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“IN RICORDO DI DANTE ALIGHIERI, Giuseppe PALMA COMMENTA IL V CANTO DELL’INFERNO”

IN OCCASIONE DEL 750esimo ANNIVERSARIO

DELLA NASCITA DI DANTE ALIGHIERI

(maggio/giugno 1265 – maggio/giugno 2015)

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SCENARI ECONOMICI

presenta lo SPECIALE:

 

“IN RICORDO DI DANTE ALIGHIERI,

Giuseppe PALMA

COMMENTA

IL V CANTO DELL’INFERNO”

 

***

 A) INTRODUZIONE:

 

Quest’anno ricorre il 750esimo anniversario della nascita di DANTE ALIGHIERI, padre della lingua italiana. Già! Questo è l’unico Paese al mondo dove prima è nata la cultura e poi è la Nazione! La bellezza italiana è anche questa!

Noi di SCENARI ECONOMICI siamo tra i blog di economia e finanza più letti in Italia, quindi scriviamo di economia, diritto, mercati finanziari, Unione Europea, moneta unica e attualità politica. Ma l’identità italiana, rappresentata dalla nostra storia, dalla nostra arte, dalla nostra musica, dalla nostra lingua e dalla nostra letteratura, troverà sempre uno spazio prestigioso sul blog di Scenari!

Non esiste economia, diritto o attualità politica senza che prima non esistano Piero della Francesca e Dante Alighieri, Giacomo Leopardi e Giuseppe Verdi, Leonardo Da Vinci e Alessandro Manzoni, Giacomo Puccini e Francesco Petrarca. Questo deve essere ben chiaro, altrimenti – come Paese – non avremo futuro!

 

Premessa: Dante nacque a Firenze nel 1265; il giorno esatto non lo si conosce, ma presumibilmente in una data compresa tra il 21 maggio ed il 21 giugno, infatti nel Paradiso (Canto XXII, vv. 151-154) si legge: “L’aiuola che ci fa tanto feroci, / volgendom’ io con li etterni Gemelli, / tutta m’apparve da’ colli a le foci; / poscia rivolsi li occhi a li occhi belli” quindi, con ogni probabilità, nacque sotto il segno zodiacale dei Gemelli.

 

Fatta questa premessa, in occasione del 750esimo anniversario della nascita di Dante mi occuperò di leggere insieme a voi – e di commentare – i più bei Versi del V Canto dell’Inferno, quello dell’Amore tra Paolo Malatesta e Francesca da Rimini.

 

Ah, dimenticavo. Non sono un improvvisato critico letterario. Su Dante ho già scritto un saggio intitolato: “Dante Alighieri e la cultura dell’Amore […]” – GDS, luglio 2010, dal quale ho ovviamente preso ampio spunto per scrivere questo articolo.

 

***

  B) COMMENTO AL V CANTO DELL’INFERNO

 

Senza nulla togliere ai restanti novantanove Canti dell’opera, il V Canto dell’Inferno è quello più affascinante e che maggiormente racchiude il significato del Vero Amore secondo la cultura cristiana del Trecento.

In questo speciale tratterò solo la parte riguardante l’incontro di Dante con le anime di Paolo e Francesca, perché è proprio in questi pochi endecasillabi che il Poeta racchiude il significato più alto dell’Amore, quel binomio perfetto ed inscindibile tra l’aspetto spirituale e materiale dello stesso.

Prima di iniziare a leggere il testo, si rendono doverose talune premesse. Dante, che si trovava nel primo cerchio dell’Inferno (cerchio primaio), discende nel secondo cerchio dove si trovano i lussuriosi travolti incessantemente dalla bufera, così come in vita furono travolti dalla passione. Giunto nel secondo cerchio il Poeta incontra Minosse (Stavvi Minòs), re giusto e severo, che giudica i dannati arrivati all’Inferno, cingendosi la coda tante volte quanti erano i gironi in cui far precipitare le anime (…essamina le colpe ne l’intrata; / giudica e manda secondo ch’avvinghia. / Dico che quando l’anima mal nata / li vien dinanzi, tutta si confessa; / e quel conoscitor de le peccata / vede qual loco d’inferno è da essa; / cignesi con la coda tante volte / quantunque gradi vuol che giù sia messa.). Davanti a Minosse ci sono dunque molte anime, le quali, dopo aver dichiarato i propri peccati, piombano giù nel relativo girone (Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: / vanno a vicenda ciascuna al giudizio, / dicono e odono e poi son giù volte).

Minosse, accortosi della presenza di Dante, gli dice di stare attento a quel posto infernale e di non farsi ingannare dal facile ingresso. Virgilio, che accompagna Dante all’Inferno, si rivolge parecchio infastidito a Minosse e gli risponde di non intromettersi! A questo punto troviamo, secondo me, tre degli endecasillabi più significativi dell’intera essenza della cristianità: «Non impedir lo suo fatale andare: / vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare». In questi Versi Dante racchiude la dimensione più alta dell’insegnamento del Cristo: è del tutto inutile che altri impediscano quel fatale cammino che Dio ha scelto per ciascuno di noi (Non impedir lo suo fatale andare), perché del nostro destino, appunto, si è deciso in quel posto dove è possibile fare tutto ciò che si vuole, cioè dove si trova Dio (vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole), quindi, altro è meglio non chiedere (e più non dimandare).

A questo punto Dante inizia a vedere anime travolte dalla bufera: “La bufera infernal, che mai non resta, / mena li spirti con la sua rapina; / voltando e percotendo li molesta”, e si sofferma su due di esse : “Poscia ch’io ebbi ‘l mio dottore udito / nomar le donne antiche e’ cavalieri, / pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. / I’ cominciai: «Poeta, volentieri / parlerei a quei due che’ nsieme vanno, / e paion sì al vento esser leggieri». / Ed elli a me: «Vedrai quando saranno / più presso a noi; e tu allor li priega / per quello amor che i mena, ed ei verranno». Il Poeta, dopo aver ascoltato Virgilio su anime di cavalieri e di donne travolte dal vento, pone l’attenzione su altre due anime che viaggiano insieme e che appaiono leggere nel vento, e chiede al suo Maestro (Virgilio) di poter parlare con loro. Da questo momento in poi inizia un elogio al Vero Amore.

 

Breve introduzione storica: quelle due anime che hanno attratto l’attenzione del Poeta sono le anime di Francesca da Polenta e Paolo Malatesta. Francesca da Polenta, o più comunemente conosciuta come Francesca da Rimini, fu data in sposa da suo padre all’età di 15-16 anni a Giovanni Malatesta, detto Gianciotto per via di una malformazione fisica. In realtà Francesca pensava di essere stata data in sposa al fratello di Gianciotto, Paolo per l’appunto, che invece era di bellissimo aspetto. Quando la ragazza si rese conto che avrebbe dovuto sposare Gianciotto e non Paolo, non riuscì a togliersi quest’ultimo dalla testa perché lo aveva visto di persona e già da subito gli era piaciuto. I due (Paolo e Francesca) iniziarono una relazione di nascosto, e, ci racconta Dante, mentre leggevano un libro sulla storia di Lancillotto che si innamorò di Ginevra (galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse), Paolo, che mai Francesca aveva dimenticata, la bocca le baciò tutto tremante. Fu quello il momento in cui Gianciotto sorprese i due amanti baciarsi e li uccise (quel giorno più non vi leggemmo avante).

 

Iniziamo la lettura e il commento dei più bei versi del Canto:

«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso
.

Francesca si rivolge a Dante e gli dice: “noi che tingemmo il mondo del colore del sangue, se con noi fosse benevolo il re dell’universo (Dio), lo pregheremmo perché lui ti desse la pace, poiché tu hai pietà del nostro peccato perverso”.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Francesca si presenta e dice a Dante che la città (terra) dove è nata (Ravenna) è adagiata sulla costa marina dove il Po scorre per avere riposo (pace) insieme ai suoi affluenti (seguaci sui). A questo punto inizia una lectio magistralis sull’Amore Vero.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Francesca parla dell’Amore che Paolo provò nei suoi confronti: “L’Amore, che è capace di prendere solo i cuori gentili, prese il cuore di Paolo al quale piacevo molto, ed il modo (la quantità dell’amore) in cui piacevo a Paolo ancora mi vince”. In altre parole Francesca è vinta dal modo in cui Paolo la ama e la desidera, quindi dice a Dante che lei piacque così tanto a Paolo che quel desiderio fu talmente vero e carnale che lei stessa, nel ricordarselo, è vinta. E’ proprio in questi versi che troviamo il binomio inscindibile tra Amore spirituale ed Amore carnale, l’uno a complemento dell’altro, l’unione perfetta tra i due aspetti dell’Amore solo apparentemente opposti, ma in realtà completamente e perfettamente amalgamati e indissolubili. A Paolo, Francesca gli piaceva veramente, se la sarebbe mangiata di baci e non solo, l’amava con lo spirito e con la carne al tempo stesso. L’endecasillabo “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende”, ha anche un altro significato di cui sono pienamente convinto: l’Amore non è per tutti, non tutti infatti possono provarlo perché esso va (s’apprende) solo dai cuori educati all’Amore! A tal proposito anche Guido Guinizzelli, altro illustre esponente del Dolce Stil Novo, ribadì tale concetto in “Al cor gentil rempaira sempre amore”. Il principio nobile dell’Amore secondo il quale esso s’apprende solo ai cuori gentili, porta anche a valutare un altro aspetto secondo me importantissimo, cioè che l’Amore, quello Vero, elèva gli uomini a tal punto da renderli diversi e distanti dalla mediocrità generale, e ciò è confermato anche da Dante in una terzina del II Canto dell’Inferno, in cui Santa Lucia, rivolgendosi a Beatrice, le dice: “Beatrice, loda di Dio vera, / chè non soccorri quei che t’amò tanto, / ch’uscì per te de la volgare schiera?”. Questi versi ci dimostrano che l’Amore, quello unico ed irripetibile, porta l’essere umano a distinguersi dalla mediocrità che lo circonda, collocandolo su di un livello superiore e distante dalla “volgare schiera”, cioè dalla massa.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Questa è la terzina più conosciuta al mondo e sulla quale si fonda l’intera dottrina cristiana sull’unicità dell’Amore: “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” significa che l’Amore dato non è mai perso, cioè che non esiste Amore non corrisposto in quanto ciò che proviamo per una persona (o per un qualcosa), ci ritorna indietro in egual misura, e, infatti, continuando a leggere ne abbiamo la contezza: “mi prese del costui piacer sì forte, / che, come vedi, ancor non m’abbandona”. Francesca fu talmente presa dal piacere, dall’Amore e dal desiderio che Paolo provava per lei che, nonostante siano entrambi morti e si trovano all’Inferno, quel piacere non l’ha ancora abbandonata e se lo porterà dentro di sé per sempre. In altre parole questi tre endecasillabi ci dicono che non esiste Amore sprecato, che nulla di ciò che proviamo (o abbiamo provato) per qualcuno o per qualcosa finisce tra la spazzatura del tempo; tutto ciò che diamo con il cuore e con l’anima ci ritorna indietro nella stessa misura in cui lo doniamo. A tal proposito vorrei spiegare meglio il concetto dell’unicità dell’Amore attraverso un passo del Vangelo secondo Luca (8,43-48), vale a dire quel passo in cui Gesù, mentre passeggiava con Pietro, fu accolto da una folla che, sapendo che il Nazzareno era in grado di fare miracoli, faceva a gara a chi più lo toccava e strattonava con la richiesta di grazie. Questa folla non ci credeva veramente, però aveva saputo che quel tale di nome Gesù faceva miracoli, e allora tutti lo toccavano con la speranza di ricevere una grazia da lui. Una donna, che si trovava per terra sanguinante, iniziò a strisciare per raggiungere anch’essa Gesù. Non avendo altro modo se non quello di strisciare, giunta ai piedi del Messia – ormai esausta – gli tirò il mantello con tutta la forza che le era rimasta, e cadde esanime. A questo punto Gesù si rivolse a Pietro e gli chiese: “Pietro, chi mi ha toccato?”. E Pietro rispose: “Maestro, tutti ti stanno toccando e schiacciando”. “No Pietro”, disse Gesù, “Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me”. Gesù, sentendosi tirare il mantello con quella forza e quella fede, nonostante lo stessero strattonando tutti, avvertì che solo una, ed una sola, lo aveva toccato per davvero con una forza ineguagliabile che proveniva dal cuore; si girò quindi verso la donna e i due sguardi si incontrarono: “Figlia”, le disse Gesù, “la tua fede ti ha salvata. Và in pace”. Il concetto di unicità del Vero Amore, quindi, lo si può desumere anche da questo passo del Vangelo di Luca. Nonostante Gesù fosse strattonato da tutti, sentì che solo una – ed una sola – lo aveva “toccato”, ed una forza uscì da dentro di lui. Quella stessa forza con la quale quella Donna lo aveva “toccato” uscì dalla sua anima in egual misura, e la ragazza fu guarita. Tutto ciò ci insegna che quando si crede veramente in qualcuno o in qualcosa (se si crede veramente), quel qualcuno o quel qualcosa si sentirà toccato all’interno della propria anima e ci risponderà, seppur con le forme più diverse ma comunque in egual misura. Uno, e soltanto uno, è l’Amore della nostra vita. Spesso, quando sentiamo dentro di noi un qualcosa di talmente forte che ci spacca l’anima, quel qualcosa viaggia per kilometri sopra le nuvole e tra le mura, fino ad arrivare al cuore e all’anima di chi vogliamo bene. Ma la cosa più sorprendente è che quel qualcuno, a sua volta, avverte e sente dentro di sé che lo stiamo “chiamando”… e ci risponde.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.

Continua Francesca: “l’Amore ci portò alla morte. Caina (è una delle zone più basse dell’Inferno in cui Dante colloca i traditori dei parenti) attende chi ci uccise (Gianciotto Malatesta, fratello di Paolo e marito di Francesca)”. E’ da notare, inoltre, che in queste ultime tre terzine troviamo il termine “Amore”per ben tre volte: il numero tre (e multipli di tre), infatti, nella cultura cristiana rappresenta la Trinità, quindi l’eternità e la continuità del messaggio divino.

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando Dante sente ciò che gli ha detto Francesca, china il viso e lo tiene basso per tanto tempo, finché Virgilio gli chiede: “Che pensi?”

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

Dante risponde a Virgilio dopo aver pensato e gli dice: “Ahimè, quanti dolci pensieri, quanto desiderio condusse costoro al tragico destino”. Questa terzina fornisce un’immagine bellissima perché molto vicina a quella che dovrebbe essere la realtà di ogni giorno. Dante, dopo aver ascoltato le parole di Francesca, abbassa il viso e si estranea a pensare, proprio come accade a ciascuno di noi quando ascoltiamo un qualcosa che ci tocca e che ci fa riflettere.

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Dante si rivolge a Francesca e le dice che le sue pene gli danno dolore.

Ma dimmi: al tempo de’ dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

Qui Dante ritorna ad essere bambino e chiede a Francesca di spiegargli esattamente il momento in cui, lei e Paolo, hanno capito che si piacevano.

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Francesca risponde a Dante: “ Non c’è cosa peggiore che ricordarsi del tempo felice quando si soffre, e questa cosa la sa anche Virgilio”.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Francesca a Dante: “Se ci tieni proprio così tanto a conoscere l’origine del nostro Amore, allora te lo dirò parlando e piangendo”. Che bellezza: Francesca parlerà a Dante ma lo avverte già da subito che mentre racconterà di quell’Amore, parlerà e piangerà contemporaneamente.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Inizia il racconto di Francesca: “Un giorno stavamo leggendo come l’Amore prese Lancillotto (un cavaliere della tavola rotonda che si innamorò di Ginevra, moglie di Re Artù), eravamo soli e senza alcun sospetto…”.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

“…Più volte durante la lettura i nostri sguardi si incontrarono, e con turbamento, ma solo un punto ci vinse…(cioè fece cadere i freni inibitori)”.

Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

“… Quando leggemmo che la bocca di Ginevra (disiato riso) fu baciata da tale amante (Lancillotto), questi (Paolo), che mai da me è stato diviso, la bocca mi baciò tutto tremante. Traditore (galeotto) fu il libro e chi lo scrisse: quel giorno finimmo per sempre in quel punto la lettura” (i due amanti finirono la lettura in quel punto esatto del libro perché, sorpresi da Gianciotto Malatesta, marito di Francesca e fratello di Paolo, furono da questo uccisi). Da questi endecasillabi si comprende tutta la delicatezza e la sensualità dell’Amore. Merita particolare attenzione l’endecasillabo “la bocca mi baciò tutto tremante”. In esso è possibile individuare tre aspetti fondamentali dell’Amore: la delicatezza, la semplicità e la carnalità. La delicatezza propria del bacio inteso come espressione principale del Sentimento, la semplicità del gesto compiuto a seguito delle emozioni provocate dalla lettura di un libro che raccontava una storia simile alla loro, ed infine il tremolio delle labbra che dimostra la sincerità, l’emozione, la profondità e al tempo stesso la carnalità di quel Sentimento vero, unico ed irripetibile.

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.

 

E caddi come corpo morto cade.

Parla Dante: “Mentre Francesca mi raccontava tutto ciò, Paolo piangeva, e di fronte a tanto strazio venni meno come si viene meno quando si ha la sensazione di morire, tant’è che caddi come cade un corpo senza vita”. La lettura dell’ultimo endecasillabo, “E caddi come corpo morto cade” (figura retorica), va fatta separando ciascuna parola come se vi fosse la virgola, cioè in questo modo: “E caddi – come corpo – morto – cade”.

***

C) CONCLUSIONI E BREVI OSSERVAZIONI SULLA BELLEZZA D’ITALIA

Mi auguro di essere stato abbastanza chiaro e di aver fornito il giusto risalto ad un grande italiano come Dante Alighieri, il quale, per amore della sua Firenze, fu costretto all’esilio e a stare lontano (fino alla morte avvenuta nel 1321) da sua moglie e dai figli. Ed è proprio da questa sofferenza che nacquero i Versi più belli dell’intera sua opera letteraria. E’ solo attraverso la sofferenza che può nascere la bellezza, e Dante ce lo insegna molto chiaramente!

Noi tutti dovremmo prendere esempio da Dante: voler bene al proprio Paese deve essere un piacere carnale che fuoriesce dai pori della pelle e dal cuore! E questo non significa essere nazionalisti (e se anche fosse non ci sarebbe nulla di male), ma significa essere parte integrante e rispettosa di un’identità – quella italiana – che non può che essere ammirata e protetta in tutta la sua bellezza: dalla letteratura trecentesca all’arte rinascimentale, dall’architettura di Roma antica a quella del Brunelleschi, dal paesaggio incontaminato delle Marche al sapore degli arancini calabresi, dagli affreschi delle Chiese medievali alla povertà dei centri storici… tutto è Italia. E non c’è nulla da scoprire! C’è già tutto! E’ tutto lì, da Secoli… dobbiamo essere noi bravi a riscoprire la bellezza d’Italia ed anteporla alla nullità del falso progresso pubblicizzato da una certa modernità inutile, brutta e – spesso – dannosa!

La bellezza non è avanti a noi, ma dietro di noi.

Giuseppe PALMA

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