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Il governo Conte ha commesso gli stessi errori che Manzoni denunciava nei Promessi Sposi (di Becchi e Palma su Libero)

Articolo a firma di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero del 22 marzo 2020:

Può sembrare una forzatura, come del resto lo sono un po’ sempre le letture attualizzanti. Eppure ci sia consentito questo esperimento letterario. Nessuno può credere che l’attuale gestione dell’emergenza epidemiologica possa, anche solo lontanamente, paragonarsi a comportamenti ed errori che Alessandro Manzoni narra nei Promessi Sposi quando racconta la peste del Seicento. Eppure la rilettura di alcuni capitoli è significativa. Ci siamo presi la briga di andare a rileggere il romanzo studiato tra i banchi di scuola e non abbiamo creduto ai nostri occhi. Gli errori e le stupidaggini del Conte bis sono tutti lì, scolpiti dalla penna di Don Lisander.

3 febbraio. I governatori di Lombardia, Veneto, Friuli e Trentino chiedono al governo Conte la quarantena per chiunque arrivi dalla Cina, compresi i bambini. Speranza prima e Conte poi assicurano che la situazione è sotto controllo, anzi il Presidente del Consiglio invita i governatori del Nord a non fare discriminazioni e a fidarsi del governo. Ecco che il tribunale della sanità – una specie di Ministero della Salute del Seicento – all’arrivo della peste a Milano non vuole proprio crederci: “in principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo”.

20 febbraio. Nel bel mezzo di una scaramuccia politica tra Conte e Renzi, che potrebbe risolversi in un rimpasto di governo o nella nascita di un esecutivo differente senza uno dei due, giunge la notizia dei primi contagiati da coronavirus in Italia. Il 21 febbraio il virus cinese ha colpito anche noi. Una settimana in cui governo e televisioni mettono in allarme la popolazione 24h su 24, ma dopo pochi giorni, incredibilmente, si inizia a dire che c’è stato troppo allarmismo. Non si può bloccare un intero Paese. Iniziano gli slogan. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, lancia “Milano non si ferma”. Aderisce subito il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che il 28 febbraio va a Milano a bersi un aperitivo coi giovani democratici per assicurare che tutto va bene. E anche questo Manzoni lo racconta nel suo romanzo: “una tale assicurazione fu riportata al tribunale, il quale pare che ne mettesse il cuore in pace”. Insomma, prima la situazione è sotto controllo, poi psicosi collettiva, poi abbiamo esagerato. Infine “chiudiamo tutto”: una “trufferia di parole”.

11 marzo. In questo breve lasso di tempo iniziano a susseguirsi diversi decreti del presidente del consiglio dei ministri con cui, a raffica, si cominciano a limitare pesantemente le libertà fondamentali, tra cui quella personale, di circolazione e le libertà economiche. Bar, ristoranti e tante altre attività commerciali vengono chiusi, mentre le forze dell’ordine iniziano controlli serrati sulla popolazione per impedire una circolazione non giustificata. Città e regioni devono essere blindate: “chiuder fuori dalla Città le persone provenienti da’ paesi dove il contagio s’era manifestato; “et mentre si compilaua la grida”, ne diede anticipatamente qualche ordine sommario a’ gabellieri”.

Già, le “grida”. A parte i Decreti e ora persino le ordinanze, che ogni volta si fanno sempre più stringenti – zona rossa limitata, zona rossa in tutta l’Italia, chiudere tutto e sorvegliare tutti – inizia la caccia agli “untori”: cantanti strapagati, conduttori televisivi strapagati che vivono nei loro attici megalattici, iniziano a denigrare qualche poveretto beccato in periferia a far fare la pipì al cane, qualche vecchio che si ostina a passeggiare per prendere una boccata d’aria, due ragazzi che non resistono ad un abbraccio in strada: “un gusto sciocco di far nascere uno spavento più rumoroso e più generale, o sia stato un più reo disegno d’accrescer la pubblica confusione”. Le città si riempono di untori, da punire severamente per “procurata epidemia”. Tutti, insomma, siamo diventati potenziali untori. Tutti untori se tocchiamo un essere umano. Il contatto equivale al contagio.

Si inizia addirittura a parlare di esercito per le strade e di misure ancora più restrittive: “il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia”, di maggiori limitazioni alla libertà e di pugno duro nei confronti di chi continua ad uscire da casa senza comprovati motivi: “che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce”. Se continuiamo così finiremo per morire oltre che a causa del virus, perché ossessionati dal virus.

C’è chi parla di misure necessarie e chi – pochi a dire il vero – di pericolosi eccessi da parte di un governo, che ormai sta assumendo poteri dittatoriali. Fatto sta che “una tale dittatura era uno strano ripiego; strano come la calamità, come i tempi”. I tempi, certo i tempi sono cambiati, ma non è strano abituarsi lentamente a vivere come delle monadi isolate, potenzialmente infette? Ciò che conta ormai è solo la “nuda vita” biologicamente intesa? Non è strano pensare che dopo questo esperimento scuole e università potranno pure non riaprire più, perché tutto si può fare on line? Non è strano pensare che pure il Parlamento potrebbe non riaprire dal momento che è sufficiente il voto on line su quello che “l’uomo solo al comando” dispone? Certo sono esagerazioni, anche se dopo questa “prova” niente sarà più come prima.

Solo il governo sarà come prima. Quando la situazione sarà di nuovo “sotto controllo”, il Presidente del consiglio si attribuirà il merito di aver sconfitto il virus, e il popolo dimenticherà gli errori e le negligenze del governo, che “abbiam già veduto come, al primo annunzio della peste, andasse freddo nell’operare, anzi nell’informarsi”. Il governo Conte, che della gravità della situazione pare sia stato informato dai servizi segreti già a fine gennaio, non è altro che la riproduzione – a distanza di quattro secoli – del “tribunale della sanità” che Manzoni ci racconta nel suo più celebre romanzo. Provate in questa domenica di quarantena agli “arresti domiciliari” a rileggerne alcuni capitoli e ve ne renderete conto anche voi.

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma

 


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