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Il nuovo libro di Carraro e Quezel: SALUTE S.P.A. – Covid-19: ultima chiamata per la sanità pubblica

E’ nelle migliori librerie la nuova edizione del libro di Francesco Carraro e Massimo Quezel edito da Chiarelettere.

Lo tsunami del Covid-19 ha messo a nudo tutte le piaghe del sistema sanitario italiano. Un modello di sanità pubblica, universale e inclusiva che la nostra classe politica, da anni ormai, è impegnata a distruggere. Anzi, a “riformare”, così da assecondare le mire di business (sulla cosiddetta white economy) del grande capitale assicurativo privato. L’epidemia di Coronavirus rappresenta, se non altro, un’occasione per rimeditare a fondo sulle scellerate strategie di sistematico definanziamento del S.S.N. portate avanti, senza soluzione di continuità, negli ultimi lustri.

La demolizione controllata del nostro servizio sanitario non è stata causata (unicamente) dal definanziamento pubblico e neppure può essere addebitata (soltanto) alla colpa dell’Europa e delle sue imposizioni. Essa è stata anche e soprattutto il frutto dell’ingordigia di una classe politica che, senza distinzioni di colore, si è fatta allettare da promesse di marinaio o condizionare da pressioni indebite. Quelle di chi aveva, ed ha, bisogno che la salute degli italiani sia sempre meno “coperta” dal pubblico, per poter essere sempre più “offerta” al privato.

Inoltre, non possiamo né dobbiamo pensare che sia tutta, e solo, una questione di carenza di risorse. I problemi che abbiamo dovuto affrontare discendono anche dal modo ottuso, sclerotico, “burocratizzato” al massimo grado, di gestire l’emergenza fin dal principio. Senza che il sistema dimostrasse quel minimo grado di “flessibilità”, “intelligenza”, capacità di imparare dagli errori (nonchè rapidità di reazione a una situazione stressante) che dovrebbe costituire la caratteristica fondamentale della tanto decantata società 2.0.

Pensiamo ai seguenti sesquipedali errori, tutti riconducibili alla catena di comando del nostro sistema politico e/o sanitario.

  1. aver colpevolmente sottovalutato, da principio, la potenziale pericolosità del virus facendone una questione di “razzismo” nei confronti della comunità cinese, anziché di tutela della salute pubblica di tutti i cittadini;
  2. essersi “sdraiati” sulle direttive dell’OMS che, in principio, imponevano i tamponi solo sui soggetti sintomatici: parte del successo dell’esperienza veneta è derivato da un atto di “ribellione” civile da parte del primario Crisanti e dalla sua decisione controcorrente di ampliare a dismisura la rete dei soggetti testati;
  3. aver caldamente sconsigliato ai medici ospedalieri la esecuzione di autopsie sui morti di Covid, con ciò privando la classe medica del preziosissimo, insostituibile supporto degli esiti della ricerca empirica. Per troppo tempo si è così ignorato il fatto che molti decessi erano dovuti a tromboemboli dei vasi arteriosi rispetto alle quali gli interventi con respirazione assistita si sono rivelati addirittura controproducenti;
  4. aver ammassato, letteralmente, soprattutto all’inizio, i malati di Covid-19 nelle strutture RSA ove risiedeva la popolazione target “ideale” del virus, ovverossia gli anziani con pluripatologie: abbiamo visto l’ecatombe che ne è derivata;
  5. aver malamente gestito gli approvvigionamenti di presidi medici elementari, e fondamentali, come le mascherine: prima si sono accorti che in Italia non si producevano neppure (e abbiamo dovuto addirittura riconvertire da zero filiere industriali destinate a tutt’altri prodotti), poi ci sono avventurati in acquisti a prezzi assurdi affidandoci a mediatori di dubbia reputazione e, da ultimo, hanno enormemente tardato di rifornire i cittadini e, soprattutto, i sanitari;
  6. essersi affidati a (e fidati di) un sistema di rilevazioni statistiche assurdo, basato non sull’incidenza percentuale dei positivi rispetto al numero effettivo dei contagiati (praticamente impossibile da conoscere), ma sull’incidenza dei malati accertati rispetto a quelli effettivamente oggetto di “tampone”: e cioè, per unanime consenso scientifico, di una minima parte del totale;
  7. infine, aver drammaticamente trascurato, o addirittura bypassato la cosiddetta medicina del territorio: i medici di base sono stati indirizzati verso un approccio di conserva che scaricava i soggetti infettati verso le strutture ospedaliere magari dopo interminabili e fantozziane odissee tra un numero verde e l’altro.

Tutti i fattori succitati non sono frutto di carenza di risorse, ma di carenza di buon senso. E, soprattutto, di una mentalità fondata sulla mitologia di un sapere “scientifico” più simile a quello dogmatico di era medioevale che non all’autentico spirito della vera scienza. Una mentalità nutrita (o meglio imbottita, anzi soffocata) di “protocolli”, “buone prassi”, ordini diramati dall’alto senza il minimo coinvolgimento dei destinatari. Una mentalità che ritroviamo nell’esaltazione delle “linee guida” di cui parliamo nel libro, a proposito del fenomeno della “malasanità”. Una mentalità che scoraggia il pensiero creativo e “laterale” così importante per affrontare ogni problema e qualsiasi crisi.

In realtà, il Coronavirus – come ripetutamente segnalato da molti esponenti della classe medica – non era poi così “mostruoso” come una discutibile campagna mediatica ha voluto dipingerlo. E tuttavia ci è servito a capire i rischi che potremmo correre il giorno in cui dovesse arrivare da noi una epidemia molto più forte di quella che abbiamo, per fortuna, alle spalle.

Ma c’è di più. I sette punti suelencati stridono enormemente con l’unico slogan ripetuto ossessivamente, come un mantra terapeutico, dai media generalisti. Quello sul vaccino. Ora, a prescindere dalla utilità di questo farmaco nel caso specifico del Covid-19 (su cui hanno manifestato fondate perplessità fior di specialisti), non vi è chi non veda le sue enormi implicazioni sul piano del business multimiliardario ad esso sotteso. Il che porta a una elementare domanda: perché questa ossessione per la soluzione vaccinale e questa colpevole ignavia nei confronti di moltissime misure, a costo zero, in grado di far ottenere comunque risultati straordinari nella lotta al virus? A pensar male si fa peccato, ma sovente ci si azzecca, diceva Giulio Andreotti. Anche in questo caso, le soluzioni più “sponsorizzate”, in materia di salute pubblica, sono sempre e solo quelle in grado di far macinare utili stellari al capitale privato.

Oggi, con il Coronavirus, paghiamo il prezzo di tutto questo. E lo paghiamo tutto d’un colpo, in accelerata. È come se il Covid-19 avesse voluto farci aprire a forza gli occhi per guardare l’enormità del crimine perpetrato negli ultimi trent’anni. Un crimine che sarebbe stato impossibile senza la nostra complicità o connivenza, o quantomeno senza il nostro pigro disinteresse.

Il Coronavirus non fa paura tanto per la sua letalità; fa paura perché ha messo in luce una duplice carenza di sistema: di carattere strutturale da un lato, e di approccio strategico, organizzativo e “intellettuale”, dall’altro.

Questo non è il Paese, e non è il sistema sanitario, che avevano in mente i nostri Padri costituenti.

Ma quello presente non è il momento (solo) delle polemiche. Deve essere anche il momento delle proposte.

Una prevale su tutte le altre, in quanto da essa tutte le altre dipendono. È semplice se non ovvia, ma come tutte le cose semplici e ovvie rischia di essere dimenticata: smettiamola di “affamare” la sanità pubblica e cominciamo, invece, a “nutrirla” come mai è stato fatto. Serve non già un ordinario piano di misure straordinarie, ma uno straordinario piano di misure ordinarie. Ecco cosa ci ha insegnato la terribile esperienza della pandemia, con l’Italia blindata in un coprifuoco generalizzato come non si vedeva dalla seconda guerra mondiale: la sanità pubblica non solo non si tocca, ma deve essere oggetto di enormi investimenti. Abbiamo già il personale forse migliore del mondo. Se siamo sopravvissuti alla catastrofe lo dovremo anche a loro: ai medici, ai dottori, agli infermieri che, con encomiabile abnegazione, hanno garantito alta professionalità (anche sottoponendosi a turni estenuanti in corsia, e non solo). Ma questi “eroi” non bastano: servono nuove assunzioni, nuovi contratti, nuovi incentivi. E bisogna pagare meglio i professionisti di cui già disponiamo. Il loro lavoro non deve dipendere dalla questua organizzata on line per iniziativa di qualche vip “generoso”, ma dagli investimenti dello Stato.

Se poi, per ottenere il risultato, bisognerà mettere in discussione il pareggio di bilancio, questo va fatto all’istante. Non significa necessariamente uscire dall’Europa, e lo diciamo per tranquillizzare i catastrofisti per partito preso. Vuol dire, però e almeno, mettere in discussione un trattato intergovernativo (il Fiscal Compact) firmato nel marzo 2012 e che, nel novembre 2018, il Parlamento europeo ha rifiutato di inserire nella cornice dei trattati fondamentali della UE. Possiamo tranquillamente “denunciarlo” e uscirne, così come possiamo ridare la verginità perduta agli articoli della Costituzione succitati e deturpati nel 2012, e anche abrogare la legge rinforzata nr. 243 del 2012 di attuazione del Fiscal compact.

È ora di guardare all’avvenire non solo con “occhi nuovi”, ma con “progetti concreti”. E il modo per far fronte efficacemente ad una crisi come quella appena vissuta, e della quale porteremo ancora a lungo le cicatrici, è uno solo: dotarsi di strutture ospedaliere più efficienti, con personale medico e paramedico molto più numeroso e strumentazioni adatte a gestire crisi sanitarie di enorme portata

Non possiamo più aggrapparci alla speranza della sintesi di un vaccino in tempi record, a pandemia in corso. Infatti, se anche trovassimo un rimedio contro il Covid-19, esso si rivelerebbe immediatamente “vecchio” rispetto a eventuali, anzi certe, mutazioni del virus attuale e rispetto al successivo “Covid-20”. È noto che una delle più insidiose caratteristiche del Coronavirus è proprio la sua prodigiosa e continua mutevolezza. Idem dicasi per qualsiasi altro agente virale improvviso e sconosciuto. Se anche il Covid-19, in quanto tale, fosse sconfitto per sempre, quanti altri sui letali “fratelli” (studiati nei laboratori scientifici o annidati nelle umide periferie del mondo) potrebbero aggredirci prima o poi, da un momento all’altro?

Ergo, non ci sono alternative: bisogna comunque giocare d’anticipo. E giocare d’anticipo significa fare del nostro sistema sanitario nazionale il primo obbiettivo di ogni politica economica. Il S.S.N. deve essere finanziato ogni anno, e ogni anno più del precedente. Per diventare sempre più grande, sempre più efficiente, sempre più strutturato, sempre più inclusivo. Una vera e propria “diga sanitaria mobile” contro le sfide virali che, inevitabilmente, il futuro porterà con sé.

Se davvero vogliamo arrivarci, dobbiamo tornare alla Costituzione.  E, già che ci siamo, appendere un cartello bene in vista nelle aule del nostro Parlamento: giù le mani private dalla sanità pubblica; da ora e per sempre.

Francesco Carraro

Massimo Quezel


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