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Il problema dell’immigrazione: il bene va fatto bene. Senza un cambio del paradigma economico, non ci sarà soluzione


di Davide Gionco

Anni fa, quando facevo volontariato presso un’associazione impegnata nel recupero di tossicodipendenti, sentivo raccontare dai ragazzi della comunità delle storie fra loro molto simili. Quei ragazzi, quando si trovavano nel turbine della droga, restavano fuori casa ore ed ore. Giorni. Con i loro “amici del giro”. Ecco una di quelle storie.
Finiti i soldi tornavo a casa dalla mamma, per chiedere ancora soldi che mi servivano per acquistare la droga. Mia mamma diceva sempre di sì, dandomi il denaro. Prima lo faceva perché non si era ancora resa conto che mi drogavo. Poi lo faceva per porre fine alla mia insistenza. E a volte per evitare che io la picchiassi.
Ad un certo punto mia mamma, disperata, si rivolse ad una comunità di recupero per tossicodipendenti, chiedendo aiuto. Il consiglio, unanime, di quelli della comunità fu quello di smettere di darmi altri soldi, in quanto li avrei usati per drogarmi e non mi sarei mai deciso a cambiare vita.
“E se torna a casa per minacciarmi, cosa faccio con mio figlio?” –disse mia mamma-
“In questo caso non apra la porta di casa, lasci che suo figlio dorma per strada, finché si renda conto dei propri errori e, almeno per necessità, imbocchi l’unica via di uscita possibile, quella della comunità, dove lo aiuteremo a cambiare vita” – disse l’operatore.
E così fece la mamma. E fu la mia salvezza.
Io rientravo a casa per chiedere altro denaro, ma la mamma non apriva la porta, nonostante le mie urla, nonostante i colpi sbattuti contro la porta.
Allora mi rivolsi a dei vecchi amici, che non sapevano della mia situazione. Dissi loro che mia madre era impazzita e mi obbligava a passare le notti fuori di casa e mi lasciava -io che ero disoccupato- senza neppure due soldi per comprarmi da mangiare e qualche sigaretta.
Quei vecchi amici, che erano persone di buon cuore, mi dissero “Hai una mamma proprio cattiva, disumana e senza cuore. Eccoti un po’ di soldi, che potrai usare per le tue necessità.”
In questo modo potei continuare a drogarmi ancora per alcuni mesi, grazie agli “aiuti” di quegli amici e chiudendo ogni rapporto con mia mamma che, disperata, a casa piangeva per il figlio perduto.
Quando tutti gli amici si resero conto della mia situazione, anche loro, poco alla volta, mi chiusero le porte in faccia. Alla fine non ebbe scelta. Pur di non restare a dormire per strada, al freddo, tornai da mia madre, la quale mi disse che l’unica soluzione era di presentarmi alla comunità. Non avendo alternative, feci proprio così. E dopo alcuni anni di terapia di disintossicazione e di ricostruzione umana mi resi conto dei miei errori, trovai la forza di riprendere in mano la mia vita e di raccontarti questa sua storia.

La morale di questa storia è che, come diceva il beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari della Consolata “il bene va fatto bene” (e senza rumore).
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Chi pensava di fare il bene di quel ragazzo dandogli del denaro, senza preoccuparsi di aiutarlo veramente a cambiare vita, in realtà non faceva il suo bene.
La madre, prima, ed i vecchi amici, poi, rispondevano in modo inadeguato alla situazione e non aiutavano per nulla il ragazzo a risolvere i suoi problemi. Solo quando i “benefattori” presero coscienza della complessità della situazione, delle origini del problema, furono in grado di aiutare veramente quel ragazzo.

Uno dei valori fondanti della nostra civiltà occidentale è certamente l’attenzione alle persone bisognose.
E’ questo valore che certamente anima tutti coloro che ritengono giusto accogliere i migranti che arrivano dai paesi più poveri, fuggendo da guerre, violenze e povertà
Per questo motivo oggi molte persone in Italia sono scandalizzate dalle politiche dell’attuale governo: siamo persone umane e non possiamo abbandonare, indifferenti al loro destino, quelle persone bisognose.

Questo valore dell’aiuto ai bisognosi, diffuso e presente nella nostra società, trova certamente il suo fondamento nel cristianesimo, in particolare nella parabola del Buon Samaritano, riportata dal Vangelo di Luca. Andiamo un po’ a rileggere il testo della parabola.
«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre.
Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione.
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.
»

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(Il Buon Samaritano, di Vincent Van Gogh)

Il Samaritano non si limita ad “avere compassione”. Fa tutto il possibile per soccorrere al meglio il malcapitato. Ma non solo: dà due denari all’albergatore e si impegna a pagare anche di più affinché quella persona sia aiutata a risolvere tutti i problemi del caso.
Avrebbe potuto fare molto di meno per quella persona, limitandosi ai primi soccorsi e ripartendo per la sua strada.
Invece no. “Il bene va fatto bene”. Se vogliamo aiutare veramente una persona, lo dobbiamo fare nel migliore dei modi possibili, se no non è vero aiuto, è solo un modo per mettere a tacere la coscienza. Non ci interessa il bene dell’altra persona, ma solo dimostrare a noi stessi che “siamo buoni”.

Proviamo ora ad applicare questo insegnamento alla spinosa questione dell’immigrazione in Italia.

La questione lacera e divide l’opinione pubblica, perché in realtà tutti hanno ragione: è certamente giusto salvare i migranti che rischiano di affondare in mare con i loro mezzi di fortuna; è giusto ospitarli e prenderci cura di loro fino a che non si siano ripresi; è vero che fuggono dai campi di tortura in Libia; è giusto offrire asilo politico alle persone che fuggono da violenze e dittature ed è giusto che ci prendiamo a cuore il destino di questi nostri fratelli, esseri umani, che vivono in povertà, senza speranze di miglioramento.
Nello stesso tempo è giusto limitare gli ingressi in Italia (che evidentemente l’Europa considera come sua parte solo quando ci deve imporre le politiche di austerità), in quanto non è oggettivamente possibile accogliere permanentemente in Italia decine di milioni di migranti dai paesi poveri, offrendo loro un lavoro dignitoso; ed è evidente che l’afflusso di persone disperate nel nostro già malconcio mondo del lavoro non può che abbassare i salari ed i diritti dei lavoratori. Così come è evidente che se quelle persone restano in giro per l’Italia senza prospettive di lavoro, aumentano le probabilità che “trovino impiego” nel mondo della criminalità. Così come è un dato di fatto che i migranti arrivano con la loro cultura, spesso distante dalla nostra, a volte senza la minima intenzione di integrarsi veramente. E certamente ci sono persone e organizzazioni che traggono vantaggio economico dai flussi migratori.
E il multiculturalismo: un conto è rispettare tutti i popoli, ciascuno con la propria cultura, un altro conto è mescolare insieme tutte le culture, facendo perdere a ciascuno le proprie radici. Se in alcuni casi, per non morire di fame, è stata una necessità, non possiamo accettare che sia un obiettivo politico. Con quale utilità? Non è necessario azzerare la propria cultura, per rispettare quella degli altri.

Quindi tutti hanno ragione, ciascuno guarda solo ad alcuni aspetti della questione e sottovaluata altri aspetti. O li ignora del tutto. E così ci si divide, perdendo immense energie a litigare, ma soprattutto senza impegnarsi a trovare delle reali soluzioni al problema.
Il problema dei flussi migratori al momento sembra essere senza soluzione, perché in realtà tutti hanno torto.
Tutti hanno torto perché non si informano sulla complessità del fenomeno e soprattutto sulle cause che originano il fenomeno. E, non comprendendone le cause, non sanno vedere delle soluzioni.
Come diceva il beato Giuseppe Allamano, il bene deve essere fatto bene.
Se il Buon Samaritano non avesse aiutato il fratello bisognoso in tutte le sue necessità, non lo avrebbe realmente aiutato.

Per questo facciamo uno sforzo per comprendere le cause scatenanti del fenomeno.
Papa Benedetto XVI, nel suo messaggio per la giornata mondiale del rifugiato del 2013, disse chiaramente che “prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare“.
Nessuno lascia a cuor leggero, né volentieri, la propria famiglia, la propria terra, il proprio mondo. Non lo fecero neppure i milioni di italiani che lasciarono la propria patria in cerca di fortuna in paesi lontani.
Gli italiani partivano perché in Italia si faceva la fame e non c’erano prospettive di miglioramento. Gli africani oggi partono in cerca di fortuna per le stesse ragioni: sono poveri e vorrebbero migliorare la propria esistenza.
La maggior parte degli africani non parte per l’Europa. Ci sono importantissimi flussi migratori interni all’Africa, dalle regioni più povere a quelle più ricche. In questi casi il problema, come italiani ed europei, non ci tocca, ma si tratta comunque della stessa tragedia: ma perché partono?

L’Africa non è un continente povero per definizione, così come l’Italia non era povera per definizione, quando molti migranti partivano (ma anche oggi non scherziamo, nella sola Londra ci sono attualmente più di 250’000 italiani di recente immigrazione) in Italia c’erano molti poveri perché chi allora governava l’Italia portava avanti delle politiche economiche disastrose, nei soli interessi delle classi più ricche.
La povertà dell’Africa ha delle cause ben precise: imprese occidentali (recentemente anche cinesi) che depredano il continente delle sue risorse: minerali, produzione agricola, acqua, persino della terra a disposizione degli allevatori di bestiame.
Ci sono nazioni come la Francia che mantengono sistematicamente in povertà le ex colonie, imponendo loro di subire tutte le conseguenze di un sistema economico fortemente neoliberista, con l’affermazione delle multinazionali francesi, che impediscono lo sviluppo di una economia locale. E per avere il sostegno della politica locale le multinazionali, se non direttamente i governi di alcuni paesi occidentali, sostengono colpi di stato, guerre, gruppi armati come Boko Haram.
Dietro a queste azioni di predazione e di devastazione ci sono sempre gli interessi economici di moltissimi “investitori”. Persone “normali” che acquistano dei “prodotti finanziari” in una banca. Quel denaro investito per garantire una rendita finanziaria viene successivamente impacchettaro ed utilizzato per massimizzare il rendimento, cosa che avviene sfruttando i popoli africani, incapaci di difenderci.
Quindi ogni volta che collaboriamo con l’attuale sistema economico, basato sulla rendita finanziaria e sulle multinazionali, contribuiamo al sistema di sfruttamento che causa i moti migratori dai paesi poveri (non solo dall’Africa, peraltro).

Tutto questo, però, non sarebbe ancora sufficiente ad indurre molti africani a partire. Le persone che in Africa muoiono di fame di certo non hanno i soldi per pagarsi il viaggio attraverso il deserto e, poi, per pagare a sufficienza per non essere imprigionati nei campi di tortura della Libia e, infine, per pagare la traversata del Mediterraneo.
Non a caso molti di quelli che arrivano hanno già lo smartphone e ancora una riserva di denaro da utilizzare per sistemarsi in Europa.
A partire in cerca di fortuna sono i rampolli di famiglie minimamente benestanti, le quali possono offrire a delle banche locali (filiali africane di banche occidentali) un prestito per finanziare il viaggio della fortuna. Se tutto va bene il rampollo di famiglia troverà lavoro in Europa, ripagando il micro-prestito di 10’000 euro. Se va invece male (morto nel deserto, di tortura in Libia, annegato nel Mediterraneo, respinto dall’Italia), la banca si potrà comunque rivalere tramite le garanzie del credito concesso, ad esempio portando via la casa alla famiglia del migrante. Naturalmente anche dietro queste banche, che fanno pubblicità per convincere le famiglie africane a mandare i figli in Europa, ci stanno gli stessi meccanismi della rendita finanziaria.

In conclusione un invito per tutti: non dividiamo l’Italia in buoni e cattivi, giusti ed ingenui, a seconda delle posizioni assunte verso il problema delle migrazioni.
Se abbiamo a cuore la soluzione del problema, se vogliamo davvero aiutare i nostri fratelli africani ed evitare nello stesso tempo tanti problemi a loro e a noi, facciamo bene il bene. Il problema lo si risolve solo cambiando alla radice l’attuale sistema economico, che causa povertà anche in Italia (vedasi le politiche di austerità imposte dalla UE) e moltissimi poveri in altri paesi del mondo. Non è il caso che li “aiutiamo a casa loro”, basterebbe solo smettere di impoverirli.
Oggi mentre con una mano raccogliamo gli “spiccioli” con le quaresime di fraternità, dall’altro lato abbiamo le “nostre” imprese che fanno affari nei paesi poveri, rendendoli ancora più poveri.

Purtroppo fino ad oggi non si vedono partiti che mettano in discussione l’attuale sistema economico.
Nessuno mette in discussione, facendo concrete proposte politiche, la libera circolazione dei capitali e delle merci, lo strapotere delle multinazionali e delle banche, la privatizzazione del denaro, le politiche coloniali dei paesi europei in Africa e degli USA in Sud America.
E’ necessario cambiare paradigma economico: mettere al centro l’uomo, la famiglia, la dignità umana, il lavoro per tutti; porre fine alla moneta-debito, che rende popoli e nazioni schiavi del sistema finanziario internazionale basato sulla rendita.
Una battaglia contro il sistema economico neoliberista ci consentirebbe non solo di risolvere il problema dell’immigrazione, ma anche i problemi economici dell’Europa e dell’Italia, superando le divisioni nell’opinione pubblica italiana.

Quando saranno cambiate le politiche economiche, garantendo una vita dignitosa e prospettive di benessere in ogni paese, nessun africano desidererà emigrare in Europa. Magari ci verranno, benvenuti, come turisti benestanti, per conoscere ed apprezzare il nostro paese, così come oggi molti europei fanno i turisti in Africa.
Un altro mondo è possibile, dipende solo da noi.


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