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IL PERICOLO DEL GOLD STANDARD: ROOSEVELT, L’ARGENTO E LA CINA

 

 

 

Un mito degli economisti ordoliberisti è che la valuta dovrebbe essere “Stabile” magari legata ad uno standard esterno come l’oro o l’argento. Questo, nelle idee di questi economisti, dovrebbe garantire una valuta indipendente dall’andamento economica, sempre forte , sempre solida. Questa logica è dietro l’acquisto delle reiserve auree ed il bramoso desiderio di certe nazioni, di certi popoli, di possederle.

Peccato che storicamente, questo desiderio possa essere molto, molto pericoloso, perchè, al contrario di quanto si possa pensare, viene a mettere la valuta nelle mani di speculatori o potenze straniere. Questo ce lo mostra la storia, e molto chiaramente, attraverso gli scritti di Milton Friedman.

Agli inizi degli anni 30, con la grande depressione, la Cina monetava ancora in argento, insieme ad alcuni paesi sud americani come il Messico, mentre gli USA avevano abbandonato il silver standard da tempo, nonostante alcune petizioni per reintrodurlo negli anni 20, soprattutto con l’obiettivo di risollevare i prezzi dell’argento.

La Grande Depressione cambiò profondamente le cose. Nel 1931 il Regno Unito abbandonò il gold standard, portandosi su una strada svalutativa sulla quale fu seguito da molte valute europee, fra cui la Lira. Come disse giustamente Keynes, era meglio salvare l’industria che rimanere agganciati ad una reliquia del passato. Gli USA, nel pieno della crisi, avevano un tremendo bisogno di inflazione per interrompere la spirale deflattiva che minacciava le produzioni agricole ed industriali. Questo, unito alle pressioni della lobby dell’industria estrattiva, portò nel 1933 al Thomas Amendment  e nel 1934 al Silver Purchase Act, con la quale, dietro la scusante di creare scorte di metallo prezioso per rafforzare la moneta, il governo si impegnava a  comprava tutto l’argento estratto negli USA ad un prezzo più che doppio rispetto a quello del mercato, prezzo che si era ridotto durante gli anni 20.

Il prezzo dell’argento era progressivamente calato man mano che i paesi abbandonavano la monetazione in quel metallo per passare alla Fiat durante l’ottocento. Il periodo dopo la Grande Guerra aveva poi accentuato questo andamento, causando una svalutazione delle monete che ne seguivano lo standard, ma aiutando in questo modo la competitività dei quei paesi.

Il programma di acquisti di Roosevelt, unito ad una serie di speculazioni ed anche a forti acquisti di argento del governo USA sui mercati internazionali portò ad una  esplosione del prezzo che si incrementò del 128% nel periodo 1932 -35.

Ora possiamo immaginare l’effetto di questo boom sulle  valute ancora coniate il argento. I paesi Su Americani abbandonarono rapidamente la coniazione e svalutarono, per non essere spazzati via. La Cina si trovò la moneta rivalutata, per fattori esterni, quasi di due volte. Questo devastò le esportazioni cinesi, esportò la grande crisi in Cina e quindi portò all’impopolarità del governo di Chiang Kai-shek. Probabilmente il dittatore militare avrebbe dovuto comunque abbandonare lo standard dell’argento con lo scoppio della guerra cino giapponese, ma avrebbe scelto lui quando e come, non si sarebbe fatto imporre questa scelta da una decisione del presidente USA, e, soprattutto, avrebbe potuto ammantarla di nazionalismo, non di incapacità.  Un fatto curioso è che ora Trump accusa di svalutazione lo Yuan, quando negli anni ’30 furono gli USA a giocare con il valore della valuta cinese.

Quando si lega una valuta a qualcosa d’altro che non sia la propria condizione economica si delega una parte notevole della propria indipendenza e della propria ricchezza ad un potere esterno. Pretendere che questo potere poi sia “Indipendente” significa legare la propria vita al fato che, per definizione, è cinico e baro. Già ne siamo in balia, ma così si sfiora il gioco d’azzardo.

 


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