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Il pareggio in bilancio in Costituzione: cretinismo economico? No è un reato.

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Art. 283 cp: “Chiunque, con atti violenti, commette un fatto diretto a mutare la costituzione dello Stato, o la forma del governo è punito con la reclusione non inferiore a cinque anni”.

Nel 2012, al culmine della falsa crisi del debito sovrano italiano, il trattato cd. “fiscal compact” ci ha imposto la modifica della nostra Costituzione. Tra le norme modificate c’è l’art. 81 Cost.: con esso si è introdotto nella Carta il principio universale del cretinismo economico. Lo Stato, dopo la riforma, deve comportarsi come una famiglia o un’azienda e quindi non deve spendere più di quanto incassa.

La società è stata trasformata in quello che Keynes amava chiamare “la parodia dell’incubo di un contabile”. Non produciamo più ciò di cui siamo capaci per limiti auto imposti. Recentemente abbiamo sentito ben due, dei tre nuovi Giudici eletti in Corte Costituzionale, dichiararsi favorevoli a tale norma. Per loro onestamente non credo alla malafede, è semplice cretinismo economico. Probabilmente dovuto anche ad una diffusa propaganda mediatica, che li ha influenzati in un campo, quello della contabilità pubblica, in cui evidentemente non erano adeguatamente preparati. A loro favore va il fatto che non sono temi usualmente di competenza dei giuristi, ma da qualche anno a questa parte lo sono drammaticamente diventati.

Con il pareggio in bilancio non siamo solo davanti ad un atto economicamente insensato, ma ad un vero e proprio delitto contro la personalità giuridica dello Stato. Con il pareggio infatti lo Stato perde il suo potere assoluto d’imperio sul proprio territorio, diventando un soggetto giuridico al pari di ogni privato dell’ordinamento. Scordiamoci sanità, pensioni, sicurezza, istruzione, ecc. Con la nuova legislazione nulla di tutto questo potrà continuare.

Proviamo a spiegarlo ai dannosi ignoranti che difendono questa norma nel modo più semplice ed atecnico possibile. Ricorriamo ad un esempio paradossale, ma drammaticamente reale.

Poniamo che uno Stato, ab origine, ovvero dal primo anno della sua creazione, abbia deciso di seguire l’idioma imbecille del “non viviamo sopra le nostre possibilità” e abbia codificato da subito il pareggio in bilancio. Il nostro Stato deciderà di spendere 100 e dovrà pertanto tassare a fine anno esattamente 100.

Che cosa succederà secondo voi? Nulla di buono. Abbiamo semplicemente creato una società priva di risparmio. Una società in cui la crescita è bandita e la domanda di beni o servizi sarà sempre troppo bassa per assenza della moneta sufficiente a pagarli, una società che vivrà sotto le proprie possibilità. Così facendo la disoccupazione rimarrà ovviamente alle stelle perché il lavoro non produrrà alcun profitto. Avremo una stagnazione secolare (curiosamente proprio quello che Padoan ha dichiarato di temere per il futuro dell’Italia). Insomma una società diametralmente opposta a quella prevista dai principi fondamentali codificati nella nostra Costituzione.

In un Paese non più dotato di sovranità monetaria l’esempio degli effetti del pareggio in bilancio sono, peraltro, ancora peggiori. L’Italia dal 1981 (divorzio banca d’Italia – tesoro) non si finanzia più con la propria banca centrale (dunque non si finanzia indipendentemente), ma lo fa sui mercati. Così facendo il Paese si è indebitato verso soggetti privati che richiedono interessi. 

Questo comporta che se introduciamo il pareggio in bilancio accade, proseguendo nel nostro semplice esempio, esattamente questo: se spendiamo 100 e tassiamo 100, ma 10 di queste spese vanno per gli interessi sul debito (nella realtà interessi che finiscono in parte consistente all’estero, questo è decisivo ai fini di questo ragionamento) mi ritrovo a spendere (dunque ad immettere moneta) nell’economia reale 90 per poi tassare 100. La differenza si può ottenere unicamente dal risparmio monetario o dal l’esproprio dei beni reali dei cittadini, ovvero da tutto ciò che si è ottenuto nel corso degli anni con politiche di deficit, le uniche che creano matematicamente risparmio.

Qui è racchiuso il crimine economico del pareggio in bilancio, che obbliga a politiche volte all’abbattimento dei salari per ottenere la moneta mancante attraverso le esportazioni, oppure a politiche volte a trasformare il debito pubblico in debito privato. Due scelte egualmente disastrose per il Paese e per l’economia, poiché entrambe non possono funzionare.

La modifica della Costituzione del 2012 è stata dunque un vero attentato ai valori della Carta, un’attentato alla personalità giuridica dello Stato che in un colpo smantella il diritto al lavoro, il welfare (come dicono i due fenomeni eletti alla consulta, le pensioni si pagano se ci sono i soldi) ed in generale il modello economico costituzionale dando addio al risparmio, che diviene impossibile ex lege.

Tutto questo sarebbe stato pacificamente reato prima del 2006 allorquando il requisito della violenza non era contemplato nel dettato dell’art. 283 c.p. e dunque, la modifica della Costituzione, contro il divieto di compromettere i suoi principi fondamentali, era certamente reato.

Dopo la riforma del 2006 occorre valutare se si sia o meno in presenza di violenza. Rispondere affermativamente è assai semplice. La violenza in giurisprudenza è anche la mera cooptazione, la coercizione della volontà altrui. Proprio attraverso una falsa crisi economica, causata ad arte dagli speculatori finanziari, ormai onnipotenti grazie a Stati che hanno ceduto le proprie sovranità economiche e monetarie, si è indotta nella gente la paura. Questa paura ha fatto vincere il cretinismo economico così cooptando la volontà, ben diversa, che altrimenti avrebbe rappresentato un popolo adeguatamente informato. Chi vorrebbe disoccupazione e distruzione del risparmio per arricchire e (soprattutto) conferire potere assoluto alle lobby finanziarie? Se la domanda fosse questa nessuno accetterebbe queste politiche.

Purtroppo è avvenuto esattamente quello che Mario Monti, vero traditore dei valori della nostra Patria, Presidente del Consiglio al momento della modifica costituzionale di cui dibattiamo, si prefigurava laddove affermava, sino ad oggi impunemente, che:

“Io ho una distorsione che riguarda l’Europa ed è una distorsione positiva, anche l’Europa, non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi e di GRAVI crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. E’ chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini, ad una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico di non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto visibile conclamata. Certamente occorrono delle autorità di enforcement (n.d.s. costrizione traducendo in Italiano) rispettate che si facciano rispettare che siano indipendenti e che abbiano risorse e mezzi adeguati oggi abbiamo in Europa troppi Governi che si dicono liberali e che come prima cosa hanno cercato di attenuare la portata la capacità di azione le risorse l’indipendenza delle autorità che si sposano necessariamente al mercato in un’economia anche solo liberale”.

La Costituzione è tradita, ma il popolo non lo capisce. I Patrioti devono cominciare a chiedersi cosa va fatto a questo punto. La sola informazione non basta, serve uscire dal dogma del divide et impera, ma questo sarà oggetto del mio prossimo post.

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