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Il finanziamento dei partiti negli USA (di C. Alessandro Mauceri)

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Da qualche settimana quasi tutti i giorni i media bombardano i lettori con notizie sulle primarie negli USA. Chi ha vinto su chi e in quale stato. Un aspetto però non viene mai approfondito abbastanza: il costo delle primarie è spaventoso e per sostenere queste spese quasi sempre i candidati fanno ricorso alle donazioni ricevute dai sostenitori.

Aiuti finanziari a volte con molti (forse troppi) zeri. Tanto da far pensare che, alla fine, qualcuno potrebbe chiedere il conto al candidato “sostenuto” dopo la sua elezione.

Per avere un ordine di grandezza delle somme spese per la campagna elettorale in corso basti pensare che, quando mancano ancora sette mesi all’Election Day, sono già stati spesi poco meno di un miliardo di dollari. Una somma spaventosa specie se si considera che è ripartita tra pochi candidati.

Il Partito Repubblicano, fino ad ora, è riuscito a raccogliere 600 milioni di dollari. Di questi, la maggior parte è finita nelle casse del team che sostiene Jeb Bush, il quale oltre ai 124 milioni provenienti dai PACs – i comitati di raccolta fondi – ha contribuito alla propria campagna con 34 milioni di dollari propri. A seguire Marco Rubio, che ha ricevuto dai sostenitori ben 122 milioni di dollari. E poi Ben Carson (70), Chris Christie (40), Carly Fiorina (26) e Rand Paul (22).

Per strano che possa sembrare, il principale candidato alla poltrona di presidente del Partito Repubblicano, Donald Trump, ha ricevuto “solo” spiccioli dai sostenitori (poche decine di migliaia di dollari: 70 mila). Il resto delle spese necessarie per la costosissima campagna elettorale (34.6 milioni) le ha pagate con soldi propri.

Nel Partito Democratico, 220 milioni di dollari sono andati a Hillary Clinton. E di questi solo 60 provengono dai cosiddetti super PACs. Gli altri arrivano principalmente dai grandi sostenitori della ex First lady. Molti meno, ma pur sempre tanti, i finanziamenti ricevuti dal diretto concorrente, Bernie Sanders, che avrebbe ricevuto solo (si fa per dire) 141 milioni di dollari.

Oltre 770mila donatori individuali hanno versato nelle casse dei candidati alla carica di presidente una quantità di donazioni spaventosa.

Cifre e investimenti che fanno riflettere. Lo “stipendio” percepito dal presidente degli Stati Uniti d’America è di “soli” 366 mila dollari (e questo, ovviamente, in caso di elezione). A questi nel caso di Obama, ad esempio, si aggiungono altri ricavi (derivanti da diritti sui libri o simili) che, però, raramente arrivano a centomila dollari. Ciò significa che il presidente degli USA, nel scorso del proprio mandato (che dura quattro anni – viene eletto ogni anno bisestile, cioè ogni quattro anni), incassa circa un milione e quattrocentomila dollari.

E gli altri soldi investiti nella campagna elettorale? Dando per scontato che le campagne negli USA non sono il paradiso del “fundraising”, della raccolta fondi, è evidente che i candidati devono essere in grado di offrire o almeno di poter promettere un ritorno almeno ad alcuni dei propri sostenitori, quelli che coprono le spese di queste campagne con milioni e milioni di dollari.

In America c’è ancora chi crede che il fundraising o il crowdfunding siano ancora sistemi dal peso sociale importante: donazioni verso “qualcuno” che si impegna a garantire un futuro migliore.

Sarà, ma, stando agli importi, resta il sospetto che i grandi sostenitori dei futuri presidenti abbiano già pensato a cosa chiedere in cambio ai propri candidati una volta eletti. Specie quelli che hanno “sostenuto” di più le campagne elettorali e i cui nomi, negli USA, devono essere resi pubblici (è obbligatorio pubblicare i nomi dei finanziamenti qualunque sia l’importo ricevuto, anche quando si tratta di pochi dollari).

Un sistema che rende evidente (o quasi) chi sarà favorito, con scelte politiche mirate, dal nuovo presidente. Un sistema sporco sì, ma trasparente.

C.Alessandro Mauceri

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