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Il programma futurista di Grillo? Mo’ me lo segno

Mano sul cuore, amici. Ascoltate con la dovuta commozione, qual è il succo di tutto, la nonna di ogni problema e la madre delle relative soluzioni, il sunto di una crisi politica, sociale, parlamentare, europea, ma che dico, cosmica. Mettetevi comodi, rilassatevi, il kleenex a portata di naso e una lacrima sul viso come nei favolosi Sessanta quando Martin Luther King proclamò: “I have a dream”; o come quando John F. Kennedy proruppe: “Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese”.

Abbeveratevi dunque al verbo di un novello Padre della Patria, ma che dico, di un Padre del Futuro, riversato in una clip video di pochi minuti qualche giorno fa per convincere i grillini, e i piddini, all’incestuoso coniugio. Partiamo dallo strepitoso finale, da far rosicare King e Kennedy nella tomba: “Dobbiamo controllare i flussi per saper come fare, i flussi migratori, i flussi della tua casa, il flusso della tua fogna come va, dobbiamo capire perché noi abbiamo un ingresso per i cibi solidi e liquidi e due uscite per i solidi e una per i liquidi. Sono due? No, una per i solidi e una per i liquidi. Ci sarà un motivo?”.

Chi ha pronunciato queste immortali parole, scolpite come il “conosci te stesso” di ellenica memoria sul  frontone del tempio di Apollo di uno  scintillante avvenire? Chi si è pensosamente, e dubitativamente, interrogato sui terminali in entrata e in uscita dell’apparato digestivo, e secretivo, umano? Beppe Grillo. È stato Beppe Grillo: Il capo carismatico del movimento politico più decisivo del nostro Paese. Non vi siete inetneriti? Strano. Perché questo, sapete, è uno dei vertici apicali del pensiero dell’uomo più influente d’Italia.

Ma la lezione impartitaci sul traffico veicolare che – dalla pappa conduce alla cacca e alla pipì, e la divertente amnesia sul numero di buchi antero-posteriori deputati dal corpo umano alla fuoriuscita delle feci e dell’urina –  non è neppure il pezzo forte della entusiasmante filippica. È solo il suo degno epilogo che potrebbe indurre qualche buontempone a chiose irriverenti. Tipo: che discorso di merda. Oppure: siamo davvero nella merda. In effetti, parrebbero vere entrambe le cose ma non possiamo, non dobbiamo cavarcela superficialmente urlando, con Fantozzi, che tutta l’epopea 5 Stelle si sta rivelando una cagata pazzesca.

Dobbiamo ascoltare anche le altre prodigiose perline del video. Là dove Grillo ci invita a guardare all’imminente cambiamento “epocale”, “antropologico”, “sociale” che si tradurrà  in questi impressionanti sviluppi: a) “il grafene che assottigliando la molecola puoi persino filtrare l’acqua di mare e renderla potabile senza energia”; b)  “l’idraulica di una casa, l’idraulica del corpo, l’idraulica del mondo”; c) “un cazzo di gelso fa una scorreggina a temperatura ambiente e fa una seta che è molto più efficace e molto più resistente del titanio”. L’insostenibile flatulenza dell’essere.

E poi, ci esorta Lui, in un visionario crescendo rossiniano, dovremmo anche chiederci “come si muoverà un quartiere perché ogni quartiere è diverso, dovrà essere autosufficiente come alimentazione con gli orti aerei”. Noi stentiamo a seguirlo e lui, giustamente, ci bacchetta –  arretrati che siamo – perchè “facciamo dei discorsi stupidi sul tav quando ormai le sinergie devono collegarsi tra loro, ormai un camion è forse più conveniente del treno”. Ma il nostro ne ha per tutti; il suo genio universale, reincarnazione di qualche illuminata intelligenza del Rinascimento italiano, è tutto un ribollire di polluzioni salvifiche, un crepitare sinaptico di eccitanti rivelazioni. Sintetizzate, per esempio, nell’individuazione della causa della miseria umana su cui invano si cimentarono mezze pippe come John Stuart Mill, Karl Marx, Pierre-Joseph Proudhon e qualche migliaio di versatili menti della dottrina sociale della Chiesa: “La povertà nasce perché ci sono fasce di persone che sono sotto la qualità della vita e più fai star male una persona e più ti costa di sanità”. Ah, ecco, giusto. Mo’ me lo segno.

In definitiva – al netto delle stronzate –  di cosa parla davvero Grillo? Di quello che potreste tranquillamente ascoltare da un occasionale compagno d’ascensore, o dal vicino di seggiola dal barbiere, o dal barman nell’ora dello spritz. Semplicemente, ci sta dicendo che esiste il progresso tecnologico e che bisogna stare al passo con i tempi. Un genio vero, come Marinetti, aveva anche pensato di buttarla in politica, la faccenda, con cent’anni di anticipo sul futurologo Grillo, più o meno. E non era neanche di sinistra. In effetti, non è un programma politico; è la dichiarazione di intenti di qualsiasi individuo senziente, e pensante, venuto alla luce dopo il fatidico transito dai grugniti dell’homo neanderthalensis ai vocaboli dell’homo sapiens. A partire dall’invenzione della ruota, poi, questo disco è andato via come il pane. E noi italiani (che siamo più avanti anche senza bisogno di Grillo) ci abbiamo appunto fatto una hit, l’inno perfetto, che ti credi. E fa così: finchè la barca va lasciala andare.

Ma torniamo sul pezzo. Questo discorso – nella sua abissale e inquietante inconsistenza –  è il terminale d’approdo di un partito che prometteva di cambiare per sempre il modo di fare politica. Parlando anche e soprattutto delle uniche due cose realmente decisive in qualsiasi progetto seriamente rivoluzionario: il denaro e il potere. Vale a dire: chi produce, gestisce e redistribuisce la moneta e i suoi flussi economici (altro che flussi intestinali)  a beneficio della comunità e chi decide in quali direzioni, con quali obbiettivi e per quali scopi utilizzare quel denaro. Tutto il resto è noia. E non avevamo bisogno di Grillo per ricordarcelo. Ci aveva già pensato Califano.

L’unico progetto con pretese autenticamente politiche, oggi, non può prescindere da (e non può che costruirsi su) queste due elementari prerogative (denaro e potere): noi abbiamo abdicato sia alla prima che alla seconda. Ergo, l’idraulica del corpo, gli orti aerei e il grafene sai dove si potrebbe metterli, caro Grillo? La parte conclusiva del tuo appello – quella in cui ti cimenti nell’enumerazione dei fori di deiezione dell’organismo – potrebbe suggerire qualche proficua destinazione.

Eppure sia Grillo che il Movimento erano partiti bene. Parlavano di signoraggio, di sistema bancario, di uscita dall’euro, di riconquista della sovranità. Su tutti questi temi è poi calato un silenzio tombale. In compenso, sono arrivati il gelso e le sue scoreggine a temperatura ambiente. Dal Papeete alle puzzette. Il tutto in un clima confortevole. Che volete di più? È  il profumo del progresso, bellezza.  Ma non è finita.

L’essenza del discorso di Grillo non sta solo nella sua resistibile comicità e nella sua irresistibile vacuità – più eterea e inutile del peto di un gelso –, ma anche nella sua infima considerazione per gli elettori. Egli non solo vuole che si bevano le minchiate di cui sopra. Pretende anche che si emozionino. A un certo punto si inalbera – e con lui il gelso, coerentemente –  biasimando  “questa mancanza di divertimento, di umorismo, di euforia, dovete essere euforici, euforici perché appartenete a questo momento straordinario di cambiamento”.

“Allegria!” diceva Mike Bongiorno. “Euforia!” dice Grillo. Come dire che sessant’anni non sono passati invano. Ma – se non proprio il puzzone – ridateci almeno Rischiatutto, vi prego. In effetti, c’è da piegarsi in due dal ridere, al pensiero della strepitosa contorsione dialettica, tattica, strategica operata dal Movimento che era nato per aprire come una scatoletta di tonno le istituzioni e ha finito per divenirne una sorta di semovente, squamosa propaggine. Fascinosa, addirittura, per quanto ripugnante. Un po’ come quei film dell’orrore dove il protagonista è inghiottito e digerito dal mostro alieno e i suoi lineamenti baluginano in controluce nella gelatinosa membrana della bestia. E magari il poveretto cerca la via d’uscita “intestina” contorcendosi tra le viscere e neppure la trova: proprio  quell’orifizio su cui discetta Grillo nel suo show, perdendo il conto delle “porte di sicurezza”. Proprio come noi non troviamo la via d’uscita dal casino in cui, chi doveva ribaltare tutto, ci ha cacciato.

E sapete come si chiude l’intemerata del Garante a 5 Stelle? Con una sorta di rutto catartico e liberatorio, quando finalmente il nostro  rivela la sua passionaccia giovanile, l’obbiettivo cui forse mirava fin da quando si candidò alle primarie del PD e ne ricavò una pernacchia e un traumatizzante rifiuto: ricongiungersi alla sua base. D’altra parte, certi amori non finiscono, ammonisce Venditti, fanno solo giri immensi e poi ritornano. Ed ecco come mandare affanculo la gloriosa storia di una supposta rivoluzione trasformatasi in una prodigiosa e reazionaria supposta per tutti gli italiani:  “Io mi rivolgo al PD, alla base e ai ragazzi del PD, sarete contenti, è il vostro momento”. Sono contentissimi, Beppe, ma non è solo il loro momento. È anche il tuo. Ce l’hai fatta, alla fine.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com

 


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