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In Italia esiste una vera e propria “questione democratica”. Chi alle elezioni è arrivato primo, è finito all’opposizione. E il M5S ha riconsegnato il Paese al PD (di Giuseppe PALMA)

Ormai siamo alle comiche, alla presa in giro della democrazia. Il 4 marzo 2018 a vincere le elezioni, secondo i meccanismi previsti dalla legge elettorale vigente (Rosatellum), è la coalizione di centrodestra con la maggioranza relativa dei voti (37%) e dei seggi (42%). Primo partito della coalizione la Lega col 17,4%.

Primo partito in generale, invece, il M5S col 32,7%. A seguire la coalizione di centrosinistra con poco più del 22%, col Pd al 18,9%.

Dopo 89 giorni di trattative estenuanti nasce il governo 5Stelle-Lega, che dal punto di vista dei risultati elettorali aveva una sua logica democratica perché andavano al governo del Paese il primo partito in generale, il M5S, e il primo partito (la Lega) della coalizione arrivata avanti a tutti (il centrodestra).

Con la caduta del Conte I e la nascita del Conte II (M5S-Pd-LeU) sorge una vera e propria “questione democratica” che tutti fanno finta di non vedere: nessuno dei partiti della coalizione che il 4 marzo 2018 aveva ottenuto la maggioranza relativa dei voti è al governo del Paese. Ed è imbarazzante la solita vulgata del “non contano i risultati delle coalizioni ma quelli delle liste perché la nostra Costituzione non prevede le coalizioni”. Fandonie! La Costituzione, se è per questo, non prevede né le coalizioni né tantomeno le liste. La Costituzione prevede soltanto che il voto sia personale, eguale, libero, segreto (art. 48) e diretto (artt. 56 e 58). I meccanismi elettorali sono demandati ad una legge ordinaria, la legge elettorale. Quella vigente, cioè quella con cui siamo andati a votare il 4 marzo 2018 (il Rosatellum), prevede le coalizioni tra liste pre-voto. Ciò detto, i risultati elettorali delle coalizioni non potevano essere disattesi.

E su questo il mainstream si è scatenato nel giustificare acriticamente l’operazione in quanto siamo una “forma di governo parlamentare“. Vero, ma stando alle intenzioni dei Padri Costituenti rinvenibili dai lavori preparatori dell’Assemblea Costituente (che costituiscono fonte autentica di interpretazione della Costituzione), risulta evidente che “forma di governo parlamentare” non significa mera somma algebrica dei seggi in Parlamento, dovendo essa sottostare ad uno dei principi supremi del nostro ordinamento costituzionale, il principio democratico, cioè – detta semplicemente – il rispetto della volontà del popolo.

Sul punto, i Padri Costituenti Lelio Basso, Meuccio Ruini, Roberto Lucifero e Costantino Mortati tracciano la rotta e smentiscono la vulgata che le maggioranze si formano in Parlamento con mere somme algebriche a prescindere dal principio democratico. Ad ottobre è uscito l’ultimo libro scritto a quattro mani da me e Paolo Becchi (Ladri di democrazia. La crisi di governo più pazza del mondo, Giubilei Regnani editore: http://www.giubileiregnani.com/libri/ladri-di-democrazia/) col quale io e Becchi argomentiamo questi aspetti e riportiamo fedelmente il pensiero dei più autorevoli Padri Costituenti proprio su questi argomenti. Insomma, questa estate hanno calpestato il voto degli italiani ed hanno dato vita ad un governo contrario al principio democratico!

E fin qui, al di là del fatto che tutti hanno mantenuto la testa sotto la sabbia come gli struzzi, nessuna novità rispetto a quanto non vi abbia già detto nei mesi passati. Ma negli ultimi giorni è accaduto dell’altro. Andiamo per gradi. Il governo giallo-rosso è nato a settembre su due presupposti anti-democratici: 1) aver tenuto fuori dall’esecutivo tutti i partiti della coalizione di liste arrivata prima alle elezioni del 4 marzo 2018, calpestando in tal modo il principio democratico; 2) aver formato un Consiglio dei ministri in composizione partitica quasi paritaria tra M5S, che alle elezioni aveva ottenuto il 32,7% dei voti, e la coalizione di centrosinistra, che alle elezioni aveva ottenuto poco più del 22%. Sempre in violazione del principio democratico. Negli ultimi giorni avviene addirittura l’assurdo: con le dimissioni del ministro 5Stelle Fioramonti, il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca è stato spacchettato in due, con Università e Ricerca a Gaetano Manfredi, in quota Pd e fratello di ex deputato Dem.

Oggi all’interno del governo il M5S occupa appena 10 ministeri nonostante il 4 marzo avesse ottenuto il 32,7% dei voti, mentre il centrosinistra 11 con poco più del 22% dei voti. Col Presidente del Consiglio Conte, tra gli artefici sin dall’inizio di questo percorso, che a settembre si era dichiarato non organico al Movimento e nelle ultime settimane di sentirsi più a suo agio nell’area del centrosinistra. In altre parole il M5S ha preso i suoi circa 11 milioni di voti ottenuti il 4 marzo e li ha consegnati al Pd, riportando i Dem al governo del Paese e consentendo loro di occupare addirittura oltre la metà dei ministeri (tra cui economia, infrastrutture e trasporti, beni culturali, agricoltura e università). E dire che il 4 marzo 2018 gli elettori avevano cacciato il Pd dal governo.

Insomma, da fine agosto in avanti sono avvenute una serie di operazioni che hanno dato vita ad una vera e propria “questione democratica“. Nulla di illegale, intendiamoci, dal punto di vista prettamente formale, ma profondamente illegale in punto di democrazia sostanziale. Tuttavia, detta sinceramente, a chi importa tutto questo in un mondo surreale dove le sardine attaccano le opposizioni e i fascisti sono sempre gli altri?

Giuseppe PALMA

 

 


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