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Il confronto tra Italia e Corea del Sud: Contrastare il declino è possibile

Pubblichiamo su segnalazione dell’ottimo direttore Maurizio Blondet della Rivista online Effedieffe, il seguente articolo ripreso dalla rivista 21mo secolo.

 

Il confronto tra Italia e Corea del Sud 

Contrastare il declino è possibile

 di Marco Ciotti *

* ENEA, Dipartimento Nucleare, UTFISST, Unità Tecnica Tecnologie per la Fissione.

 

Da un confronto fra alcuni dei più rilevanti indicatori strategici per la competitività delle economie di Italia e Corea del Sud emergono le profonde differenze d’indirizzo e evidenti suggerimenti per possibili cambiamenti di rotta.

 

Energia, ricerca e sviluppo tecnologico sono tre elementi strettamente connessi che costituiscono “la spina dorsale” di un Paese industriale avanzato come l’Italia. Questi temi, oggetto di confronto quasi esclusivamente nell’imminenza delle consultazioni politiche, ora sono addirittura scomparsi dalla discussione politica, sovrastati dall’emergenza di far ripartire un sistema soffocato da una politica di rigore che ha peggiorato tutti gli indicatori economici, ha tolto la fiducia nel futuro ai cittadini ed ha accelerato la marcia verso il declino economico e culturale. Le poche proposte concrete in discussione si concentrano su provvedimenti di corto respiro, certamente necessari nell’immediato, ma privi della loro efficacia se non accoppiati a strategie volte a ridare competitività al Paese nel lungo termine.

Per individuare quale potrebbe essere una strada per alleviare il declino economico dell’Italia si è tentato un raffronto con altre nazioni che abbiano alcune caratteristiche simili, ma riescano a mantenere una crescita economica positiva. La ricerca ha portato ad individuare una nazione per molti aspetti confrontabile, ma con un PIL in rapida ascesa, la Corea del Sud.

 

Le analogie tra Italia e Corea del sud

Il PIL procapite coreano (vedi figura 1) è identico a quello italiano, anche se con trend opposti, in declino il nostro, in rapida ascesa quello coreano. A tutti gli effetti non si tratta di un paese emergente, ma di un paese “emerso” con standard di vita, consumi e redditi del tutto simili ai nostri.

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Come si può vedere dalle analogie/differenze sintetizzate nella tabella 1, la Corea presenta indicatori economici simili a quelli italiani pur in una situazione di maggiori difficoltà generali, quali la mancanza di rapporti con gli stati limitrofi (è costantemente in stato di guerra con la Corea del Nord, unico stato confinante), una configurazione del suolo che non permette le coltivazioni agricole, la mancanza della risorsa turistica, un clima ostile (tifoni, tornado, temperature bassissime in inverno ed umidità asfissiante durante l’estate), l’appartenenza ad un settore geografico con temibili concorrenti, quali Giappone, Cina, Hong Kong, Taiwan ecc., la totale assenza di risorse primarie. 

Tabella 1 – Analogie e differenze fra Italia e Corea.

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Gli investimenti in ricerca

Come riportato in Fig. 2 la Corea investiva nel 2010 in ricerca il 3,74% del proprio Pil contro l’1,26% dell’Italia. Tale percentuale è in costante aumento (e rispetto ad un PIL in crescita ) e tende a raggiungere il valore record del 5%, il doppio della media dei paesi OECD. In Italia la percentuale è costante nel tempo, ma con un PIL in calo (e quindi diminuzione dei finanziamenti) ed è la metà dei paesi OECD.

Questi investimenti hanno un riscontro immediato sugli indicatori internazionali, ad esempio, riportando solo alcuni dei principali, si può vedere che la Corea è posizionata al:

3a posto mondiale nella competitività scientifica;

3a posto mondiale nel “Global Innovation Index 2011” su 110 Paesi (Singapore 1°, Svizzera 2a, Italia 38a);

19° posto nel 2012 (dal 24o del 2011) come “Global Competitiveness Index” su 144 Paesi (Italia 42a);
11° posto (2009) in termini di pubblicazioni scientifiche;

4a posizione mondiale 2010 per brevetti come “International Application” (Germania 5a, Italia 11a);
6° Paese (2011) per numero totale assoluto di ricercatori scientifici (288.901 unità con il 25% di PhD);
1° Paese (su 181) nel 2011 per indice DOI (Digital Opportunity Index – ITU 2011), ( Italia 28a); 

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Fig. 2Percentuale del PIL investita in ricerca per le nazioni OCSE nel 2010 e nel 2001 (rombo azzurro). La tendenza per la Corea è di raggiungere a regime il 5%. Nel 2011 ha già raggiunto il 4,03% del Pil, secondo paese al mondo dopo Israele.

 

 Sull’importanza degli investimenti in ricerca è inutile dilungarsi; a parole è una strategia da tutti condivisa. Fermo restando che non sarebbe sufficiente aumentare i fondi ma bisognerebbe al contempo sviluppare un sistema realmente meritocratico con controlli efficaci sulle spese e sui risultati raggiunti. La mancanza di finanziamenti, sia pubblici sia privati, alla ricerca non può che essere un freno al nostro sviluppo e soprattutto all’arricchimento di quel bagaglio di conoscenze che rendono tecnologicamente sviluppata una nazione.

 

Il sistema formativo

Altro aspetto molto importante è la qualità del sistema formativo. Si possono avere ricercatori molto bravi anche in assenza di un sistema formativo efficiente, ma il livello di conoscenza diffuso in una nazione non può che provenire da un buon sistema scolastico/universitario. Anche in questo caso esistono degli indicatori internazionali che possono aiutarci nel confronto. Mediante il programma PISA (Programme for International Student Assessment) è possibile valutare il grado di preparazione degli studenti ad un particolare punto del loro tragitto formativo (15 anni) e paragonarlo a quello degli altri paesi. Il confronto è eseguito in tre discipline: letterarie, matematiche e scienze naturali. La Corea si classifica in un confronto fra i paesi OECD rispettivamente prima, prima e terza. L’Italia si colloca alla ventisettesima, ventitreesima e ventinovesima posizione. Il problema è che i Paesi in gara sono 34 e quindi una 29° posizione equivale sostanzialmente ad un ultimo posto.

Inoltre nel 2010 la Corea risulta al 2° posto per competitività globale nell’istruzione universitaria; il 2012 QS World University Ranking assegna nella prestigiosa top 100 alla Corea tre università che rientrano tra le principali 100 a livello mondiale:

  • (51a) Seoul National University
  • (63°) KAIST
  •  (97a) POSTECH

L’Italia è invece messa ancora una volta nelle posizioni di coda, unico fra i paesi G7 a non avere nessuna università fra le top 100.

  • (176a) Università di Bologna
    • (190a) Sapienza – Università di Roma
    • (261a) Università degli Studi di Padova

Si potrebbe pensare che risultati di così alto prestigio siano ottenuti a fronte di ingenti investimenti, ma purtroppo è vero il contrario. In Italia, oltre ad avere una scuola che non insegna ai nostri ragazzi e università mediocri, abbiamo una spesa per studente, confrontata a parità di potere d’acquisto, considerevolmente superiore a quella coreana, come riportato in tabella 2.

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Tabella 2 – Spesa per istruzione pre-universitaria ed universitaria annua pro capite a parità di potere d’acquisto. Fonte OECD statistics, http://stats.oecd.org/Index.aspx?DatasetCode=CSP2012

 

Il prezzo dell’energia elettrica

Un altro indicatore molto importante nella definizione della competitività di un paese è il prezzo dell’energia elettrica.

Il confronto fra i paesi OECD è riportato in tabella 3, riferita al 2010. Si evidenziano ancora una volta prestazioni antitetiche fra Italia e Corea. La prima presenta le tariffe dell’elettricità più basse sia per le forniture domestiche sia per quelle industriali, mentre noi siamo in pratica ultimi con un costo 4 volte superiore. Volendo aggiornare i dati si rivela una situazione ancora peggiore con i 29 c$/kWh dell’Italia (novembre 2012) a fronte dei 9 della Corea per le tariffe domestiche. Per le tariffe industriali riusciamo ad avere un prezzo dell’energia elettrica 2,5 volte la media OECD occupando la trentatreesima posizione su trentaquattro nazioni. 

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Tabella 3 – Confronto delle tariffe del kWh residenziale ed industriale nei paesi OECD. Elaborazione su base dati IAE

 

Apparentemente è difficile capire da dove possano originare differenze così elevate fra due nazioni entrambe sostanzialmente prive di risorse primarie (in realtà in Italia estraiamo circa il 10% del petrolio che consumiamo). L’origine della differenza si inizia a capire però quando si va a vedere il mix energetico. Infatti, la Corea è il 5° Paese per potenza nucleare installata e per numero di centrali, con 23 centrali operative; altre 9 (di cui due in avviamento) entreranno in funzione nel 2021, altre 6 entro il 2030. La copertura del fabbisogno nazionale di energia elettrica da nucleare è del 45% al marzo 2012 ed è prevista al 59% entro il 2030 (Fig.4).

 

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Fig. 4 – Le previsioni dei consumi elettrici e della potenza nucleare installata e la percentuale dei consumi da essa coperti fino al 2030, in Corea del Sud.

 

Da un confronto fra i due mix energetici si evince che la strategia coreana è basata sull’utilizzo di nucleare e carbone, completamente priva di rinnovabili; quella italiana, pur avendo la fortuna di poter usufruire di una elevata percentuale di idroelettrico, si basa sul gas e un marginale contributo dalle nuove fonti rinnovabili, con un peso non trascurabile sui conti finali.

Ancora più singolare è che la Corea, pur non avendo installato neanche un pannello fotovoltaico, risulta il 3° Paese per produzione di silicio policristallino per pannelli fotovoltaici (1a Cina, 2° USA); al contrario l’Italia, pur comprando i pannelli fotovoltaici all’estero (e anche dalla Corea), peggiorando così il proprio saldo commerciale (fig. 5), risulta la seconda nazione al mondo per potenza fotovoltaica installata.

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Fig. 5 – Saldo commerciale con l’estero e potenza da fotovoltaico installata in Italia e nei maggiori paesi europei

 

Purtroppo questa politica energetica raffazzonata (basti pensare ai cinque successivi conti energia con contributi sempre esageratamente superiori a tutti gli altri paesi europei) si è basata su incentivi ai produttori, spesso utility e società di capitali esteri. Avrebbe al contrario potuto essere mirata allo sviluppo di una filiera industriale nazionale, accompagnata da incentivi consistenti alla ricerca (come in Corea), ad esempio, nel campo fotovoltaico ed alla produzione di energia elettrica esclusivamente da sistemi fotovoltaici innovativi.

In tal modo si sono impegnate, per i prossimi anni, rilevanti somme, lasciando poi ai consumatori elettrici l’onere di coprirle con specifici sovrapprezzi della bolletta elettrica:

  • 170 miliardi di € (8,5% del debito pubblico) già impegnati in sussidi per le rinnovabili elettriche (dati SEN 2012)
    • 70 da spendere nei prossimi 20 anni, 3,5 miliardi € /anno (SEN 2012)
    • 1,5/2 miliardi € /anno per adeguamento della rete elettrica (TERNA).

 

È facile comprendere che se invece di continuare a riversare questi soldi a gruppi industriali stranieri li avessimo utilizzati in Italia, avremmo certamente prodotto più posti di lavoro, innalzato la conoscenza nel nostro Paese e migliorato i nostri saldi commerciali.

Naturalmente le emissioni di CO2 per kWh prodotto sono inferiori in Corea, dove la metà dell’energia è prodotta dal nucleare (con produzione di CO2 trascurabile), mentre in Italia meno del 20% dell’elettricità è generata da fonti con produzione trascurabile di CO2.

Nel corso del 2012, pur a fronte di una diminuzione del prezzo di produzione dell’energia elettrica di quasi il 10% (causato dalla diminuzione dei costi dei combustibili) si è avuto per il consumatore finale domestico un incremento dei prezzi del 12%, a causa di un aumento del 50% degli incentivi alle fonti rinnovabili (fonte: relazione annuale http://www.autorita.energia.it/it/dati/eep35.htm). Gli alti prezzi dell’energia elettrica sono comunque generati da diverse cause. Uno dei motivi è stato per anni individuato in un’insufficiente connessione con i paesi europei, dove il prezzo è considerevolmente più basso. Il confronto con la Corea, dove si ha una rete elettrica priva di qualunque connessione con paesi limitrofi, ma con il prezzo più basso di tutti, toglie forza a quest’argomentazione. Purtroppo, nell’individuare le cause di queste forti differenze, non rimane che appellarsi ad un sistema complessivamente inefficiente per mancanza di reale concorrenza ed un mix energetico sbagliato.

 

Conclusioni

Il confronto con una nazione dinamica, giovane e altamente competitiva come la Corea, fa emergere le inefficienze su settori chiave per lo sviluppo e la competitività del nostro Paese.

È improcrastinabile un profondo cambiamento del sistema di istruzione, con lo scopo di ottenere livelli di apprendimento migliori. Per compiere questa trasformazione andrebbero presi a riferimento modelli maggiormente accreditati per importarne le caratteristiche salienti, vincendo le resistenze di coloro che sino ad oggi si sono rivelati ostili ad ogni cambiamento. Certamente rimane dimostrato che, così come in Corea, si può avere un sistema d’istruzione fra i migliori del mondo anche diminuendo quella che è la attuale spesa italiana.

La ricerca, sempre additata come possibile ancora di salvataggio, andrebbe realmente potenziata anche con maggiori investimenti che nel lungo termine avranno un ritorno amplificato. Ma certamente non sarebbe sufficiente aumentare i finanziamenti (senza il rischio di far solamente aumentare l’inefficienza di un sistema vecchio ed arrugginito), ma andrebbero superati alcuni vincoli culturali, come ad esempio l’abolizione delle assunzioni a tempo indeterminato per i ricercatori e premi economici ai ricercatori che si aggiudicano finanziamenti internazionali.

Un discorso a parte merita la politica energetica, ad oggi frutto di una conduzione dilettantesca dove la competenza e la comprensione di semplici concetti tecnici sono a volte latitanti. La presenza di incentivi più che generosi ha attirato grandi gruppi industriali, delinquenza organizzata e cosche locali in un settore che avrebbe dovuto rappresentare la nuova economia verde. Ad oggi ha portato un nuovo debito pubblico sulle spalle degli utenti, sotto forma di contributi alle nuove fonti rinnovabili ed un ulteriore forte elemento di inefficienza per il nostro sistema. Se una minima parte di questi incentivi fosse stata utilizzata per la ricerca o per accompagnare uno sviluppo industriale nel settore energetico, oggi avremmo potuto raccoglierne i frutti.

Anche in questo settore è necessario un ripensamento totale della politica energetica che valorizzi le fonti rinnovabili programmabili (e non intermittenti), il risparmio energetico con l’utilizzo diffuso delle rinnovabili termiche e la fonte nucleare, l’unica che può assicurare energia (senza emissione di CO2) in grande quantità ed in modo programmabile.

Sempre che non si punti ad un futuro che si avvicina di più alla Corea del Nord anziché a quello della Corea del Sud (fig. 6)

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Fig. 6 – Immagine da satellite notturna delle due coree. La luce brilla solo al Sud.

 

 

 

By GPG Imperatrice

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