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IL COLONIALISMO DEL DEBITO: come la Belt and Road diviene un elemento di espansione politica

 

 

La Belt and Road Initiative come sappiamo è quel’insieme di infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali e di telecomunicazione che si pone l’obiettivo di collegare il mondo alla Cina e che, progressivamente, sono diventate un simbolo dell’espansione mondiale di Pechino. Il finanziamento di queste infrastrutture avviene in massima parte tramite il governo cinese o attraverso iniziative a questo collegate, per valori che lasciano esterrefatti, dell’ordine delle migliaia di miliardi di dollari. Il problema, notato dal IFW di Kiel, è che questo enorme flusso di denaro non viene registrato dai movimenti della World Bank o del BIS, la Banca Internazionale degli investimenti, che, al massimo, ne registra i saldi complessivi e non quelli bilaterali verso i singoli paesi.

Parliamo di cifre che fanno impallidire gli investimenti o interventi del FMI: per dare un’idea delle dimensioni il più grande prestito del Fondo Monetario è stato l’intervento in Argentina del 2018, con 57 miliardi di dollari, quando si valuta che i prestiti della BRI Initiative lo stesso anni siano stati pari a 5000 miliardi di dollari. Con queste cifre è chiaro che si acquistano, direttamente, delle nazioni, praticamente in contanti. Cosa accade dopo? Come si esercita l’influenza cinese?

Uno studio del Center for Global Development ha identificato otto stati con una posizione particolarmente critica a causa dell’esposizione alla Belt and Road Initiative:

Alcuni di questi hanno  situazioni in cui l’esposizione verso la Cina viene a rappresentare un’importante percentuale del PIL dei paesi stessi, come possiamo notare nella seguente immagine:

L’esposizione di Gibuti verso Pechino è pari al 90% del PIL del paese, praticamente tutta l’esposizione di debito statale della ex colonia francese è verso Pechino. Viene il dubbio di quale possa essere la libertà di manovra di questo stato.

Come si esercita l’influenza della Cina verso questi paesi fragili dal punto di vista del debito ? Prima di tutto con pressioni dirette che comportano uno scambio di debito per beni. Ad esempio nel 2011 la Cina ha cancellato una parte del proprio debito in cambio della cessione di 1158 km2 di territori contesi dal Tajikistan. In Sri Lanka invece il debito al 6% di interessi è stato convertito nelle quote delle infrastrutture portuali costruite con il denaro stesso. La Cina prosegue in queste trattative caso per caso, rifiutandosi di accedere ai forum internazionali, come quello di Parigi, per la gestione dei crediti. Poi ci sono le influenze e gli esercizi di potere indiretti: recentemente il presidente Xi ha parlato di introdurre “Trasparenza” anche nella gestione dei fondi legati alla BRI, e di esportare anche all’estero la lotta alla corruzione. Se da un lato p ovvio che il Governo di Pechino non possa lottare contro le magagne internamente, per poi lasciare i funzionare fare qualsiasi cosa all’estero, nello stesso tempo questo permette alla Cina di esercitare pressioni indirette, tramite le inchieste, anche nei paesi stranieri, e noi sappiamo bene come siano ben manovrabili le inchieste per corruzione a danno di questo o quel governo.

 

 

 


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