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Il Prezzo nascosto del “NO” al Nucleare
Una scelta del 1987 che ancora oggi grava sulla competitività, sulla sovranità e sulla posizione geopolitica dell’Italia

C’è una variabile silenziosa che da quasi quarant’anni condiziona la struttura economica italiana: il costo dell’energia. Non è un fattore congiunturale, né una semplice inefficienza di mercato. È l’effetto permanente di una scelta strategica – la rinuncia al nucleare sancita dal referendum del 1987 – che ha inciso sulla capacità del Paese di competere, crescere e difendere la propria autonomia.
Il nucleare, nelle economie avanzate, non è solo una tecnologia: è un’infrastruttura di stabilizzazione dei costi, una garanzia di prevedibilità e un moltiplicatore di sovranità economica. L’Italia, scegliendo di abbandonarlo, si è collocata strutturalmente in una posizione di svantaggio.
Il dato più evidente è il differenziale di prezzo. Negli ultimi anni il prezzo all’ingrosso dell’elettricità in Italia si è attestato mediamente tra i 100 e i 110 €/MWh, contro 50–60 €/MWh in Francia, 60–70 €/MWh in Spagna e circa 70–80 €/MWh in Germania. Per le imprese energivore il divario risulta ancora più marcato, con differenziali che oscillano stabilmente tra il 30% e il 50% rispetto ai principali partner europei.
Questo scarto non è episodico, ma strutturale. Assumendo in modo prudenziale un differenziale medio di 30 €/MWh – inferiore rispetto ai picchi osservati negli ultimi anni – e un fabbisogno elettrico nazionale nell’ordine dei 300 TWh annui, il costo implicito per il sistema Italia si colloca intorno ai 9 miliardi di euro l’anno.
Su un orizzonte lungo, il dato diventa ancora più significativo: anche ipotizzando una media storica più contenuta (per tener conto degli anni precedenti alle recenti crisi energetiche), la perdita cumulata dal 1987 a oggi può essere stimata in una forbice compresa tra 250 e 350 miliardi di euro. Si tratta di una stima prudente, costruita su ipotesi conservative e quindi difficilmente contestabile, che non include effetti indiretti quali delocalizzazioni, minori investimenti esteri e compressione della base industriale.
Eppure, l’aspetto più critico emerge dal confronto con gli altri Paesi europei. Molte economie avanzate hanno perseguito con coerenza lo sviluppo del nucleare, beneficiando di prezzi più bassi, maggiore stabilità e minore esposizione agli shock esterni. Il nucleare ha rappresentato, per questi Paesi, un vero fattore di politica industriale.
L’Italia ha invece imboccato una strada opposta senza eliminare i rischi che intendeva evitare. Il paradosso è evidente: il Paese importa una quota rilevante di energia elettrica proprio da sistemi fondati sul nucleare – in primo luogo dalla Francia – sostenendo costi più elevati rispetto a quelli che gravano sui produttori.
In altri termini, l’Italia non ha abbandonato il nucleare: ha rinunciato a produrlo. Il rischio non è stato eliminato – perché eventuali criticità negli impianti esteri avrebbero comunque effetti sul territorio nazionale – mentre il costo è stato interamente internalizzato dal sistema economico. Si è così determinata una delle più evidenti asimmetrie della politica energetica italiana: dipendenza senza controllo, esposizione senza compensazione.
Il nodo è, quindi, strutturale e geopolitico. Il nucleare garantisce una produzione programmabile e indipendente dalle fluttuazioni delle materie prime. L’Italia, al contrario, ha costruito il proprio sistema su una forte dipendenza dal gas, rendendo il prezzo dell’elettricità una variabile derivata dei mercati internazionali. Ne deriva una condizione permanente di price taker, in cui il Paese subisce i prezzi anziché determinarli.
La crisi energetica del 2022 ha reso evidente questa fragilità: l’assenza di una componente nucleare ha amplificato la trasmissione degli shock, con effetti più intensi su famiglie e imprese rispetto ai Paesi dotati di un mix energetico più equilibrato.
Il confronto globale accentua ulteriormente il divario. Negli Stati Uniti e in Asia, il costo dell’energia rappresenta un vantaggio competitivo decisivo. L’Italia si trova così compressa tra un doppio svantaggio: intra-europeo, rispetto ai Paesi nucleari, e globale, rispetto ai principali poli industriali.
La scelta del 1987 non è stata neutrale. Non ha eliminato il rischio, ma ha aumentato i costi; non ha rafforzato l’autonomia, ma ha accresciuto la dipendenza; non ha protetto il sistema economico, ma ne ha ridotto la capacità competitiva.
In un contesto in cui l’energia è tornata a essere una leva di potere, l’Italia resta una grande economia industriale priva di uno dei principali strumenti di stabilizzazione dei costi.
Ed è proprio qui che si misura il costo reale di quella decisione: non in ciò che si è evitato, ma in ciò che si è perso — la capacità di controllare il proprio destino energetico.
Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID, capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.








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