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IL SUICIDIO DELLA MERKEL (E DELLA UE) di Marcello Bussi

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Gli storici un giorno spiegheranno quali tortuosi meccanismi psicologici abbiano spinto la cancelliera Angela Merkel a spalancare le porte ai rifugiati, mettendo così a rischio non solo la sopravvivenza dell’Unione europea, ma anche la sua stessa poltrona di governo. Per ora si fa cronaca ed è impossibile nascondere che il clima dentro e fuori la Germania sia radicalmente cambiato da quando, ai primi di settembre, con una mossa inaspettata la Merkel disse che il suo Paese avrebbe accolto «tutti» i profughi siriani. Come era facilmente prevedibile, queste parole hanno incoraggiato profughi di altre nazionalità a dirigersi verso la Germania, che l’anno scorso ha accolto la cifra record di 1,1 milioni di migranti su una popolazione complessiva di 81 milioni di persone. Quattro mesi dopo la Germania non è più la stessa. Altro che società colorata e multiculturale, con un’economia che tira grazie agli educati e disciplinati profughi siriani assunti come operai dalla Volkswagen. Oggi la Germania sta perdendo la fiducia nella Merkel, nelle forze dell’ordine e nei mass media. Il Capodanno di Colonia ha cambiato tutto. Le prime notizie sulle molestie sessuali di massa sono uscite con quattro giorni di ritardo, la polizia non ha saputo gestire la situazione, i media sono sembrati conniventi con il potere, abdicando al loro dovere di fare informazione per non mettere in imbarazzo la Merkel. La Germania è riuscita addirittura ad alienarsi i più fedeli alleati, vale a dire i Paesi dell’Est, compresa l’Austria. Quei Paesi dove transitano e spesso si arenano i migranti diretti verso la terra promessa teutonica. Per arginare la valanga, in molte frontiere sono stati ripristinati i controlli (si tratta di Germania, Austria, Slovenia, Svezia, Danimarca e Norvegia). E si è addirittura ipotizzato di sospendere per due anni il trattato di Schengen, uno dei pilastri dell’Unione europea. La Commissione Ue ha per ora deciso di non discutere della questione, conscia del fatto che, come ha dichiarato il suo presidente, Jean-Claude Juncker, se salta Schengen salta anche l’euro. Mentre il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, ha osservato che «se il sistema Schengen viene distrutto, l’Europa è drammaticamente in pericolo». Schaeuble ha anche criticato l’Austria per non essersi consultata con la Germania sull’introduzione del limite ai rifugiati che il Paese è disposto ad accogliere nei prossimi mesi: «Ho dovuto respirare a fondo quando ho saputo che la decisione non è stata coordinata con noi», ha rivelato. Un clamoroso caso di insubordinazione, come se Vienna si fosse trasformata nell’Atene dei tempi di Yanis Varoufakis.

Ancora peggio, la Merkel deve fare fronte anche ai rischi di rivolta del partito alleato, la Csu, il cui leader e presidente della Baviera, Horst Seehofer, continua a minacciare di portarla di fronte all’Alta Corte se non ridurrà i flussi dei migranti. Mentre 44 parlamentari conservatori, compresi quelli del suo stesso partito, la Cdu, hanno scritto una lettera alla Merkel chiedendole di rovesciare le sue politiche sui rifugiati. La cancelliera non è mai stata così debole e il 13 marzo si terranno le elezioni regionali in Baden-Württemberg, Renania-Palatinato e Sassonia-Anhalt. Si recheranno alle urne 20 milioni di tedeschi. Un test importantissimo. Se la Cdu dovesse uscirne sconfitta, la Merkel rischierebbe grosso perché l’anno prossimo ci saranno le elezioni politiche e nessun parlamentare della Cdu e della Csu vuole essere trombato a causa del colpo di testa della cancelliera per i migranti. Un elettorato incattivito sarebbe inoltre sempre più ostile a ogni forma di condivisione all’interno dell’Ue. Con il rischio di spingere Berlino all’alternativa finale: o l’Europa è integralmente tedesca oppure è meglio fare saltare tutto.

Marcello Bussi, MF 23.1.16

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