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Il destino dell’Unione europea: Chi pecora si fa, il lupo se la mangia
L’Europa dispone di ricchezza e tecnologia, ma la scelta di vincoli ideologici e burocratici la sta rendendo irrilevante nel mercato globale. L’analisi del paradosso UE: perché essere un gigante economico non basta se si rinuncia alla sovranità strategica.

“Chi pecora si fa, il lupo se la mangia”: il detto popolare coglie con brutale semplicità la condizione dell’Unione Europea nello scenario globale contemporaneo. Un’area che, sulla carta, rappresenta una delle più grandi potenze economiche del pianeta — per PIL, capacità industriale, risparmio privato, know-how tecnologico — ma che nella pratica si comporta come un soggetto politicamente remissivo, strategicamente confuso e geopoliticamente irrilevante. Una potenza potenziale che ha scelto, deliberatamente, di farsi pecora.
Il paradosso europeo è tutto qui: una forza economica enorme, accompagnata da un peso politico minimo. L’UE commercia con il mondo intero, regola mercati fondamentali, detta standard tecnici globali, ma non è in grado di difendere i propri interessi strategici quando questi entrano in conflitto con quelli di altre potenze. Stati Uniti, Cina, Russia, persino potenze regionali di dimensioni inferiori, agiscono secondo una logica di interesse nazionale chiaro e coerente. L’Unione Europea, invece, sembra aver fatto dell’autolimitazione una virtù e dell’autopunizione una dottrina.
Le scelte energetiche ne sono l’esempio più evidente. In nome di un ambientalismo ideologico e di una transizione ecologica concepita senza realismo industriale, l’UE ha accettato di aumentare i costi di produzione, indebolire la propria manifattura e dipendere da fornitori esterni per risorse strategiche. Il risultato è una perdita di competitività che colpisce imprese e famiglie europee, mentre i concorrenti globali continuano a produrre a costi più bassi, senza sensi di colpa né complessi morali.
Sul piano commerciale e industriale, l’Europa si autoimpone vincoli che nessun altro grande attore globale accetta. Regole sugli aiuti di Stato, vincoli di bilancio, dogmi concorrenziali applicati in modo dogmatico hanno finito per impedire la nascita di veri campioni europei, lasciando campo libero alle multinazionali americane e asiatiche. L’UE predica il libero mercato ma pratica una forma di masochismo regolatorio che penalizza solo se stessa.
L’Europa parla molto di “valori”, ma raramente di interessi. E quando i valori non sono accompagnati da potere, diventano retorica vuota. Senza una visione strategica autonoma, l’UE finisce per allinearsi alle decisioni altrui, accettandone i costi economici e sociali senza avere voce reale in capitolo. È il destino tipico di chi rinuncia a essere soggetto e accetta di restare oggetto della storia.
Il problema non è la mancanza di risorse, ma la mancanza di volontà politica. L’Unione Europea avrebbe tutto per contare: mercato interno, capitale umano, tecnologia, capacità finanziaria. Ma ha scelto di non usare questa forza, di frammentarla, di soffocarla sotto strati di burocrazia e ideologia. Così facendo, ha reso strutturale il divario tra potenza economica potenziale e insignificanza geopolitica reale.
Nel mondo che si va configurando, sempre più competitivo e conflittuale, non c’è spazio per le illusioni. Chi non difende i propri interessi, chi non accetta il linguaggio del potere, chi confonde la debolezza con la virtù, è destinato a subire le decisioni altrui. Il proverbio lo dice da secoli: chi pecora si fa, il lupo se la mangia. E l’Unione Europea, oggi, sembra aver scelto consapevolmente di belare.








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