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IN DIFESA DEI DESPOTI

 

Ogni tanto, per non perdere l’abitudine, bisogna raccogliere la sfida di Nietzsche (“Fin dove osi pensare?”) e sostenere una tesi eterodossa. Nati in un Paese democratico, dove la libertà e gli altri diritti del cittadino sono ritenuti i massimi valori sociali, siamo abituati da sempre a condannare nel modo più risoluto l’autocrate. Fino all’ottusità di non riconoscerne gli eventuali meriti. In Italia, pur di dire male di Mussolini, si sono a lungo negati persino i fatti. Soltanto un grande storico come Renzo De Felice è riuscito a rimettere a posto alcune verità: ma soltanto perché erano passati vent’anni dalla caduta del fascismo ed era difficile dargli torto senza passare per analfabeti.

Pur conoscendone i difetti fino all’indignazione, sono un fervente della democrazia. Nel tempo ho però scoperto con imbarazzo che, ogni volta che si parlava di abbattere un tiranno, mi scoprivo perplesso. “E se il futuro fosse ancora peggiore?” Un caso classico fu quello dello Scià di Persia. In Occidente era estremamente di moda dirne male e non si può dimenticare l’intervista che egli concesse ad una iattante e provocatoria Oriana Fallaci. Il sovrano esponeva in che modo cercava di fare il bene del suo Paese, la giornalista cercava di dargli lezioni di politica e di democrazia. Finché egli le spiegò pazientemente che era inutile attendersi da un Paese come l’Iran una democrazia come quella inglese. Non convinse la Fallaci ma convinse me. Ed infatti la caduta dello Scià ha peggiorato, non migliorato le cose.

I casi in cui l’eliminazione del dittatore ha comportato disastri ancora maggiori sono numerosi: la Jugoslavia ha sofferto orribili guerre civili e infine è andata in pezzi. Saddam Hussein fu certamente più un criminale che un dittatore ma sotto il suo bastone l’Iraq non ha sofferto per anni degli infiniti, vicendevoli massacri delle diverse fazioni. Né migliore è la situazione della Libia, dopo che Francia e Inghilterra hanno avuto la bella pensata di andare ad ammazzare Gheddafi.

Il consiglio della prudenza riguardo alla rimozione dei dittatori non può comunque funzionare in tutti i casi. Se il piano di von Stauffenberg contro Hitler avesse funzionato, l’umanità gliene sarebbe stata infinitamente grata. Si impone dunque un discrimine fra le varie dittature e questo non è forse dato dagli stessi tiranni, quanto dai popoli ad essi sottomessi. Gli inglesi, senza smettere di essere monarchici, hanno decapitato un re per semplici motivi fiscali e di principi costituzionali: ci sono ben poche probabilità che quel popolo acclami un dittatore. Viceversa, non soltanto in molti Stati dell’ex Terzo Mondo al potere ci sono sempre autocrati (anche pessimi, si pensi a Bokassa o a Mugabe) ma troppo spesso, quando ne cade uno, se ne mette un altro al suo posto.

Per fortuna il mondo non è immobile. La Russia è un Paese sconfinato che, per stare insieme, ha bisogno di un forte governo centrale. Tuttavia, agli inizi del Novecento, gli zar cominciarono ad aprire alle riforme, fino a far albeggiare una democrazia. Purtroppo con la Rivoluzione quell’immensa nazione ricadde nella più bieca delle tirannidi, dimostrando la sua vocazione naturale per la sottomissione. Infatti, morto Stalin, non per questo si ebbe la democrazia. Pur senza i deliranti e criminali eccessi del georgiano, il Soviet Supremo rimase al potere ancora per quasi quarant’anni, e se infine si è arrivati alla democrazia, è per la crisi economica e perché il Paese ha finalmente raggiunto la maturità.

Queste idee non sono nuove come potrebbe sembrare. Atatürk trasse a forza la Turchia dal Medio Evo, le impose delle istituzioni laiche e democratiche, ma non se ne fidò. Un popolo “orientale” poteva sempre voler tornare alle istituzioni d’un tempo. E infatti il Padre dei Turchi affidò ai militari il compito di far funzionare la democrazia, intervenendo con la forza per ristabilirla se il Paese avesse imboccato una strada sbagliata. Cosa che quei militari – aspramente criticati dalle anime belle occidentali – fecero più volte. Oggi invece, sotto la guida del pio Erdogan, i militari sono impotenti e quel grande Paese procede a marcia indietro nella storia.

Ecco perché non bisognerebbe cercare di abbattere personaggi come Mubarak o al-Sisi, al Cairo, mentre sarebbe stato giusto collaborare con von Stauffenberg. I primi sono gli unici capaci di assicurare un Egitto decente, tollerante e passabilmente laico, Hitler al contrario era un’intollerabile e criminale anomalia per un grande e civile Paese come la Germania. E infatti non c’è stato un dittatore tedesco né prima né dopo di lui.

Non bisogna essere contro le autocrazie per principio. Molto dipende dai popoli di cui si sta parlando. Per alcuni, il meglio che si possa sperare è un’autocrazia illuminata, il cui modello ideale è rappresentato nell’antichità da Ottaviano Augusto, e nell’epoca contemporanea da Lee Kuan Yew, a Singapore.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

26 agosto 2014

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