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IL DENARO COME SOGNO

 

 paperone

Il denaro è considerato una cosa molto concreta e questa è un’ovvietà per chi è povero. L’indigente infatti vive nel bisogno e pensa a procurarsi dei beni, non a tesaurizzare del denaro. Se le sue scarpe sono molto vecchie e gli viene data una sommetta, non vede tanto le banconote quanto le scarpe nuove che sta per comprare. Per lui il denaro non è mai “qualcosa che ha”, è “qualcosa che sta per dar via, in cambio di qualcosa di più importante”. È come se con la moneta non avesse nessun rapporto: per lui il denaro è un finto bene fungibile che si può scambiare con un bene vero di uguale valore. Fornisce una prestazione a qualcuno (lavoro) e ne ricava un titolo di credito nei confronti della società. Presentandolo all’incasso, cioè incontrando un altro che preferisce il titolo di credito a ciò che ha già, ottiene cibo, servizi, benzina, e insomma di che vivere.

Il povero direbbe che con il sogno, con l’amore, con la poesia si può scherzare, col denaro no. E tuttavia, per quanto riguarda altri livelli economici, cioè quando il denaro si sgancia dal bisogno, chi afferma ciò potrebbe avere torto. Il ricco infatti non ha di che preoccuparsi, per le spese normali. Pesca nel suo portafogli con l’indifferenza con cui sfoglierebbe una margherita ed è come se le cose gliele dessero gratis. La ricchezza monetaria in quanto tale ha importanza quando si tratta di investirla, di farla fruttare, al massimo di non farsi imbrogliare: dunque egli non tende – come avviene per il povero – a trasformarla al più presto in qualche altra cosa ma si occupa di essa come di un bene in sé.

Per il povero il denaro è uno strumento di scambio, per il ricco è molte cose che normalmente non sono lo scambio: la misura del suo successo, la sua sicurezza per il futuro, la prova del suo rango sociale, il piacere di immaginare tutto ciò che potrebbe permettersi anche se attualmente non se ne ha voglia. In fin dei conti, a partire da una certa quantità, il denaro non è più un’entità economica, ciò che procura è la semplice gioia di sapere di averlo. E poiché, salvo eccezioni, non si va oltre la fantasia riguardo a tutto ciò che si potrebbe fare con esso, può dirsi che esso è sogno.

Certo, lo si spende per una vita agiata. Servirà per pagare la routine del lusso – la casa di campagna, la seconda automobile, le lezioni di danza della ragazza, le cene offerte agli amici – ma in fondo queste spese, una volta divenute regolarità, fanno parte della contabilità mensile. Numeri che entrano e numeri che escono. Ma per così dire questo monotono bilancio non viene a fare parte del patrimonio. Il denaro cui si pensa, se se ne parla, è quello con la “D” maiuscola. Quello che non si maneggia, quello di cui il povero non avrà mai occasione di preoccuparsi.

E finché questo cambiamento nella natura della ricchezza si verifica nell’animo di un singolo individuo, va tutto bene. Il guaio si ha quando si passa dalla psicologia individuale alla macroeconomia. Quando è lo Stato che si allontana dal valore di scambio della moneta. L’erario infatti non aumenta la quantità del suo denaro lavorando di più o meglio, cioè acquisendo “crediti” che gli altri gli riconoscono consegnandogli volontariamente le loro banconote, ma imponendo tributi o semplicemente stampando cartamoneta. La differenza è fondamentale. Il ricco ha crediti reali che non riscuote, lo Stato non ha crediti reali ma li “spende” lo stesso. Con l’inflazione immette in circolo moneta a fronte di niente, cioè svaluta quella già in circolazione e così depreda i risparmiatori e i più deboli, i percettori di reddito fisso. Lo Stato italiano invece è stato più furbo, ha preso a prestito denaro creando un immenso debito pubblico, ed ha speso all’impazzata. Niente inflazione, bastava presentare il conto alle generazioni future. In tutti questi casi l’erario si comporta da delinquente, ma mentre il falsario è stramaledetto da tutti, quando lo Stato “spende nell’interesse della comunità” è universalmente lodato. I cittadini rieleggono volentieri i politici generosi, cioè senza scrupoli.

Un tempo i re facevano bollire vivi i falsari, nell’epoca contemporanea uno Stato spendaccione, considerando il denaro una variabile indipendente, è un criminale che può portare la nazione, fra gli applausi, dove i politici sella seconda metà del Ventesimo Secolo hanno portato l’Italia.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

17 novembre 2013

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