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LE INCERTE OPZIONI DI SALVEZZA ITALIANA-2: UN’AGENDA OLTRE IL…GOLD STANDARD

Da Orizzonte48 di Luciano Barra Caracciolo, già membro del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa, eletto nella componente del Consiglio di Stato, tra l’altro autore del libro Euro e (o?) democrazia costituzionale. La convivenza impossibile tra costituzione e trattati europei (Dike Giuridica Editrice).

 

LE INCERTE OPZIONI DI SALVEZZA ITALIANA-2: UN’AGENDA OLTRE IL…GOLD STANDARD

 
 
 
In prosecuzione delle tematiche emerse dall’ultimo post, ci pare utile focalizzare partendo da questo commento di Mauro Gosmin:
“…Se devo essere sincero questo post mi ha messo in confusione, ma il problema italiano da 30 anni, post divorzio Tesoro/banca d’Italia non è anche la mancata crescita del mercato interno? 
Non è questa contrazione che riduce gli investimenti e quindi la Produttività
E la crisi che è scoppiata in eurozona non è una crisi fra creditori ( paesi del centro) e debitori (paesi periferici)? La Spagna, la Grecia il Portogallo si sono indebitati con gli emergenti o con i paesi core? “
 
Queste domande pongono un’esigenza di armonizzazione tra i diversi livelli, macroeconomico e diciamo “industriale” e di politica fiscale” che consentono, a mio parere, e nei limiti delle mie capacità di sviluppo, di rispondere in modo da conciliare sinteticamente le contraddizioni apparenti alla base delle perplessità di Mauro (e non solo).
Proverò dunque a formulare la mia ipotesi-diagnosi utilizzando le risposte già date sul blog, con  opportune integrazioni “migliorative”.
 
Il problema della mancata crescita interna si è posto, per via del vincolo sul cambio, inizialmente, cioè fin dalla introduzione dello SME (e del divorzio) come output-gap e quindi come disoccupazione al di sopra delle potenzialità produttive del sistema industriale (un problema comune a tutte le economie occidentali a seguito dell’adozione di un certo paradigma monetarista e neo-liberista). 
Consideriamo sempre che questo è un dato sostanzialmente trascurato nelle analisi attuali dei mainstream, che tendono a evidenziare “altri” problemi strutturali…sbagliati.
Ma questo è del tutto ovvio, perchè agire su questi fattori “fuorvianti” è una scelta obbligata per ESSI: sarebbe altrimenti posto in pericolo l’obiettivo sostanziale della strategia ordoliberista, che si realizza, abilmente “mimetizzato”, in quanto i suoi slogan pop inneschino un nuovo “senso comune diffuso” e una costante “inversione dei rapporti causa-effetto” (si tratta, come ben sapete, della più attuale versione della “doppia verità” liberista, unita all’autorazzismo colpevolizzatore mediatico suo coessenziale strumento di controllo socio-politico).
Esiste un “post 1992” (uscita dallo SME, ma quasi simultanea adesione al Trattato di Maastricht), fino al 1996 (rientro nello SME ristretto e sostanziale rivalutazione), e poi ancora più acutizzato nel 1996-99, che è fatto essenzialmente di calo degli investimenti-flessibilizzazione del lavoro (fase iniziale) dovuti alla manovra fiscale di convergenza (sui parametri di Maastricht)
Ma con l’entrata in vigore dell’€ circolante, quando ancora non era (del tutto) manifesto il forte deterioramento in corso sul saldo CAB, subentrò l’effetto-ricchezza sugli immobili e lo spiazzamento conseguente del risparmio-investimento.
 
Cioè, in termini storici, l’effetto SME-divorzio è una compressione della domanda privata ed estera cui supplirono, in parte, forti deficit pubblici, instaurando prima ancora che una fase di drastica deindustrializzazione, una lenta agonia in tale direzione, unita ad una gigantesca redistribuzione del reddito verso i detentori del debito pubblico
 
Poi, nel post Maastricht, agiscono i limiti fiscali di deficit e di debito pubblico, prevalendo la leva fiscale unita all’effetto accelerato, e ancora non ammesso, delle riforme del mercato del lavoro.
Ma certamente un nostro “spiazzamento” sull’immobiliare, subìto e non governato, ha aggiunto altri elementi, non puramente legati al cambio ed alla percezione del calo degli interessi (problemi connessi, certo, ma in qualche modo gestibili diversamente). 
Col senno di poi, non è facile dire se il “partito delle tasse” (o “delle banche”, piuttosto che quello della “evasione tollerata” (inizialmente) per mantenere il consenso del proprio elettorato, avrebbero saputo esprimere la politica industriale che suggerisce retrospettivamente Cesare. Riterrei di no, e non solo perchè i fatti lo dimostrano: ancora più importante è constatare quanto ancora oggi non abbiano compreso ed ammesso i propri errori.
Quel che è certo è:
– che il nostro sistema perde in accelerazione quote di mercato UE a causa della “mossa” tedesca sul REER (cioè dopo le riforme Hartz e la “loro” manovra sull’IVA); 
– che i vincoli fiscali si assommano allo spiazzamento sull’immobiliare nell’amplificare la perdita di competitività extra-UEM, determinata dagli insufficienti investimenti (rispetto al livello necessario per “differenziarsi”, quanto a processi-prodotti, e mantenere la competitività);
– Che, peraltro, tali investimenti, potevano conseguire solo ad una diversa e tempestiva politica fiscale, che ri-orientasse i comportamenti dell’offerta e degli stessi consumatori. Che, cioè, colpisse da subito il settore immobiliare, i flussi di consumo e di esportazione di capitali (evasione) che ne conseguirono, e agisse con un forte stimolo, determinato da quel gettito “mirato”, indirizzando la spesa pubblica e lo sgravio simultaneamente verso ricerca e investimenti connessi, con la attenuazione “a regime”, (non a termine e priva di selettività) del trattamento fiscale degli utili reinvestiti (tralasciando l’assurda IRAP).
Ora, essendo in recessione, la base imponibile (domanda interna) non consente questa manovra a scoppio ritardato che si sta rivelando troppo distruttiva (quand’anche fosse svolta in modo coerente: e non lo è).
Cioè, a partire dal 2002, diciamo, si sarebbe dovuto:
togliere di mezzo l’IRAP (la cui illegittimità costituzionale, per irrazionale e evanescente individuazione di un’autonoma capacità contributiva, avrebbe dovuto essere dichiarata da un bel pezzo..);
aumentare, indicizzandole ragionevolmente con tempestive ricerche di mercato, le rendite catastali: non far finta di nulla ed agire tardivamente quando i conti pubblici e la fuga all’estero degli extra-profitti  da change over già avevano posto gravi e prevedibilissimi problemi;
aumentare l’IVA (in simmetria all’azione tedesca, tra l’altro), incidente sui settori sensibili all’importazione massiccia “sostitutiva” (certo in modo approssimativo non potendo fare aiuti di Stato o restrizioni dirette delle importazioni);
rivedere le aliquote dell’imposta sul reddito, (alzando in particolare la soglia di applicazione di quella al 38%), e consentire forti deduzioni dal reddito imponibile di spese di beni e servizi opportunamente individuati, in modo da far emergere così anche le basi imponibili delle relative attività (le stesse che avrebbero nascosto i profitti da change over e esportando il frutto di tale evasione);
– incentivare il reinvestimento di utili in settori estranei all’immobliare, e specialmente nell’IRS, evitando così la preferenza per la liquidità del risparmio creato dall’ “effetto richezza” immobiliare e dai profitti generati dal conseguente extra-flusso di consumi (ribadiamo massicciamente, quando non totalmente, esportato off-records);
– istituire subito un consistente credito pubblico alle esportazioni;
evitare ulteriori flessibilizzazioni del mercato del lavoro, cosa che amplificò lo “spiazzamento” non solo verso il settore immobiliare ma anche verso i servizi e il manifatturiero labor-intensive;
– fare spesa pubblica, anche non rispettando il deficit al 3% nella misura in cui GER e FRA simultaneamente non lo rispettavano, in formazione e ricerca pubbliche (anche nel campo energetico) nonchè in infrastrutture diffuse localizzate nelle realtà urbanizzate (
evitare accuratamente l’applicazione della riforma del Titolo V della Costituzione e provvedere alla sua immediata revisione (politicamente la Lega avrebbe reso ciò impossibile successivamente al 2001, e d’altra parte l’errore imperdonabile fu proprio quello di concretizzare tale riforma nel 2000).Ma con Prodi, Amato e Tremonti (per motivi diversi, ma sempre ..sbagliati) non era pensabile una organica politica fiscale e industriale del genere.Oggi è tardi e diviene prociclica, nella parte che stanno realizzando in ritardo, mentre nella parte mai realizzata, ignorano il moltiplicatore fiscale e Haavelmo, e si sono legati a vincoli fiscali ancora più stringenti.
Insomma avremmo dovuto avere governati nell’interesse dell’Italia (ohibò!) e cognita causa su quale fosse la struttura industriale italiana.
E comunque dove li troviamo, ancora oggi, i governanti dotati di queste conoscenze e di questa coscienza dell’interesse generale?
Come ne usciamo in termini pratici? 

 
Beh. questo angoscioso interrogtivo ci rinvia al post precedente, cui tanto hanno contribuito le analisi di Francesco Lenzi.
Ma, più esattamente, ci rinvia ad un passaggio della introduzione di tale post, laddove sottolineavo (e preannunziavo) come si dovesse prendere in esame, come linea di difesa “estrema”, la “ipotesi di Cesare Pozzi che, con ragionevolezza in premessa assolutamente condivisibile, ci dice, – è meglio chiarirlo subito- che first of all, dobbiamo disporre di un modello coerente e consapevole che rilanci e valorizzi gli assets di sistema di cui ancora oggi l’Italia (non si sa ancora per quanto) dispone.
Il suo “facciamoci buttare fuori“, implica la priorità di questa realizzazione politico-economica e, sopratutto di modello di sviluppo industriale.  
Quali siano le meditate conseguenze del fissare una tale priorità programmatica, verrà in dettaglio passato in rassegna; ma possiamo preannunciare che, in termini di Costituzione democratica e di riattivazione della fondamentale Costituzione economica, la soluzione sintetizzata da Cesare, rinvia direttamente sia alla sovranità sia alla indispensabile ed immediata “disponibilità” di una nuova e diversa classe dirigente (politica e “economica” nel senso riferibile alle istituzioni autorappresentative delle forze produttive).
 
Ora il passaggio fondamentale, al di là dell’insieme di misure da me sopra elencate e che certamente possono essere oggetto di perfezionamento e integrazione (più) meditate, rimane il “facciamoci buttare fuori” e la, necessaria e correlata, riattuazione della nostra Costituzione economica, che in effetti è essenzialmente riflessa nell’insieme di misure da me sopra elencate.
 
Io stesso, alla prospettiva “facciamoci buttare fuori“, ho in un primo tempo avuto una reazione di semi-sconcerto. 
Ma il punto rimane, e lo trovo condivisibile, che si può ripensare la nostra società, il nostro modello economico solo agendo in un’ottica che definisca, appunto, la nostra traiettoria culturale “COME SE” l’elemento valutario non ci fosse: rammentando che l‘euro funziona da gold-standard ma non lo è
Lo è solo se:
a) si accetta un’idea di Stato –  connessa inscindibilmente con gli obblighi costituzionali incombenti sugli organi di governo-, alterata dai vincoli fiscaliesterni“, di Maastricht, Lisbona e del FC;
b) se si rinuncia conseguentemene non tanto alla propria capacità negoziale (peraltro del tutto assente), ma alla stessa idea di interesse nazionale prevalente come salvaguardia della democrazia costituzionale e, proprio, nella stessa interpetazione delle clausole e dei vincoli dei trattati.
Il “facciamoci buttare fuori” ha una portata per molti versi clamorosa e finora sottovalutata.
Ne parleremo appositamente in un prossimo post, ripartendo dall’analisi appena ora svolta…

 

 

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