più del previsto. La UK importa soprattutto del resto di €Z, poiché la bil comm non U€ fa segnare “solo” -3,58 mld: lascio a voi immaginare chi sia il partner €uro-peo che più ha esportato verso “la perfida Albione”.

Anche i dati relativi alla opulenta Svizzera e alla fredda Norvegia oramai sono spesso sotto le stime, benché continuino ad essere i meglio messi nel panorama deflattivo generale.

Sono più di tre anni che snocciolo dati e li interpreto a modo mio e, benché abbia sempre avuto più che ragione, tutto ciò non mi consola affatto: mi aspettavo una maggiore presa di coscienza dagli italiani che evidentemente non si è verificata.

A cosa possono servire tante informazioni se poi non si riesce a farle fruttare per un progetto collettivo? In verità non so se valga ancora la pena di affannarsi a capire e a cercar di spiegare.

Ma di una cosa sono certo: continuando di questo passo saremo travolti dagli eventi e non saremo in grado di opporre alcuna resistenza.
Roberto Nardella

#tictac

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