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Il ritorno delle petroliere “zombie”: l’ingegnoso espediente per superare lo Stretto di Hormuz

Petroliere “Zombie” nello Stretto di Hormuz: l’incredibile trucco per aggirare il blocco
Sottotitolo: Navi demolite anni fa riappaiono per trasportare petrolio e GNL nel pieno della crisi in Medio Oriente. Ecco come l’economia globale cerca di salvare il 20% dei flussi energetici mondiali.

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Negli ultimi giorni, le acque turbolente del Medio Oriente sono state solcate da presenze a dir poco inusuali. Navi cisterna, formalmente inviate ai cantieri di demolizione anni fa, sembrano aver ripreso a navigare, attraversando placidamente lo Stretto di Hormuz. Un fenomeno che suona come la trama di un romanzo sui pirati fantasma, ma che in realtà è l’ennesima, pragmatica conseguenza delle tensioni belliche e delle pesanti interferenze elettroniche che stanno stravolgendo i flussi energetici e commerciali globali.

Il caso più emblematico è quello della Nabiin. Questa imbarcazione, localizzata nel Golfo Persico domenica scorsa, si è poi spostata nel Golfo di Oman, completando così il transito in uscita dallo Stretto. C’è solo un piccolo, trascurabile dettaglio burocratico: la Nabiin è una petroliera che, secondo i registri ufficiali, è stata smantellata in un cantiere del Bangladesh ben cinque anni fa. Come riporta Bloomberg, ci troviamo di fronte a una cosiddetta “petroliera zombie”, un’imbarcazione operativa che assume l’identità di una nave legittima ormai rottamata per aggirare controlli e sanzioni.

E non si tratta di un caso isolato. Per comprendere le dimensioni del fenomeno, possiamo osservare i due episodi principali registrati di recente:

  • Nabiin: Falsa identità di una petroliera demolita 5 anni fa in Bangladesh. Avvistata in transito dal Golfo Persico al Golfo di Oman.
  • Jamal: Falsa identità di una metaniera (GNL) destinata alla rottamazione in India nell’ottobre del 2025. Ha lasciato lo Stretto alla fine della scorsa settimana.

Il caso della Jamal rappresenta il primo esempio noto di una nave che ha rubato l’identità di una petroliera legittima dall’inizio delle recenti ostilità.

Questi espedienti estremi dimostrano fino a che punto gli armatori siano disposti a spingersi per mantenere operativi i transiti in un vero e proprio collo di bottiglia globale dove, prima della guerra, transitava il 20% dei flussi quotidiani mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Il blocco di queste rotte avrebbe conseguenze inflattive repentine per l’economia reale di tutto l’Occidente, costringendo prima o poi gli Stati a interventi strutturali per calmierare i prezzi dell’energia.

I dati sul campo sono drastici. Il traffico complessivo attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato del 95% dallo scorso 28 febbraio, ma, come insegna la storia economica, la domanda trova sempre la sua offerta. Secondo la società di intelligence marittima Windward, l’Iran sta gestendo i movimenti attraverso un modello rigidamente selettivo, basato su permessi specifici. Nel frattempo, Teheran sta sfruttando infrastrutture fisiche strategiche – come l’oleodotto Goreh-Jask e il terminale di Kooh Mobarak – come vere e proprie vie d’uscita per le esportazioni, aggirando il blocco marittimo.

Il transito è ora controllato in modo quasi totale, con le navi costrette a deviare attraverso le acque territoriali iraniane. Insomma, se il motore dell’economia globale ha disperatamente bisogno di carburante, a quanto pare deve rassegnarsi ad affidarsi anche ai “morti viventi” dei mari.

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