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Il server da 90 miliardi: l’errore informatico (o lo spionaggio) che ha svelato la rete ombra del petrolio russo

Una banale email condivisa ha permesso di scoprire una rete segreta di 48 società che aggirava le sanzioni per conto di Rosneft. Semplice incompetenza o spionaggio occidentale? Ecco come funziona il mercato nero del greggio.

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A volte la storia dell’economia globale non si scrive nei grandi vertici internazionali, ma nei file di configurazione di un server di posta elettronica gestito con eccessiva disinvoltura. Quello che il Financial Times ha recentemente portato alla luce è un affresco interessante di come funzionerebbe in realtà il mercato energetico al tempo delle sanzioni: una struttura opaca, fluida, capace di movimentare almeno 90 miliardi di dollari di greggio russo, smascherata da un banale “scivolone” informatico. Oppure, come suggerisce chi conosce i meccanismi dell’intelligence, da un’operazione di spionaggio mirata e ben camuffata.

La posta in gioco è la sopravvivenza finanziaria di colossi come Rosneft e Lukoil e, per estensione, della macchina statale del Cremlino. Di fronte al tetto massimo dei prezzi (price cap) imposto dalle economie occidentali, il mercato ha reagito come fa sempre: aggirando l’ostacolo attraverso l’intermediazione.

L’anatomia della flotta fantasma

L’inchiesta ruota attorno a un dettaglio tecnico all’apparenza insignificante: un server di posta elettronica privato, identificato come mx.phoenixtrading.ltd. Questo singolo nodo digitale fungeva da centralino amministrativo per ben 48 società fittizie, formalmente indipendenti e registrate in giurisdizioni disparate, ma operanti come un unico cartello coordinato.

Incrociando 442 domini web collegati a questo server con i database doganali russi e indiani, è emersa una mappa di aziende impgnate nel commercio di petrolio sanzionato. La funzione di queste entità era semplice ma essenziale: comprare il greggio in Russia, oscurarne l’origine attraverso molteplici passaggi di proprietà (spesso transitando per hub compiacenti come gli Emirati Arabi Uniti), ed etichettarlo con diciture generiche come “miscela per l’esportazione” prima di consegnarlo ai clienti finali in Asia.

Per comprendere la portata del fenomeno, basti osservare i numeri di questa rete, riassunti nella seguente tabella:

Entità / DominioRuolo nella ReteValore transazioni stimateStatus Sanzionatorio
Foxton FZCO (foxton-fzco.com)Acquirente di greggio russo (sede Dubai)5,6 miliardi di dollariSotto osservazione
Advan Alliance (advanalliance.ltd)Venditore sul mercato indiano1,5 miliardi di dollariSotto osservazione
Redwood Global Supply (redwoodgroup.ltd)Nuovo hub principale post-ottobre 2025Non quantificato (massiccio)Sanzionata da UK (Dic 2025)
Coral Energy / 2RiversGestione operativa storicaMulti-miliardarioFondatore sanzionato

Queste società sono intrinsecamente effimere. Nascono, fatturano miliardi in sei mesi, e poi vengono chiuse o lasciate inattive, rendendo il lavoro delle autorità occidentali un frustrante gioco della talpa. Alla fine le sanzioni degli USA o europee su queste società risultano poco utili,

Incompetenza IT o operazione di intelligence?

Arriviamo al nodo cruciale della vicenda. La narrazione ufficiale parla di un “problema informatico”, una leggerezza clamorosa. Decine di società che movimentano il PIL di una media nazione europea avrebbero condiviso lo stesso server di posta per risparmiare sui costi generali di amministrazione, lasciando un’impronta digitale grande quanto un elefante in una cristalleria.

Tuttavia, tra gli addetti ai lavori, serpeggia un dubbio legittimo: si è trattato solo di un errore fantozziano, o di una sofisticata operazione di spionaggio economico?

Le agenzie di intelligence occidentali (in primis la NSA americana e il GCHQ britannico) monitorano costantemente il traffico dati globale. È altamente probabile che i flussi di questa rete siano stati intercettati tramite attività di Signals Intelligence (SIGINT). Far trapelare la notizia alla stampa economica, incolpando un “errore del server”, è una classica tecnica di copertura. Permette di bruciare la rete di contrabbando di Rosneft senza rivelare le reali capacità di intercettazione dei servizi segreti occidentali. In fondo, è difficile credere che broker capaci di eludere sanzioni globali per 90 miliardi di dollari cadano sull’impostazione di un record MX di un dominio web, ma in tempo di guerra (economica e non) tutto è possibile.

Il mercato vince sempre: il paradosso delle sanzioni

Da una prospettiva puramente macroeconomica, la vicenda evidenzia l’inefficienza strutturale delle sanzioni applicate a beni fungibili e anelastici come l’energia. In un’ottica keynesiana, la domanda globale di energia deve necessariamente incontrare l’offerta. Se si blocca il canale diretto, il flusso troverà una via alternativa, seppur con maggiori attriti.

Le sanzioni non fermano il petrolio russo, ma agiscono piuttosto come un dazio occulto. L’ecosistema di intermediari, spesso gestito, secondo il Financial Times, m da figure di spicco legate all’Azerbaigian (come Tahir Garayev o Etibar Eyyub, vicinissimo al CEO di Rosneft Igor Sechin), tratterrebbe una percentuale del profitto per coprire i rischi normativi. Questo meccanismo:

  • Riduce i margini della Russia, costretta a vendere a sconto.
  • Arricchisce gli intermediari e i paesi terzi che offrono logistica e giurisdizioni ombra (come i porti emiratini).
  • Aumenta i costi finali per il sistema globale a causa delle inefficienze logistiche.

Nell’ottobre del 2025, quando gli Stati Uniti hanno inasprito le sanzioni contro Lukoil e Rosneft, le esportazioni dirette sono crollate. Immediatamente, il vuoto è stato colmato da una creatura appena nata: la Redwood Global Supply, diventata in poche settimane il maggiore esportatore di greggio russo. Il mercato non ammette vuoti.

E adesso? La nuova mossa di Rosneft

La rivelazione del Financial Times ha sicuramente inferto un duro colpo alla logistica del Cremlino. L’Unione Europea, per bocca dell’inviato speciale David O’Sullivan, sta già affilando le armi per il prossimo pacchetto di sanzioni, puntando a colpire l’intero ecosistema e non solo le società madri.

Tuttavia, chi pensa che questo fermerà le esportazioni si illude. Rosneft dovrà ora creare una nuova rete di intermediari per vendere il petrolio fuori dai radar. Questo richiederà tempo e, soprattutto, denaro. Sarà necessario frammentare l’infrastruttura IT, assumere nuovi prestanome, registrare nuove flotte ombra e trovare banche disposte a processare transazioni ancora più opache. Comunque le società del primo lotto venivano girate con rapidità: i notai faranno gli straordinari per crearne altre.

Le operazioni per la costruzione del “Network 2.0” sono verosimilmente già in corso. Come ha ammesso un ex dirigente energetico russo, “lo spettacolo deve continuare”. Le materie prime tendono inesorabilmente a scorrere verso chi è disposto a pagarle, a prescindere da quanti ostacoli legali vengano posti sul loro cammino. La burocrazia occidentale ha vinto una battaglia tecnica, ma la guerra commerciale è destinata a durare finché ci sarà sete di petrolio.

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