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Il metodo Berlaymont: perché il “centralismo” di Ursula von der Leyen sta frenando l’Europa
L’accentramento del potere nelle mani di Ursula von der Leyen spacca l’Europa: tra ritardi strategici e malumori dei governi, ecco perché il “modello Berlaymont” rischia di frenare la ripresa economica dell’UE.

Qualcosa non sta funzionando a Bruxelles, ma che non veien assolutamente riportato dai mass media. C’è un piano, il tredicesimo, dell’edificio Berlaymont a Bruxelles, che somiglia sempre più a una torre d’avorio. Lì, Ursula von der Leyen ha costruito un’operazione presidenziale senza precedenti, un sistema di gestione “chiuso” che esercita un controllo capillare su ogni respiro della Commissione Europea. Lei pensa che questa sia efficienza, per tutto il resto dell’Europa è solo accentramento e mancanza di trasparenza, e il problema è talmente grave che perfino un mass media totalmente mainstream come Bloomberg ne ha parlato in un articolo infuocato.
Il risultato è evidente: se nel mondo si presenta come la faccia dell’Unione, e tratta con Donald Trump quasi da pari a pari, la macchian dietro di lei è sempre più stanca e scontenta.
Un cerchio magico contro la collegialità
La critica che emerge con forza non riguarda solo la visione politica, ma il metodo di lavoro. Von der Leyen è accusata di un micromanagement ossessivo, delegando pochissimo e affidandosi esclusivamente a una ristretta cerchia di consiglieri.
I risultati di questa gestione ultra-centralizzata sono evidenti:
- Marginalizzazione dei Commissari: Molti membri della Commissione si sentono esclusi dalle decisioni chiave, informati solo all’ultimo minuto di dossier cruciali. Il problema è che i commissari sono anche un’espressione dei paesi che li hanno nominati.
- Ritardi burocratici: Documenti strategici, come il piano per il mercato interno, restano fermi per mesi negli uffici della presidenza, rallentando l’iter legislativo proprio quando la rapidità sarebbe essenziale, il tutto perché niente può passare senza la sua supervisione.
- Scollamento dai governi nazionali: Persino la CDU tedesca, sua famiglia politica di origine, inizia a chiedere apertamente dei contrappesi al potere della Commissione, quindi potete avere un’idea di cosa ne pensino le altre forze politiche.
- La rottura con la Germania: la scorsa estate, la von der Leryen ha presentato il bilancio settennale, il documento base della finanzia della UE. Anche in questo caso, la bozza del piano è stata condivisa con i commissari solo all’ultimo minuto. L’accoglienza è stata pessima: a poche ore dal grande annuncio, Berlino ha pubblicamente respinto il piano. Il cancelliere Merz era particolarmente scontento della mossa di imporre tasse sulle società, che contraddiceva una recente promessa fatta alle aziende tedesche di abbassare i loro oneri fiscali. Lei se ne è infischiata.
A lei sfugge quella che è una qualità essenziale di un grande leader: saper delegare le proprie funzioni a un gruppo di persone selezionate, fidate e preparate. La Leadership ha successo solo quando di trasmetta a tutto il gruppo dirigente, mentre la centralizzazione non fa che accentuare i difetti del capo.
L’economia reale nel cono d’ombra
Mentre von der Leyen si spende con energia nelle crisi geopolitiche — dalla gestione dei conflitti al dialogo (spesso complesso) con la Casa Bianca — il cuore pulsante dell’economia europea sembra mostrare i primi segni di aritmia. La competitività del blocco, sbandierata come priorità assoluta, fatica a tradursi in fatti concreti.
Il settore tech è il più critico. Non è un caso che giganti come ASML facciano notare con una certa amarezza come l’Europa rappresenti ormai una quota risibile dei loro ricavi. Siamo stretti tra il dinamismo tecnologico degli USA e la spinta produttiva della Cina, eppure i grandi progetti su microchip e intelligenza artificiale sembrano impantanati in una palude procedurale.
| Settore Critico | Problematica Rilevata |
| Mercato Interno | Strategie presentate con mesi di ritardo rispetto alle scadenze. |
| Tecnologia/Chip | Esecuzione lenta dei piani di investimento rispetto a USA e Asia. |
| Budget UE | Proposte da 2.000 miliardi presentate senza consultazione preventiva, rigettate subito da Berlino. |
La von der Leyen ha speso milioni di parole su questi progetti, ma, alla fine, si sono convertiti in una serie di flop uno dopo l’altro, perché calati dall’ato, senza considerare specificità nazionali ed europee. I fondi, che avrebbero dovuto lanmciare la tecnologia avanzata europea, punta di lancia di progetti per 200 miliardi, non sono neppure ancora stati approvati dal Parlamento e appaiono magri rispetto ai progetti equivalenti americani.
La fine di un modello?
Il richiamo di figure come Mario Draghi, che già nel 2024 avvertiva della necessità di “velocità e scala”, sembra essere rimasto inascoltato. Il modello di crescita europeo sta svanendo e la governance attuale, anziché accelerare, sembra aggiungere strati di complessità. Si creano enti consultivi inutili, che fanno perdere solo del tempo.
Il malumore non è più solo un sussurro nei corridoi di Bruxelles. Se persino una testata come Bloomberg, solitamente vicina alle istituzioni e poco incline al populismo, dedica un’analisi così serrata alla “deriva autoritaria” (in senso burocratico) della von der Leyen, significa che il limite di guardia è stato superato. L’Unione non può permettersi un comando solitario se questo si traduce in una paralisi dell’azione economica.







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