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Il vero shock energetico non è nel greggio, ma nei prodotti raffinati: in Asia inizia la distruzione della domanda
l prezzo del greggio cattura l’attenzione dei media, ma il vero allarme è sui prodotti raffinati. In Asia i rincari record di diesel e nafta stanno costringendo governi a razionamenti energetici e industrie alla chiusura, innescando una pericolosa “distruzione della domanda”.

Tutti guardano il prezzo del barile, ma la vera tempesta perfetta si sta abbattendo sui prodotti raffinati. Mentre la Casa Bianca lotta disperatamente per mantenere il greggio WTI sotto la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, per l’economia reale ciò che conta davvero è il costo dei carburanti e dei derivati. E questi ultimi, fuori dai riflettori del grande pubblico, stanno registrando rincari ben più rapidi e violenti rispetto a quelli della materia prima grezza.
CHART OF THE DAY: The White House is fighting to keep the price of WTI crude oil under $100 a barrel.
But for America's Main Street what truly matters isn't the price of crude, but the cost of refined products — and those are rising fast.
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— Javier Blas (@JavierBlas) March 19, 2026
L’avevamo già notato osservando le dinamiche di mercato: il divario tra il petrolio e i prodotti finiti si sta allargando a dismisura. Se in Occidente i prezzi alla pompa sono ancora, in qualche modo, assorbiti dal sistema, in Asia la realtà dei fatti ha già presentato il conto. Come confermato in un recente aggiornamento quotidiano dagli analisti di JPMorgan, la “distruzione della domanda” è ufficialmente iniziata. I prezzi vanno alle stelle, l’economia reale non regge l’urto e, inevitabilmente, i consumi collassano.
Entro la metà di marzo, interi settori del continente asiatico si sono messi sulla difensiva a causa dell’impennata dei costi energetici e della contrazione delle forniture. L’arretramento dei flussi di prodotti raffinati è già evidente nei numeri. Le spedizioni dei principali esportatori della regione sono crollate di circa il 30% negli ultimi dieci giorni rispetto alla media degli ultimi cinque mesi.
Di seguito il dettaglio del crollo delle spedizioni in Asia:
| Prodotto Raffinato | Calo delle spedizioni stimato | Impatto principale |
| Carburante avio (Jet fuel) | Oltre il 40% | Cancellazione voli, ritiri di tratte |
| Benzina | Oltre il 30% | Mobilità privata |
| Diesel | Oltre il 20% | Trasporto merci, logistica, industria |
Il diesel ha assunto il ruolo critico di vero e proprio collo di bottiglia regionale, rallentando sia i viaggi commerciali, ma anche il fondamentale trasporto merci. I governi asiatici, messi alle strette, stanno rispondendo con un mix di gestione della domanda e misure di emergenza che ricordano le economie di guerra:
Filippine e Sri Lanka hanno istituito la settimana lavorativa corta di quattro giorni per razionare il diesel e far durare le scorte.
Il Bangladesh ha anticipato le festività dell’Eid-al-Fitr e ha chiuso in anticipo le università.
Il Pakistan ha chiuso le scuole, spostando la didattica online.
In Thailandia e Vietnam i governi spingono per lo smart working e scoraggiano l’uso dell’auto, mentre il Myanmar ha introdotto le targhe alterne.
Il settore dell’aviazione mostra i segni di cedimento più drammatici. Con il carburante avio che ha sfiorato i 200 dollari al barile, compagnie aeree come Qantas, Air India, Cathay Pacific e SAS non stanno più solo operando un contenimento dei costi, ma stanno ritirando fisicamente i servizi. I supplementi carburante sono schizzati tra i 125 e i 200 dollari a passeggero per le tratte lunghe, escludendo di fatto dal mercato un’ampia fetta di domanda turistica per la stagione estiva.
Eppure, in molte regioni asiatiche, la domanda non viene ridotta per una scelta economica, ma per la pura e semplice assenza fisica di input industriali, cioè manca proprio il prodotto da lavorare. Il settore petrolchimico dell’Asia, fortemente dipendente dalla nafta e dal GPL provenienti dal Golfo Persico, è in profonda sofferenza. In Giappone, giganti come Mitsubishi e Mitsui hanno tagliato la produzione di etilene. In Corea del Sud, YNCC ha dichiarato forza maggiore, tagliando drasticamente i ritmi dei propri impianti. Lo stesso scenario si ripete in Cina e a Taiwan, dove si allocano i volumi solo in base alla reale disponibilità fisica, o in India, dove le forniture di GPL sono state dirottate alle famiglie, lasciando a secco il settore della ristorazione.
In termini macroeconomici, sappiamo che la domanda di petrolio è altamente inelastica nel breve periodo, poiché esistono pochissimi beni sostitutivi immediati. Secondo le stime tecniche, l’elasticità della domanda globale di petrolio a breve termine è pari a -0,024, il che implica che è necessario un aumento dei prezzi del 40% per riuscire a ridurre i consumi totali appena dell’1%.
Tuttavia, la reattività varia a seconda del prodotto. La nafta è sensibile, poiché gli impianti possono parzialmente sostituirla, così come il carburante aereo, dato che le compagnie possono tagliare i voli vuoti. L’olio combustibile, invece, è estremamente rigido, essendo legato a servizi essenziali come il riscaldamento o la generazione di energia elettrica.
Mettendo insieme questi dati sulle elasticità, emerge un quadro chiaro: se il Brent dovesse mantenere medie elevate intorno ai 100 dollari, il solo “effetto prezzo” taglierebbe la domanda globale di circa un milione di barili al giorno. Non ci troviamo di fronte a un virtuoso efficientamento energetico, ma a una vera e propria recessione indotta dall’offerta. I prezzi si impennano, distruggendo la domanda reale prima ancora che l’inflazione venga registrata nei report ufficiali.









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