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Industria UE: il 2026 sarà un altro anno di Passione. I motori USA e Cina sono spenti, Bruxelles e Francoforte osstacolano

L’accordo capestro col gas USA e la chiusura di Pechino affondano la manifattura. Bruxelles rivede le stime al ribasso: è crisi strutturale.

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Siamo al 2 gennaio 2026 e, come volevasi dimostrare, il “miracolo” della ripresa industriale europea non c’è stato. Anzi, la stagnazione non è più una notizia, ma una cronica certezza. Il settore manifatturiero, un tempo cuore pulsante dell’economia continentale (e soprattutto tedesca), continua a scontrarsi contro un muro di gomma fatto di politiche miopi e shock esterni prevedibili.

Prima ci hanno raccontato che l’inflazione era “transitoria“, poi la BCE ha strangolato la domanda con tassi assurdi. Poi ci hanno detto che l’energia costosa era “il prezzo della libertà“. Risultato? Costi di produzione alle stelle e competitività azzerata. Ma nel 2025 è arrivata la mazzata finale: il crollo della domanda dai due mercati che tenevano in piedi la baracca, Stati Uniti e Cina. E indovinate un po’? Le previsioni per quest’anno sono ancora più nere.

Il “Pasticcio” Americano: siamo diventati una colonia energetica?

Partiamo dagli Stati Uniti. I dati Eurostat sono impietosi: il surplus commerciale europeo verso gli USA è crollato a 40,8 miliardi di euro nel terzo trimestre, un calo secco del 13,3%. Ma come, non avevamo fatto un “grande accordo” l’estate scorsa?

Sì, ed è qui che la situazione diventa tragicomica. Bruxelles ha firmato un patto che sembra scritto sotto dettatura:

  • L’UE si impegna ad acquistare gas americano per 750 miliardi di euro entro il 2028.
  • L’UE faciliterà investimenti per altri 600 miliardi.
  • In cambio? Gli USA hanno “gentilmente” fissato una tariffa fissa del 15% (invece del 27,5% che rischiavamo su auto e altro).

In pratica, paghiamo il pizzo energetico per avere dazi comunque alti, ma “meno peggio” di prima. Un affare, vero? Questo accordo al ribasso non ha fermato l’emorragia: l’associazione di categoria BGA prevede che le esportazioni della Germania verso gli USA scenderanno sotto i 150 miliardi di euro nel 2025 (-7%). I clienti americani hanno fatto scorta all’inizio dell’anno per paura dei dazi di Trump, e ora i magazzini sono pieni. Fine della festa.

La Grande Muraglia cinese si è chiusa

Se a Ovest piangiamo, a Est non si ride. Le vendite in Cina sono crollate del 12,2%. Per la Germania, il calo è del 10%, con un export ridotto a soli 81 miliardi. Ma ha davvero senso economico stupirsi?

Ci sono tre fattori che spiegano questo disastro annunciato:

  1. Euro troppo forte: La nostra valuta si è apprezzata del 9,4% sullo Yuan. Un regalo della politica monetaria restrittiva della BCE che rende i nostri prodotti invendibili.
  2. Cambio Euro Yuan

  3. La strategia “Made in China 2025”: Pechino non ha dormito. Ha usato questi anni per sostituire le importazioni con prodotti locali. Non hanno più bisogno dei macchinari tedeschi, se li fanno da soli.
  4. Crisi interna cinese: Il crollo del loro settore immobiliare ha depresso i consumi.

La stessa BCE, con il suo solito ritardo, ammette ora che siamo di fronte a un “cambiamento duraturo”. La Cina si chiude a riccio per proteggere la sua industria dalla guerra commerciale globale, e noi restiamo col cerino in mano.

Bruxelles rivede le stime (al ribasso, ovviamente)

Di fronte a questo scenario, la Commissione Europea ha fatto l’unica cosa che le riesce bene: rivedere al ribasso le previsioni. Per il 2026 si parla di una crescita asfittica dell’1,2%. Valdis Dombrovskis, con la solita flemma burocratica, ha dichiarato che le tensioni commerciali “indeboliranno il commercio globale”. Un’analisi geniale, non trovate?

Secondo ING, il commercio globale rallenterà dallo 0,5% nel 2026. Ma il vero rischio è un altro: l’accordo commerciale USA-Cina scadrà nella seconda metà dell’anno. Se salta quello, salta tutto.

Il disastro è servito

USA e Cina valgono il 30% di tutto l’export UE. Se questi due motori si fermano, e la domanda interna europea rimane compressa dall’austerity, la deindustrializzazione non è un rischio: è un fatto compiuto. Gli indici PMI di dicembre sono peggiorati ancora. Il 2026 si preannuncia come l’anno in cui il Vecchio Continente capirà, forse troppo tardi, di essere rimasto solo, e continuerà a rimescolarsi nel proprio assurdo mix di dirigismo e di politiche sbagliate. Sino alla fine.


Domande e risposte

Perché l’accordo con gli USA viene considerato un fallimento per l’UE?

Perché si tratta di uno scambio ineguale. L’Europa si è impegnata ad acquistare enormi quantità di gas (GNL) americano e a facilitare investimenti per centinaia di miliardi, legandosi mani e piedi alle forniture energetiche d’oltreoceano. In cambio, non ha ottenuto il libero scambio, ma solo una riduzione dei dazi al 15%. In pratica, i nostri prodotti restano costosi per gli americani, mentre noi importiamo inflazione energetica e dipendenza strategica.

Perché la Cina ha smesso di comprare prodotti europei?

Non è solo una questione di crisi immobiliare cinese. Il fattore chiave è la strategia Made in China 2025. Pechino ha investito per anni per diventare autonoma nella produzione di beni ad alta tecnologia e macchinari, che prima comprava dalla Germania. A questo si aggiunge un euro troppo forte (+9,4% sullo Yuan) che rende le nostre merci fuori mercato per il consumatore cinese medio.

Che ruolo ha la BCE in questo declino industriale?

Un ruolo centrale e negativo. Mantenendo tassi di interesse che hanno favorito l’apprezzamento dell’euro, la BCE ha danneggiato l’export, rendendo i prodotti europei più cari all’estero. Inoltre, la politica monetaria restrittiva ha depresso la domanda interna europea: se i cittadini europei non hanno soldi per comprare, e l’export crolla per il cambio e i dazi, alle industrie non resta che chiudere o delocalizzare.

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