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IN UN REGIME DA FASCISMO FISCAL€ LE MULTINAZIONALI ALMENO PAGHINO LA W€B TAX! (A.M. Rinaldi)

Credo che anche l’uomo della strada abbia ormai perfettamente compreso che l’appartenenza a un’unione monetaria come quella europea preveda esclusivamente il ricorso fiscale per il reperimento del fabbisogno finanziario dello Stato. In poche parole, visto che il modello economico preso a supporto dell’euro si fonda sulla stabilità dei prezzi (inflazione) e il rigore dei conti pubblici fino al perseguimento del pareggio di bilancio, i cittadini e le imprese sono considerati a tutti gli effetti gli unici prestatori di ultima istanza in mancanza di una banca centrale che assolva anche a questo fondamentale compito e come avviene peraltro in tutti gli altri paesi del mondo che si avvalgono di sovranità monetaria.

Risulta abbastanza semplice pertanto capire quindi che ogni “lira” spesa (pardon il lapsus freudiano!) deve essere “coperta” da un’altrettanta “lira” proveniente dal gettito fiscale. Perciò siamo tartassati e spremuti fino alla fine e l’azione dei governi europei, in primis quello italiano, è tesa esclusivamente a reperire per mezzo del gettito fiscale le risorse per il funzionamento dello Stato sottostando supinamente alle direttive e vincoli europei sempre più rigidi e pressanti visto che più prima che dopo entrerà a pieno regime il Fiscal Compact, uno dei tanti meccanismi automatici concepiti dalla UE per sottrarre quel poco di autonomia e flessibilità rimasta ai paesi membri. Se aggiungiamo poi che lo Stato, in questa sua azione di reperimento spasmodico di risorse, non lesina mai nel tagliare coperture sanitarie e allungare l’età pensionabile, si produce l’ulteriore effetto di trasferire le mancate prestazioni al cittadino in costi paragonabili ad ulteriori gravosi prelievi! Non a caso da quando è iniziata a circolare la parola “Maastricht” il Belpaese ha conseguito avanzi primari continuativi e non riscontrabili per entità in nessun’altra parte del globo!

Ebbene tutto questo ha permesso inoltre che paesi come il nostro abbiano messo in atto via via normative fiscali assimilabili ad un vero e proprio regime da “fascismo fiscale”, con i contribuenti vessati, estorti, costretti a subire azioni di “stalking” da parte delle istituzione preposte alla riscossione al fine di pagare sempre più senza nessuna possibilità di autodifesa e contradditorio. Sono state promulgate leggi e regolamenti che, con la scusa formale ad esempio di rafforzare la lotta alla mafia e al riciclaggio, hanno paradossalmente fornito formidabili strumenti coercitivi d’indagine e di esazione allo Stato per colpire invece semplici cittadini e imprese che non hanno nulla a che spartire con la mafia e con il riciclaggio! I manganelli e i fiaschi di olio di ricino sono stati sostituiti dalle cartelle esattoriali senza possibilità di istaurate un rapporto equo e paritetico proprio come accadeva quando ti venivano a cercare a casa quelli in divisa e con gli stivali lucidi.

Solo che ora è lo Stato, o chi da esso delegato, che invece dovrebbe tutelare e protegge! Se poi aggiungiamo che tutto questo è enfatizzato, stimolato e portato avanti con forza e convinzione da un governo che si definisce “di sinistra” e “progressista” il cortocircuito è totale.

Insomma pur di incassare “una lira in più” si sono andati a ledere dei diritti elementari che dovrebbero rimanere intatti a fondamento inalienabile di qualsiasi società che ancora si definisce democratica e che ricordano molto da vicino metodi messi in atto dalle peggiori dittature del passato e tutto questo per aver ceduto la Sovranità, non solo monetaria, a delle oligarchie non elette a Bruxelles che perseguono interessi di pochi a discapito di molti.

D’altronde uno dei motivi principali del “disamore” che sta sempre più montando da parte dei cittadini nei confronti dell’Unione Europea è che ormai il “prezzo” che si sta pagando in termini di austerity per tentare di mantenere in vita l’euro sia notevolmente superiore ai “benefici” ottenuti e la governance europea sta cercando di correre ai ripari con azioni di “controbilanciamento”.

E qui entra in ballo la cosiddetta web tax, cioè una normativa europea concepita ad hoc in modo da imporre“un’imposta su una quota dell’utile mondiale delle società digitali da ridistribuire a ciascun Paese membro in base alla percentuale di utili ottenuti in tale Stato”, per costringere i “colossi del web” a pagare le tasse dove si producono effettivamente i redditi e non come ora in paradisi fiscali. Se ne è parlato al vertice di Tallin dello scorso ottobre con la promessa di dare il tempo ai legislatori europei di predisporre un testo da sottoporre all’approvazione comunitaria entro la primavera 2018  “accettando” i consigli e suggerimenti di chiunque con la compilazione, anche anonima, di un formulario on-line entro gennaio prossimo:

https://ec.europa.eu/eusurvey/runner/Digital_economy

Addirittura per la presentazione di questa sorta di consultazione pubblica si è scomodato Pierre Moscovici, Commissario per gli Affari economici e finanziari della UE, che per l’occasione ha dichiarato: “è innegabile che il nostro quadro fiscale non è più in linea con lo sviluppo dell’economia digitale né con i nuovi modelli imprenditoriali. Dobbiamo trovare una soluzione a livello di UE che dia risposte forti alle imprese e agli investitori nel mercato unico”.

Personalmente sono pienamente d’accordo che si proceda finalmente a “far pagare le tasse” anche alle multinazionali come Google, YouTube, Facebook, Twitter, Amazon, Apple, IBM, Microsoft… visto che è inaccettabile che i comuni mortali e le imprese (specialmente le nostrane PMI) siano rimasti i soli ad essere letteralmente massacrati senza nessuna possibilità di scappatoie. Sapere che i colossi del web riescono a pagare solamente spicci sugli immensi utili macinati proprio grazie alla possibilità di avvalersi di zone fiscali franche e paesi compiacenti non è certo acqua per il mulino della UE desiderosa come mai nel rifarsi una cosmesi più vicina ai cittadini stabilendo un equilibrio di trattamento fiscale più equo all’interno del mercato unico.

Inoltre è da sottolineare che una gran parte degli utili conseguiti da queste  multinazionali, oltre a quelli prettamente pubblicitari, provengono dallo “sfruttamento” dei cosiddetti dati sensibili dei propri utenti i quali il più delle volte, ignari e inconsapevoli, forniscono loro stessi preziosissimi elementi personali che sono poi rivenduti in blocco a caro prezzo sul mercato. Come dire “cornuti e mazziati”, visto che non vengono corrisposte tasse sugli utili conseguiti anche con la commercializzazione dei dati personali forniti dagli utenti stessi!

Ma dai sempre bene informati personaggi che gravitano intorno alle faccende europee, ma che non amano troppo esporsi pubblicamente, emerge che la volontà di colpire fiscalmente le multinazionali del web da parte della Commissione UE abbia anche altri risvolti che esulano dal nobile perseguimento dell’equità e giustizia fiscale . Infatti tenuto conto del fatto che le multinazionali interessate sono essenzialmente statunitensi e che da qualche anno c’è un fortissimo braccio di ferro con gli USA su questioni che spaziano dalla finanza (supermulte alla Deutsche Bank per comportamento scorretto su manipolazione tassi mutui e mercato dell’oro) all’industria (Volkswagen, Audi, BMW, per  le emissioni dei Co2 “taroccate”) vi è il più che fondato sospetto che si desideri  fornire alle parti europee in causa un più forte “potere contrattuale” da contrapporre nelle questioni ancora aperte con gli americani.

Insomma la UE, con l’introduzione di una normativa che disciplini la tassazione dei “colossi del web”, cerca  disperatamente da una parte di recuperare “credibilità” interna per mezzo di equità fiscale che attenui le folli politiche di austerity non più sostenibili se non pagando un altissimo prezzo ai “populismi” dilaganti e dall’altra di controbilanciare le questioni ancora aperte oltreoceano.

Nel mezzo ci siamo noi poveri cittadini con la speranza che almeno questa volta le leggi siano uguali per tutti e non, come fino ad ora, solo nelle buone intenzioni.

Antonio M. Rinaldi


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