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Il “Colonialismo Green” dell’UE si schianta : anche i tedeschi ammettono che il dazio CO2 (CBAM) è un disastro burocratico ed economico
Persino la Welt attacca il CBAM: burocrazia folle e rischio autogol per le emissioni. L’economista Felbermayr avverte: “Regaliamo mercato a chi inquina di più”. E intanto Usa e Brasile preparano i dazi di ritorsione.

Quando persino la stampa tedesca mainstream, solitamente allineata ai desiderata di Bruxelles, inizia a sentire puzza di bruciato – e non è quella del carbone – significa che il problema è serio. Sulle colonne della Welt, il principale quotidiano tedesco, si sta consumando un redde rationem che ha dell’incredibile: i super-ambientalisti tedeschi e austriaci si stanno rendendo conto che la loro creatura prediletta, il Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere (CBAM), rischia di trasformarsi nel più classico dei boomerang economici.
Quello che doveva essere il fiore all’occhiello del Green Deal, lo strumento per salvare il pianeta, viene ora bollato con un termine che fa tremare le cancellerie: “Colonialismo Green”. E a dirlo non sono pericolosi sovranisti, ma economisti di peso e partner commerciali che minacciano di chiudere i rubinetti, il tutto riportato dal media mainstream Welt.
Il mostro burocratico: la parabola del motorino olandese
Per capire l’assurdità in cui ci siamo cacciati, partiamo da un aneddoto che sembra uscito da un romanzo di Kafka, ma che invece è pura realtà bruxellese. Un cittadino olandese, volendo semplicemente riparare il suo motorino, ha ordinato dei pezzi di ricambio dall’Asia. Risultato? Si è visto recapitare una missiva dalle autorità statali che gli intimava di comunicare la quantità esatta di anidride carbonica emessa per la fabbricazione di quelle viti e bulloni.
Fortunatamente, l’UE ha dovuto fare marcia indietro, esentando i privati e le PMI da questo calvario, ammettendo implicitamente di aver “esagerato”. Tuttavia, questo episodio è la cartina di tornasole di un sistema pensato da chi, probabilmente, non ha mai messo piede in una fabbrica. Il CBAM impone che, se importi acciaio, cemento o fertilizzanti da paesi con norme ambientali meno severe, devi pagare un sovrapprezzo alla frontiera. L’intento teorico è proteggere i produttori europei dalla concorrenza sleale. La pratica, però, è un incubo.
L’analisi di Felbermayr: buona l’idea, disastrosa l’esecuzione
Gabriel Felbermayr, già presidente dell’Istituto per l’economia mondiale di Kiel e ora direttore dell’Istituto austriaco per la ricerca economica (WIFO), non è un negazionista climatico. Eppure, in uno studio citato dalla Welt, demolisce l’approccio dell’Unione.
Il problema è strutturale e può essere riassunto in due punti critici:
- L’inferno dei dati: Le aziende europee si trovano costrette a spiegare ai fornitori indiani o cinesi come compilare fogli Excel con oltre 1000 righe e colonne colorate, seguendo una guida della Commissione di 252 pagine. Quale manager a Nanchino perderà tempo con questa follia burocratica quando può vendere altrove? La risposta è semplice: nessuno. Si rischia l’interruzione delle catene di fornitura.
- Il differenziale di prezzo: Qui entra in gioco l’economia dura. In Europa, grazie al sistema ETS (Emissions Trading System), una tonnellata di CO2 costa circa 90 euro. In Cina ne costa 10. Ovviamente le produzioni cinesi sono, furoi dalla UE, molto più economche e competitive rispetto a quelle europee. Il mondo comprerà cinese, non europeo.
Questa disparità crea un paradosso letale per la nostra industria. Ecco una tabella riassuntiva delle criticità rilevate:
| Criticità | Conseguenza Economica | Rischio Reale |
| Costi Burocratici | Aumento dei costi fissi per compliance | Abbandono dei fornitori extra-UE |
| Prezzo CO2 (90€ vs 10€) | Svantaggio competitivo per l’export UE | Delocalizzazione (Carbon Leakage) |
| Ritorsioni Commerciali | Dazi di risposta da USA e BRICS | Guerra commerciale globale |
L’effetto paradosso: più emissioni, meno industria
Il ragionamento keynesiano qui è d’obbligo: se si deprime l’offerta interna caricandola di costi insostenibili e burocrazia, non si ottiene un miglioramento ambientale, ma solo uno spostamento della produzione. Felbermayr avverte che se le aziende europee, soffocate dai costi, perderanno quote di mercato, verranno sostituite da concorrenti stranieri che inquinano di più.
Il risultato finale? Il CBAM potrebbe portare a un aumento globale delle emissioni di CO2, l’esatto opposto del suo scopo. Un capolavoro di eterogenesi dei fini.
Per l’economista austriaco, la soluzione non è il dazio alla frontiera così com’è concepito, ma semmai un sussidio all’esportazione o un’imposta uniforme sull’importazione che non richieda indagini alla Sherlock Holmes sulle emissioni in paesi terzi. O, ancora meglio, continuare ad assegnare certificati gratuiti ai settori energivori per non farli chiudere, contrariamente ai piani attuali dell’UE.
La rivolta del mondo: “Neocolonialismo Verde”
Mentre Bruxelles si guarda allo specchio compiacendosi della sua virtù, il resto del mondo affila i coltelli. La percezione globale è che l’Europa stia usando la scusa del clima per erigere barriere protezionistiche.
- Brasile: Il presidente Lula ha tuonato contro il “neocolonialismo verde”, rifiutando barriere commerciali mascherate da tutela ambientale.
- USA: Donald Trump ha già avvisato che non accetterà dazi climatici sulle merci americane. Si profila all’orizzonte una nuova guerra dei dazi con Washington, dove l’Europa, vaso di coccio, avrebbe la peggio.
- Qatar: Ha minacciato di tagliare il gas se l’UE toccherà le sue catene di approvvigionamento.
Rainer Kirchdörfer, della Fondazione per le imprese familiari, è netto: “L’UE non ha pensato fino in fondo al suo sistema”. In una congiuntura economica debole, con la Germania in recessione tecnica, aggiungere zavorra alle imprese è una mossa suicida.
La “Cassa” prima di tutto
Ma allora, perché si insiste? C’è un dettaglio che spesso sfugge ai non addetti ai lavori, ma che spiega molto: i soldi.
Peter Liese, eurodeputato della CDU, ha candidamente ammesso che lo scambio di quote è vitale perché “garantisce allo Stato entrate indispensabili”.
Parliamo di cifre enormi: l’Ufficio federale dell’ambiente tedesco prevede entrate record per 21,4 miliardi di euro nel 2025. Di questi, 16 miliardi vengono dal sistema tedesco e oltre 5 da quello europeo.
Siamo di fronte alla classica trappola fiscale: il sistema serve a fare cassa per coprire i buchi di bilancio o finanziare la “transizione”, ma lo fa drenando risorse vitali dal sistema produttivo. È un cane che si morde la coda: si tassa l’industria per finanziare la conversione di un’industria che, nel frattempo, chiude o delocalizza per le troppe tasse.
In conclusione, l’articolo della Welt certifica che il Re è nudo. L’Europa ha costruito una cattedrale normativa nel deserto, dimenticando che senza un tessuto produttivo vivo e competitivo, non c’è nessuna transizione da finanziare, ma solo un declino deindustrializzato, per di più “certificato green”.
Domande e risposte
Il CBAM riduce davvero le emissioni globali di CO2?
Paradossalmente, potrebbe aumentarle. Come spiega l’economista Gabriel Felbermayr, se le aziende europee (più efficienti e pulite) perdono quote di mercato a causa dei costi burocratici e dei prezzi della CO2 troppo alti (90€ in UE contro 10€ in Cina), verranno sostituite da produttori extra-UE che inquinano molto di più. Questo fenomeno è noto come “carbon leakage”: l’inquinamento non sparisce, si sposta semplicemente dove costa meno, peggiorando il bilancio globale.
Quali sono i rischi per i consumatori e le imprese italiane?
I rischi sono duplici. Per le imprese, specialmente quelle che importano semilavorati (acciaio, alluminio), si prospetta un aumento dei costi e un incubo burocratico per certificare le emissioni dei fornitori, con il rischio che questi ultimi smettano di vendere all’Europa. Per i consumatori, tutto questo si tradurrà inevitabilmente in prezzi finali più alti per automobili, costruzioni ed elettrodomestici, in un momento in cui l’inflazione ha già eroso il potere d’acquisto.
Perché si parla di “Colonialismo Green” e guerra commerciale?
Molti paesi emergenti (i cosiddetti BRICS, ma non solo) vedono il CBAM come un tentativo arrogante dell’Europa di imporre le proprie regole al resto del mondo, penalizzando le economie in via di sviluppo. Il Brasile, l’India e persino gli Stati Uniti vedono queste misure come dazi mascherati. Il rischio concreto è che questi paesi rispondano con ritorsioni commerciali, colpendo l’export europeo in altri settori (come il lusso o l’agroalimentare), innescando una guerra commerciale dannosa per tutti.







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