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IN ATTESA DEI RISULTATI DEL REFERENDUM GRECO

Narra Rabelais che una volta un convento fu attaccato dai briganti, i quali volevano appropriarsi di tutta l’uva che era pronta per la vendemmia. La cosa allarmava molto i religiosi, che su quella vigna contavano per avere il vino da bere tutto l’anno, e per questo si erano riuniti in un Servizio Divino, cioè avevano deciso di pregare per ottenere la protezione del Signore. Il progetto non trovò d’accordo Frère Jean, un Fra’ Giovanni che sembrava un antenato di Don Camillo, il quale, benché trattato da avvinazzato, insistette perché ci si dedicasse non al servizio di-vino, ma al servizio del-vino. Cosa che lui stesso s’incaricò di fare. Presa una grande stanga di legno, andò infatti a fare letteralmente strage dei ladri. E Rabelais, da bravo medico, non si priva neppure della descrizione – da libro degli orrori più che di medicina legale – delle ferite mortali inferte agli incauti manigoldi.
Rabelais era particolarmente sensibile alle ragioni del buon senso e l’episodio torna in mente ogni volta che, riguardo ad un problema, ci si occupa con troppa attenzione di ciò che è secondario, e si propongono soluzioni che sarebbero efficaci se la realtà non fosse quella che è. Come accade in questi giorni a proposito di Atene.
Che la Grecia abbia diritto, nel cuore di ogni persona che abbia una formazione classica, ad una sorta di altare maggiore, non c’è alcun dubbio. Che un’Europa senza la Grecia sarebbe come un grande albero senza radici, anche questo è vero. Ma, lasciando da parte queste immagini, che la Grecia sia o non sia nell’eurozona, poco influisce sull’arte di Sofocle, sulla cultura di Aristotele o sull’intelligenza di Eratostene. Per secoli quella propaggine dei Balcani è stata sotto il dominio turco e non per questo gli eruditi europei non si sono abbeverati ancora e sempre a quella cultura. Perché – come ha scritto lapidariamente lo storico H.A.L. Fisher – “L’Europa è figlia dell’Ellade”.
Parlare di tutto ciò è assolutamente fuor di luogo. Il problema della Grecia non è culturale, è esclusivamente economico e finanziario. È economico, nel senso che la Grecia non sembra essere in grado di produrre sufficiente ricchezza per il livello di vita cui i greci sono ormai abituati. È finanziario nel senso che quel Paese ha contratto tanti debiti da non essere in grado di rimborsarli e da rendere difficile l’ottenimento di ulteriori crediti. Già in passato ha beneficiato di consistenti sconti (fino al 50%), di rinvii di pagamento (pudicamente denominati “ristrutturazioni delle scadenze”), ed è arrivato a non pagare i debiti non rinviabili, il recente trenta giugno. Che altro deve fare, per allarmare i possibili finanziatori?
Ciò posto, la soluzione non è né una serie di inchini dinanzi alla statua di Minerva, né la famosa “austerity”, di cui tanto si discute. Non perché ha provocato sofferenze ai greci – questo sarebbe il meno – ma perché non è servita a modificare la situazione economica del Paese.
Qualunque seria soluzione dovrebbe innanzi tutto avere la caratteristica di essere sostenibile. La concessione di ulteriori crediti, come ha scritto qualcuno, sarebbe come voler risolvere il problema versando altra acqua in un secchio che ha un buco sul fondo. Questa non è una soluzione. L’austerity, come detto, non ha funzionato in passato e non si vede perché dovrebbe funzionare in futuro. Rimangono le famose “riforme”, incluse quelle suggerite da Bruxelles. Ma esse sono – e devono essere – il risultato di una volontà politica. Per un Paese che vuole essere e sentirsi sovrano, vedersele imporre dall’esterno è molto fastidioso. E se poi non avessero gli effetti sperati, chi dovrebbe metterci una pezza? Perché, se le decide Atene, poi ne risponde Atene. Se invece Atene domani potrà dire di avere fatto ciò che le è stato consigliato, senza ottenere i risultati sperati, potrebbe anche, con ragione, chiedere i danni: cioè il ripianamento del deficit. Anche questa è una strada sbagliata.
I Paesi sono maggiorenni e i consigli sono fuor di luogo. Sono gli stessi greci che devono trovare una soluzione drastica per il loro Paese. Anche ridimensionando il loro stile di vita. A meno che l’Europa non abbia l’intenzione di sovvenzionare la Grecia a tempo indeterminato. Ma la cosa è improbabile, perché se non si stancano a Berlino e Bruxelles, si stancheranno comunque i cittadini dei Paesi che si dissanguano.
Ecco perché si pensava a Frère Jean des Entommeures: comunque la si metta, la realtà è che nessuno può sperare di vivere indefinitamente a spese altrui. Il problema non riguarda l’ideale dell’Europa, non riguarda la cultura, non riguarda la solidarietà, riguarda puramente e semplicemente i soldi e chi ce li mette. Il resto è “idle talk”, chiacchiere perse.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
5 luglio 2015

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