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Il vizio pro-ciclico dell’Unione monetaria europea

Perché l’Europa impone tagli proprio quando servirebbero investimenti? Analisi della pro-ciclicità, il vizio strutturale dei Trattati UE che frena la crescita italiana. Di Antonio Maria Rinaldi

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Uno dei difetti strutturali più profondi dell’Unione Monetaria Europea è la sua intrinseca pro-ciclicità. Non si tratta di una distorsione occasionale né di una cattiva applicazione delle regole, ma di un tratto originario dell’impianto, inscritto sin dall’inizio nei Trattati e mai realmente corretto dalle successive riforme del Patto di stabilità e crescita. Le crisi degli ultimi quindici anni lo hanno dimostrato in modo inequivocabile.

Per comprendere il problema è necessario chiarire il significato dei termini. Una politica economica è anticiclica quando attenua le fluttuazioni del ciclo: espande la spesa o riduce la pressione fiscale nelle fasi recessive e ricostruisce margini nei periodi di crescita. Una politica pro-ciclica, al contrario, accentua il ciclo: impone restrizioni nei momenti di crisi e consente margini solo quando l’economia è già in espansione. È l’esatto opposto di ciò che la macroeconomia moderna indica come funzione stabilizzatrice dello Stato.

L’Unione Monetaria Europea è costruita secondo una logica rigidamente pro-ciclica. I criteri di convergenza nominale e le regole di bilancio non sono ancorati al ciclo economico reale, ma a parametri fissi che operano indipendentemente dalla congiuntura. Nei momenti di rallentamento, quando il gettito diminuisce e la spesa pubblica aumenta automaticamente, gli Stati sono chiamati a politiche restrittive per rispettare i vincoli, aggravando la recessione.

La crisi del debito sovrano del 2010-2012 rappresenta la prova empirica più evidente di questo meccanismo. In quella fase l’aggiustamento è stato imposto quasi esclusivamente attraverso politiche fiscali restrittive nei Paesi colpiti, in un contesto di domanda già depressa. Il risultato è stato un prolungamento della crisi, un aumento della disoccupazione e un peggioramento dei rapporti debito/PIL, esattamente l’opposto degli obiettivi dichiarati.

Anche la pandemia ha confermato la natura pro-ciclica dell’impianto. Solo la sospensione temporanea delle regole – non la loro applicazione – ha consentito una risposta espansiva. Ciò dimostra implicitamente che il quadro ordinario non è in grado di gestire shock sistemici: quando la crisi è grave, le regole devono essere congelate perché diventano esse stesse parte del problema.

Le numerose revisioni del Patto di stabilità e crescita non hanno mai eliminato questa impostazione. Clausole di flessibilità, saldi strutturali e meccanismi correttivi hanno complicato l’architettura senza modificarne la filosofia di fondo. La pro-ciclicità non è un effetto collaterale né una deriva tecnocratica: è una scelta normativa consapevole, coerente con un’impostazione che privilegia il controllo nominale e la disciplina di bilancio rispetto alla stabilizzazione macroeconomica. In questo senso, il problema non è l’inefficienza delle regole, ma la loro piena e coerente applicazione.

Il punto decisivo è che questa impostazione non è emendabile all’interno dell’attuale quadro giuridico europeo. I trattati su cui si fonda l’Unione Europea sono ancora ancorati a modelli economici concepiti in un contesto storico profondamente diverso, precedente alla globalizzazione finanziaria, alle grandi crisi sistemiche e alla successione di shock simmetrici che hanno colpito le economie avanzate negli ultimi decenni. In quel contesto, la priorità era il controllo nominale, non la stabilizzazione macroeconomica.

Finché non verranno radicalmente cambiati o aggiornati i trattati su cui si fonda l’Unione Europea, l’Unione Monetaria resterà strutturalmente pro-ciclica. Le crisi continueranno a essere affrontate in deroga alle regole, non grazie ad esse. In un mondo segnato da instabilità finanziaria, competizione globale e shock ricorrenti, questo vizio originario rischia di condannare l’Europa a rimanere il fanalino di coda tra le economie economicamente progredite, incapace di dotarsi di strumenti adeguati alle sfide del presente.

Antonio Maria Rinaldi

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