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In Italia il Sistema si è Rotto: Evidenze e Considerazioni sulle (pessime) Conseguenze Attese per l’Italia

Il sistema si è definitivamente rotto, non nascondiamolo. Questa crisi ad orologeria per il Paese Italia e per il proprio sistema economico rappresenterà la fine di un capitolo di crescita e mantenimento del benessere della popolazione residente lungo 70 anni, potendo finanche portare alla fine dello Stato come lo conosciamo oggi nel caso in cui gli innegabili rischi derivanti da una composizione non democratica degli effetti materiali della crisi sulla cittadinanza non vengano canalizzati in modo opportuno, anche e soprattutto in termini di attenzione prima di tutto agli interessi del Paese e non a quelli dei singoli o peggio di preminenza degli interessi stranieri su quelli nazionali (la genesi della nomina di Mario Monti sarà un tassello importante per gli studiosi che nei prossimi anni vorranno approfondire le ragioni degli accadimenti attuali).

In soldoni, sono molti gli aspetti per cui il contratto sociale in Italia si è rotto. Andiamo ad aspetti pratici, di teoria ne ho piene le tasche, tutti ne parlano ma nessuno sembra collegare le cause alle conseguenze materiali per la cittadinanza. Per iniziare, 35 o 40 anni di lavoro regolare e di contributi pagati dovevano essere seguiti da un pensionamento decoroso mentre oggi questo assioma non è più valido ed anzi è stato deliberatamente – e senza tanti complimenti – rinnegato a partire dalla riforma Fornero e dal caso esodati. Parallelamente gli stipendi di chi lavora sono costantemente erosi a causa del fardello di tasse legato al debito da pagare, fardello che dal 2015 diverrà veramente insostenibile con l’applicazione del fiscal compact. E si noti bene, le tasse non sono l’unico costo permanente che la cittadinanza deve e dovrà sobbarcarsi, erodendo la base imponibile necessaria per vivere: infatti bisogna considerare anche i costi per i servizi diciamo esistenziali, ad es. riscaldamento, elettricità, gas, acqua, essi stessi zavorrati da costi aggiunti che poco hanno a che fare con il costo della materia prima, sia in termini di inefficienze che di vere e proprie incongruenze. Facile sarebbe citare le inefficienze ad esempio delle municipalizzate che si traducono in maggiori costi dei servizi: attenzione però che in molti casi a pensare cosi semplicisticamente si farebbe un errore in quanto esistono tariffe di riferimento e queste, come nel caso dell’elettricità, sono più basse del mercato libero (quelle del gas, più alte, sono ormai costantemente erose dall’Autorità), dunque – spesso – le inefficienze riducono semplicemente l’utile della municipalizzata e della municipalità aumentando però l’occupazione.

Il caso dei servizi idrici è invece particolare in quanto i costi sembrano alti in presenza di soggetti intermedi di tipo privato, fatto che in selezionati casi può anche far pensare ad una negazione potenzialmente illegale dei risultati del referendum sulla privatizzazione dei servizi idrici. Ma il caso più eclatante e’ costituito dalla remunerazione delle fonti rinnovabili, che ormai costano in bolletta circa come la componente energia: e’ interessante ricordare come le sovvenzioni italiane siano state fino allo anno scorso – e per molti anni – le più alte del mondo occidentale (fotovoltaico). Aspetto interessante è che le rinnovabili le paga la collettività, con poste che vengono imputate direttamente ai consumatori. E dove vanno questi soldi? Spessissimo all’estero, i grandi investimenti sono stati bancati e/o sviluppati soprattutto da aziende straniere, a leva, sottraendo risorse immense allo Stato Italiano e prelevando direttamente dalle tasche dei piccoli consumatori (e’ interessante ricordare che i grandi consumatori di fatto si può dire che non paghino ‘per legge’ il costo rinnovabile, la cosiddetta componente A3). Nel caso del fotovoltaico sopra citato la parte del leone la fanno i grandi campi fotovoltaici di proprietà dei fondi di private equity per lo più stranieri. E qui mi vien da dire che certamente gli stranieri che incassano sovvenzioni enormi dalle rinnovabili pagate dalla cittadinanza italiana vedono un’eventuale uscita dell’Itala dall’euro e/o una spirale inflattiva come fumo negli occhi. Più o meno, come vedremo oltre, lo stesso pensiero della cancelleria tedesca…

Ma, permettetemi, il punto non e’ nemmeno questo: il punto vero e’ che in un sistema a cambi fissi per recuperare competitività bisogna ridurre i costi, ed i costi cruciali per innescare la crescita sono quelli del lavoro (quelli della materia prima sono in gran parte esogeni in un mercato aperto). Ed oggi i costi italiani non sono competitivi. Oggi un operaio polacco guadagna 400 euro al mese, forse quello serbo addirittura meno, mentre uno italiano viaggia sopra gli 800/1000 euro. Le aziende giustamente si lamentano e dunque delocalizzano. Il problema è che un operaio polacco è ragionevolmente contento con uno stipendio di 400 euro mensili mentre uno italiano con 800 fa la fame. Quale e’ la differenza? In fondo, estremizzando, l’Italia ha frutta e verdura in abbondanza – e di produzione locale -, oltre a non necessitare di tanto riscaldamento invernale come la Polonia e quindi il costo della vita dovrebbe quanto meno garantire la sopravvivenza basica della popolazione. La domanda che pochi si pongono è quanto incidono i costi obbligatori della vita, pensioni, assicurazioni obbligatorie, assicurazioni varie, utilities, bolli, parcheggi, la necessita di pagare un commercialista per fare la dichiarazione dei redditi causa immensa complessità, le multe che sono diventate una tassa ecc. ecc. …. E non mi riferisco solo all’abusato cuneo fiscale, che certamente incide, ma anche a tutti gli altri costi che il sistema ci impone. Penso siano illuminanti i report allegati, tratti dall’analisi triennale di UBS sui prezzi della vita nei vari paesi: sembra chiaro che l’Italia brilli per costi della vita elevati in proporzione agli stipendi (e notasi che lo studio proposto non considera gli oneri sociali pagati dall’azienda non computati nel salario lordo, fatto che peggiorerebbe ulteriormente e sensibilmente il ranking italiano di cui alle tabelle seguenti, tratte da “Price and Earnings” – UBS CIO Wealth Management Research September 2012 – extract).

Domestic Purchasing Power UBS 2012

Price Level UBS 2012

Wage Level UBS 2012

 

Insomma, la differenza nel costo della vita sta molto nella sovrastruttura che si aggiunge all’acquisto dei beni e servizi e che serve solo per mantenere quell’insieme di entità ad oggi preminentemente nazionali che rendono l’esistenza dei cittadini incompatibile con i salari che sarebbero necessari per rendere il sistema competitivo. E notate la sfumatura relativa al fatto che le entità oggi sono “preminentemente nazionali”, ossia gli sprechi restano in Italia creando in ogni caso costi ma anche consumi, il caso delle municipalizzate e’ istruttivo (le inefficienze comunque pagano stipendi in Italia). Infatti il vero problema che vedo è che la soluzione per i costi del lavoro che ci viene subliminalmente propinata dall’Europa, e che sarà ben chiara in futuro, è non tanto di rendere competitivi i costi dei beni e servizi nazionali, quella è solo una bandiera. La verità è che, temo, ciò che si cercherà di fare sarà ridurre senza azzerare tali sovracosti ma fare in modo che i benefici residuali siano trasferiti – proprio come si fa con un asset – ai soggetti che oggi vogliono prestare denaro con l’illusione di risolvere tutte le magagne, che verranno invece solo portate più avanti. Come non citare Suez, principale attore della gestione acqua in Europa, attivissima in Italia ed in pole position per l’apertura del mercato dei servizi idrici per ora momentaneamente stoppata (andate a chiedere cosa pensano dell’acqua privata a chi deve pagare bollette multiple di quelle statali per far arrivare la stessa acqua al rubinetto!i). Da qui scaturiscono le privatizzazioni inutili, quelle di aziende che guadagnano ed occupano in Italia: l’esempio di Nuovo Pignone e’ illuminante come privatizzazione riuscita (effettuata nel post crisi del 1992, l’azienda ha per lo meno continuato ad esistere) ma anche di privatizzazione che non doveva essere fatta in quanto l’azienda era sana e guadagnava, successivamente i dividendi se ne sono andati in buona parte all’estero previa dovuta ottimizzazione via transfer prices. O del malcelato perdurante tentativo – dallo scorso febbraio/marzo- di ‘privatizzare’ ENEL, magari vendendola al tedesco o francese di turno e tradendo la stessa origine nazionale dell’attività alienata (ENEL sta per Ente Nazionale per l’Energia eLettrica), oltre a trasferire a termine utile ed occupazione all’estero. O ricordare come ENI abbia recentemente annunciato che investirà 8 miliardi in Italia nei prossimi anni: andate a chiedere ad uno straniero europeo del settore se farebbe altrettanto (memento: ad esempio Shell ha attivato il processo di vendita di tutti i distributori di carburante nella penisola mentre molti altri competitors dell’energia stanno drasticamente riducendo la presenza in Italia).

Quello che vedo con chiarezza è l’esempio greco, ossia un paese a cui si è prestato denaro, denaro che lo Stato greco non sarà mai in grado di restituire. E i cui alti saggi di interessi dovranno essere pagati dai cittadini, trasferendo parte dei propri redditi al debitore estero. In parallelo le aziende di Stato elleniche vengono ‘privatizzate’ ed in un paese quasi alla fame immaginate chi alla fine è in grado di comprare, guarda caso chi spesso è della stessa nazionalità di colui che ti presta il denaro e ti batte moneta (non è farina del mio sacco, ma di A. Rothschild: “mi si consenta di emettere e controllare la moneta di una nazione e non mi preoccuperò affatto di chi emana le leggi”). Puntuale, arriva il 2 Settembre l’annuncio di Siemens che è in corsa per acquistare Rosco, azienda di servizi ferroviari greci, assieme ad Alstom (francese) ed all’immancabile “partner” greco (in altri tempi si sarebbe forse chiamato  anche “collaborazionista”? Non mi stupirei che dietro ci fossero i capitali della stessa elite greca che indirettamente ha governato negli ultimi lustri….). 

Caso eclatante la Spagna: come riportato da El Pais, attualmente i fondi di private equity stanno comprando immobili popolari a prezzi da realizzo, anche immobili sociali, puntando a riqualificarli e poi a venderli sul mercato o ad affittarli a pigioni più’ elevateii: questo e’ un esempio che non deve essere seguito in generale e che l’Italia deve assolutamente evitare. O il caso Iberia: il 22.9 scorso il ministro dell’industria spagnolo Soria ha affermato che la ‘fusione’ tra BA (acquirente) e Iberia (acquisita) ha determinato un miglioramento dei risultati per BA ed un peggioramento per Iberiaiii (aggiungo io, con scioperi e disagi praticamente solo in Spagna: quello che e’ successo e’ che BA ha acquisito le rotte ed i servizi di valore e lasciato in Spagna i resti). Ed è lo stesso caso che rischiamo di vedere in Italia con Avio: in un articolo del 21.9 sul Corriere della Seraiv  l’illuminato Fabrizio Tamburini ha ben illustrato la possibile strategia del presente governo, vendere al partner straniero un’azienda (strategica) che fa propellenti per missili, avendo come acquirente di fatto il ministero della difesa francese. Ma siamo impazziti? Come si fa a vendere un’azienda così importante e soprattutto che guadagna? Anche perchè, analizzando bene il caso, Avio/Finmeccanica è veramente un caso eclatante e che ben illustra la commistione economico politica di uomini pubblici che non fanno certamente il bene del paese. Prima di tutto ricordiamo come tra i consulenti strategici che devono studiare il futuro di Finmeccanica ci sono soggetti in odor di servizi segreti (francesi), si rammenti il caso della professoressa dell’Institut d’études politiques de Paris (Sciences Po, si francese!), detta Lisa Jeanne per Nens, il centro studi fondato dal lungimirante Bersani, la quale di fatto stigmatizza l’inadeguatezza della missione strategica attuale di Finmeccanica, ponendo le basi teoriche per la futura alienazionev. E di fatti troviamo Safran (ex SNECMA, andatevi a vedere la storia aziendale), azienda legata al ministero della difesa francese – con tutti gli annessi e connessi, … – che puntualmente dichiara il proprio interesse per Avio. Che consequenzialità… Ma dico io, non c’era un esperto italiano da consultare? Qui, permettetemi, stanno impazzendo tutti.

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Non è per altro casuale che l’inizio della calata francese nel mondo industriale sia coincisa con la gestione del Ministro Scajola dello Sviluppo Economico, lo stesso ministro che ricevette la legione d’onore da Sarkozy poche settimane prima del tentato bando sulle centrali nucleari italiane, bando poi finito nel dimenticatoio a seguito del disastro di Fukushima pochi giorni dopo la ricevuta onorificenza (come non ricordare che lo stesso ministro finì in disgrazia con la casa vista Colosseo acquistata da terzi per se stesso ‘a sua insaputa’, o le svariate e recenti perquisizioni dei carabinieri nella sua abitazione, a sequestrare documenti compromettenti – verrebbe da dire chi di servizi ferisce, di servizi…. -).

In questo contesto va segnalato un interessantissimo articolo di Loretta Napoleoni pubblicato alcuni giorni fa sul Fatto Quotidianovi in cui l’autrice si scaglia contro la classe politica che ha letteralmente svenduto i veri pezzi pregiati nazionali durante la crisi della lira del 1992 generando un guadagno per tutti ma non per lo Stato. E questo, ipotizza l’autrice, barattando migliaia di miliardi di utili privati per lo più finiti in mani straniere – e sottratti allo Stato grazie ai soliti collaborazionisti italiani – con qualche posizione di potere, qualche poltrona per i responsabili di tanto scempio. Scempio che si aggiunge all’incapacità degli stessi supposti responsabili di fare due più due: se è vero quello che dice la Napoleoni, pochi furbetti (forse pensando alle prossime generazioni che dovranno vivere nell’Italia deindustrializzata dovrei dire ben di peggio) si son venduti l’Italia per qualche poltrona o per pochi spiccioli… Pensate a chi è in mano il Belpaese….

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Ma dico io dopo tutti questi esempi cosa bisogna concludere? Pensate ancora che chi scrive prenda lucciole per lanterne o che invece sia urgente dire, si, forse qualcosa non sta andando come dovrebbe? Consiglio a tutti la seconda opzione e per il solo fine che bisogna fare estrema attenzione a non finire con le brache ti tela! E senza un’azienda che valga rimasta italiana…

Non confondiamo, anche per rispondere ad alcune non tanto velate critiche apparse di recente in relazione a commenti dello scrivente suppostamente troppo incisivi sui partners europei nella gestione della crisi dell’euro: i partners, la Germania, la Francia, fanno i propri interessi come lo fanno tutti gli investitori italiani e stranieri. Ed oggi con la crisi che morde, ancora di più. Il vero problema è che se a lamentarsi dei buchi di bilancio sono magari – ad esempio – gli stessi che indirettamente incassano le sovvenzioni sul fotovoltaico, beh, allora la cosa stride. Ma il problema non è nemmeno questo, forse bisognerebbe ad esempio stigmatizzare oltre al poco virtuosismo economico dei PIIGS anche l’eccesso di certe sovvenzione e per iniziare con il risanamento andare da E. Letta a chiedere di tagliarle anche in se ciò potrebbe rappresentare il non mantenere gli impegni presi (la stessa cosa che A. Merkel ha fatto con le proprie aziende elettriche in Germania rinnegando il nucleare): perché questo non viene fatto? Forse perché si metterebbero a repentaglio gli interessi internazionali a danno di quelli nazionali (e magari anche quelli personali di E. Letta, quale prossimo presidente del Consiglio Europeo al posto di Van Rompuy)? Vedrete che la conclusione che a breve verrà propinata al Paese sarà che è meglio una patrimoniale, o che magari bisognerà togliere le pensioni ai vecchietti o nazionalizzare le pensioni private (vi prego, segnatevi questa storica affermazione per il 2014)…. Dico questo perché non ho visto piani per tagliere gli incentivi alle rinnovabili in Grecia, la troika se ne è ben guardata, predisponendo anzi garanzie in tal senso al fine del raggiungimento degli obiettivi europei. E prendo spunto anche da Saccomanni, che non stimo assolutamente (per la sua sistematica incapacità nel prevedere i dati economici o forse dovrei dire per la tendenza a tacere agli italiani sulla reale situazione economica, sono sue parole, il ministro dell’economia è lui): i numeri attuali dello Stato sono terribili, a breve servirà una manovra di 14 mld di EUR o più e stiamo ancora arrovellandoci su IMU o non IMU, quando la realtà è che tutte le tasse che si imporranno sottrarranno in ogni caso linfa ai consumi e dunque alla crescita. Quello che mi manda in bestia è il fatto che si faccia finta di non capire dove stiamo andando. E poi non lamentiamoci se qualcuno, non certo il sottoscritto che anzi stima i tedeschi anche per il capolavoro che stanno mettendo in piedi (fossi la Merkel farei esattamente le stesse cose, al diavolo i vicini imbecilli che non capiscono che continuando a non prendere il toro per le corna si finisce nella fossa, economicamente parlando), inizi a covare odio per l’unico grande paese partner Europeo se la sta passando bene alle spalle dei periferici. Si, perché la situazione è effettivamente così: a tassi elevati di finanziamento in Italia corrispondono tassi simil zero o negativi in Germania, ad una depressione nei PIIGS corrisponde una crescita in centro Europa, ad una diminuzione del debito statale In Germania corrisponde un accumulo in Italia, ad una disponibilità di credito bancario in Germania corrisponde credito scarsissimo in Italia e via discorrendo. Andatelo a chiedere fra qualche mese ad un cassintegrato o ad un esodato cosa ne pensa dell’Europa, dopo che il tam tam delle dichiarazioni politiche post decadenza berlusconiana avranno fatto il loro corso. Sono certo in ogni caso che troverò qualcuno che mi spiegherà che è meglio rischiare una guerra civile piuttosto che andare a chiedere una rinegoziazione dei trattati Europei. Strano Paese l’Italia.

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Di più, per andare alla radice, chi scrive non ritiene da dover dare ad altri colpe proprie, ma visto che l’Europa fino a prova contraria si basa sul Trattato di Roma ossia un trattato che è fondato sul solidarismo continentale, stride il fatto che un paese membro di fronte ai gravi problemi di un supposto partner semplicemente continui a fare i propri interessi, squisitamente economici per altro. E, ancora una volta, anche questa non è farina del mio sacco ma sono invece – in grande misura, certamente nella sostanza – parole mutuate dall’articolo di Martin Wolf, capo economista del Financial Times il quale in un brillante articolo di alcuni giorni favii commentava le affermazioni del ministro Schauble il quale vedeva l’inizio della ripresa europea (tacendo che si trattava di crescita solo in Germania…). Si, perché il dato di fatto finale è che la Germania si è arricchita e si sta arricchendo con l’euro mentre i periferici nella migliore delle ipotesi stanno come l’Italia. Per spiegare bene gli effetti della strategia tedesca basta aggiungere il grafico seguente, tratto dallo stesso articolo di Wolf sopra citato: con l’euro la Germania ha svalutato artificialmente la propria valuta incrementando il surplus di bilancio, con un parallelo impoverimento dei paesi periferici (ed un contemporaneo decremento dei consumi di beni tedeschi ad es. in Italia, più che compensato da maggiori consumi extra UE, soprattutto USA e mercati emergenti). Con tutto ciò, la Germania dopo aver tratto tanti benefici dall’Europa Unita nell’euro si rifiuta di fare la benché minima concessione in termini di flessibilità nell’applicazione dell’austerity fino a fare dubitare lo stesso Wolf (io ne sono praticamente certo) che ci sia un qualche disegno/atteggiamento egemonico continentale lato tedesco !!! (ed ancora torniamo al progetto di Europa Comune di Walther Funk, progetto nazista per intenderci, vedasi nota iix).

expandable-picture WOLF GErmany parallel Universe.htm

E qui dovremmo ben analizzare il contesto storico in cui venne pensata l’Europa post seconda guerra mondiale, ossia un contesto in cui la Germania uscì devastata da una guerra che essa stessa aveva innescato a causa dell’insopportabile fardello economico derivante dalla perdita della prima guerra mondiale (scatenata anche’essa per una ragione espansionistica e quindi economica). Ossia era una Germania ricettiva, collaborativa e pronta al supporto reciproco. Evidentemente i tempi sono cambiati. Ed evidentemente siamo tornati all’idea di Europa pre-1945, appunto quella di Walther Funkiix.

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A livello geopolitico globale la situazione attuale è per altro esplosiva: gli USA dopo 70 anni di dominio praticamente incontrastato, hanno innanzi tre avversari formidabili: la crisi del proprio modello economico, la Cina con la sua immensa popolazione e la Russia con le proprie immense risorse. L’Europa è un’isoletta di vecchia impostazione, insignificante se non per la posizione geostrategica di contenimento russo lato occidente, con a capo la Germania (certamente non la Francia). La stampa ha taciuto il recente sorpasso della Russia sulla Germania in termini di GDP in PPPix, e questo spiega il nervosismo se non l’attivismo USA a contenere l’ingombrante avversario (questa notizia merita di passare da “Chi L’Ha Visto” per come sia stata poco o niente pubblicizzata soprattutto in Italia; notasi che il sorpasso in termini di GDP PPP di norma anticipa il prossimo sorpasso in termini di GDP assoluto, stando alle esperienze di altri Paesi ex-emergenti che hanno seguito lo stesso percorso).

GDP Russia 2013

 

Insomma, una miscela esplosiva in cui i nuovi ricchi stanno, come è normale che sia, cercando di erodere il potere dell’incumbent. Dunque, questo è e sarà un periodo di enorme discontinuità.

 

Per l’Italia siamo innanzi ad una pericolo mortale. Collegandomi a quanto introdotto dalla Napoleoni, come conclusione io sogno che in futuro possa essere instaurata una seria e concludente commissione d’inchiesta per valutare se e quanto i politici nazionali abbiano tradito gli interessi del Paese, dovendo risponderne anche penalmente per aver magari favorito gli interessi non nazionali. E questo non lo vedo così impossibile, anche Berlusconi negli anni ‘90 e 2000 aveva tutte le coperture (internazionali) del caso ed oggi sta per essere incarcerato da varie e tante inchieste che affondano le proprie radici anche 20 anni prima. Ossia, io fossi Mario Monti non starei tanto tranquillo in quanto nutro molti dubbi sul fatto che il Professore abbia fatto veramente gli interessi del Paese con le sue misure di iper-austerityx. E Letta è bene che pensi a quanto s’avrà da fare a breve (che inizi a tagliare le Provincie, poi avrà diritto di replica). Anche perchè il popolo Italiano è molto meno avvezzo di quanto si pensi ad essere schiavo e quando le cose girano per il verso sbagliato, beh, poi davvero si mette male. Ossia popolo subalterno sì ma senza esagerare, la storia questo ci insegna.

Parimenti, purtroppo è la stessa storia che per definizione risulta essere una pessima insegnante: tutti pensano che certi eventi traumatici non possano più accadere solo perchè non sono stati vissuti direttamente o dai propri genitori. Non è un caso che l’Italia del 2013 rischi così tanto del proprio benessere e, sì, della propria indipendenza proprio in coincidenza della prima generazione che non ha nemmeno i nonni che possano raccontare cosa significhi essere sottomessi (in varie forme) da un supposto partner europeo.

Attenti italiani.

 

Mitt Dolcino

 

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Riferimenti e Note:

i Acqua, così la privatizzazione gonfia le nostre bollette, E. Livini, Repubblica, 21.01.2011

ii ¿Quién compra España?, R. Mendez, El Pais, 15.09.2013

iii “Tras la fusión, Iberia va peor y British, mejor. Espero que se reconduzca”, M A. Noceda, El Pais, 22.09.2013

ivIl caso Avio spazio e la bandiera, F. Tanburini, Corriere della Sera, 21.09.2013

v

– Dagospia del 15.06.2013

– Finmeccanica tra sviluppo e crollo.1, 2, 3, di Lisa Jeanne, su http://nens.it/

vi Saldi all’Italiana (Deficit, servono 2 miliardi ma lo Stato si era già venduto tutto nel 1992), di Loretta Napoleoni, Il Fatto Quotidiano, 29settembre 2013

vii Germany’s Strange Parallel Universe, Martin Wolf, Financial Time, September 26, 2013

viii

– “The Europäische Wirtschaftsgemeinschaft”, – Berlin 1942, The Society of Berlin Industry and Commerce and the Berlin School of Economics – Editore: Haude & Spener, 1943 / Berlin – WorldCat OCLC number: 31002821

– Limes 4/2011 “La Germania tedesca nella crisi dell’euro, [http://temi.repubblica.it/limes/la-germania-tedesca-nella-crisi-delleuro/27080 ]”: analisi del documento da parte della rivista italiana di geopolitica

ix

– http://databank.worldbank.org/data/download/GDP_PPP.pdf

– http://www.henderson.com/sites/investment-trusts/PostDetail.aspx?xpid=6743&o_cc=c1858

x  https://scenarieconomici.it/diciamola-tutta-mario-monti-ha-fatto-un-disastro-ecco-perche/

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