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Il Cavallo di Troia è elettrico: centinaia di autobus britannici hanno un “kill switch” cinese?
La sicurezza nazionale del Regno Unito rischia di essere spenta da remoto, tutto in nome della transizione Green e dei risparmi di bilancio. Centinaia di bus elettrici nel Regno Unito potrebbero essere spenti da remoto da Pechino. I servizi di sicurezza confermano il rischio tecnico, ma il governo non ferma gli acquisti per non compromettere gli obiettivi Green e i rapporti diplomatici.

Immaginate la scena: è un lunedì mattina piovoso a Londra, o magari a Nottingham. Migliaia di pendolari salgono sui moderni autobus elettrici per recarsi al lavoro, bambini vanno a scuola, l’economia si muove. Improvvisamente, come in un film distopico, centinaia di questi veicoli si fermano contemporaneamente. I motori si spengono, le porte si bloccano o rimangono inerti. Non è un guasto meccanico, non è uno sciopero. È un comando inviato da un server situato a migliaia di chilometri di distanza, forse a Zhengzhou, o forse direttamente a Pechino.
Quello che sembrerebbe l’incipit di un romanzo di techno-thriller è, in realtà, una preoccupazione molto concreta che sta agitando i sonni dei servizi di sicurezza di Sua Maestà. Secondo quanto emerso da recenti indagini del Dipartimento per i Trasporti (DfT) e del National Cyber Security Centre (NCSC), centinaia di autobus elettrici Yutong, attualmente in circolazione sulle strade britanniche, potrebbero essere vulnerabili a un “kill switch” remoto.
La tecnologia come arma a doppio taglio
Il cuore del problema risiede nella connettività. Questi veicoli, spina dorsale della nuova flotta “a emissioni zero” tanto voluta dal governo laburista, sono dotati di schede SIM integrate. Ufficialmente, queste connessioni servono per gli aggiornamenti software, la diagnostica e la telemetria, funzioni ormai standard nell’industria automobilistica moderna, ma che aprono praterie sconfinate a potenziali abusi.
La questione non è se la Cina voglia spegnere gli autobus del Regno Unito domani mattina, ma se possa farlo. E la risposta dell’NCSC, il braccio operativo del GCHQ (l’intelligence britannica per le comunicazioni), è un inquietante: “tecnicamente possibile”.
La questione solleva interrogativi fondamentali sulla strategia industriale e di sicurezza dell’Occidente:
Fino a che punto siamo disposti a sacrificare la sicurezza per l’efficienza economica?
Ha senso affidare le infrastrutture critiche a fornitori che rispondono a una potenza geopolitica rivale?
La transizione ecologica sta diventando un veicolo per la dipendenza tecnologica?
Il precedente norvegese e l’inerzia britannica
L’allarme non suona per la prima volta a Londra. È stata la Norvegia, in particolare l’agenzia di trasporto pubblico di Oslo, Ruter, a sollevare il coperchio su questo vaso di Pandora lo scorso autunno. I norvegesi, pragmatici e attenti, hanno scoperto che le batterie degli autobus potevano essere accessibili e disconnesse da remoto dal produttore. La reazione scandinava è stata immediata: imposizione di nuovi requisiti di sicurezza e firewall per blindare i veicoli da potenziali hacking.
A Londra, invece, la situazione è più sfumata, per non dire confusa. Nonostante le evidenze tecniche e le preoccupazioni dell’intelligence, fonti di Whitehall citate dalla stampa britannica affermano che i ministri non possono bloccare la vendita di questi autobus. La motivazione? Manca la “prova concreta” che il sabotaggio sia effettivamente avvenuto. Una logica che, se applicata alla difesa, ci porterebbe a comprare sistemi missilistici dal nemico finché non decide di usarli contro di noi.
Ecco una sintesi delle differenze di approccio:
| Paese | Rilevazione del rischio | Azione intrapresa | Motivazione politica |
| Norvegia | Ottobre 2025 (Rischio accesso batterie) | Firewall obbligatori, avvisi di sicurezza | Pragmatismo e sicurezza delle infrastrutture |
| Regno Unito | Novembre 2025 (Indagine NCSC) | Monitoraggio, nessuna restrizione alla vendita | Timore di tensioni diplomatiche e necessità investimenti Green |
Il dilemma di Starmer: tra ideologia Green e Realpolitik
Il Primo Ministro Sir Keir Starmer si trova in una posizione scomoda, stretta tra due incudini. Da un lato c’è l’imperativo categorico della transizione ecologica: il Labour ha promesso di decarbonizzare i trasporti pubblici e i bus elettrici cinesi, economici e disponibili subito, sono essenziali per raggiungere questi obiettivi senza far esplodere i conti pubblici già provati. Dall’altro, c’è la realtà geopolitica di una Cina sempre più assertiva.
Il governo britannico sembra paralizzato dalla paura di offendere Pechino. Bloccare Yutong significherebbe causare “ulteriori tensioni diplomatiche”, dicono le fonti. Inoltre, Downing Street sta attivamente corteggiando gli investimenti cinesi per stimolare una crescita economica anemica. È previsto che Starmer diventi il primo premier britannico a visitare la Cina dal 2018, e il governo si appresta ad approvare la costruzione di una nuova, enorme ambasciata cinese nella City di Londra, nonostante i timori per la vicinanza a cavi dati finanziari cruciali.
Siamo di fronte al classico paradosso keynesiano applicato alla globalizzazione sregolata: lo Stato dovrebbe intervenire per sostenere la domanda e l’industria nazionale, ma si ritrova invece a sovvenzionare, tramite l’acquisto di beni pubblici, l’industria di un rivale sistemico, distruggendo nel contempo le proprie capacità produttive e la propria sicurezza.
La vulnerabilità delle infrastrutture critiche
Non stiamo parlando di giocattoli o tostapane, ma di infrastrutture critiche. Con circa 700 autobus Yutong già operativi nel Regno Unito (utilizzati da giganti come Stagecoach e First Bus) e intere città come Nottingham che hanno convertito la loro flotta, la penetrazione è capillare.
Yutong, con sede a Zhengzhou, è il più grande esportatore mondiale di autobus elettrici. L’azienda si difende affermando che l’unità software connessa a internet non tocca i controlli di guida principali come freni e sterzo. Tuttavia, chiunque abbia una minima infarinatura di sistemi embedded e IoT (Internet of Things) sa che la segmentazione perfetta dei sistemi è spesso un mito. Se puoi spegnere la batteria o il sistema di gestione dell’energia, non serve controllare lo sterzo: l’autobus si ferma comunque.
Inoltre, c’è il problema degli aggiornamenti. Sebbene alcune fonti suggeriscano che nel Regno Unito gli aggiornamenti avvengano via cavo e non “Over The Air” (OTA), la presenza di una SIM attiva a bordo lascia sempre una porta socchiusa. E nel mondo della cyber-security, una porta socchiusa equivale a un invito a entrare.
L’Occidente si sta consegnando “chiavi in mano”?
Questo episodio è sintomatico di un malessere più profondo. L’Occidente, e l’Europa in particolare (con il Regno Unito che in questo non fa eccezione), ha smantellato gran parte della sua capacità industriale nel nome dell’efficienza dei costi, delegando alla Cina la produzione di tutto, dai pannelli solari alle batterie, fino ai mezzi di trasporto pubblico.
La “derisking” (riduzione del rischio) di cui tanto si parla a Bruxelles e Londra appare, alla prova dei fatti, una parola vuota. Se non si è in grado di produrre i propri autobus senza temere che vengano spenti da un funzionario di partito a Pechino, di quale sovranità stiamo parlando?
L’approccio del governo britannico, che attende la “pistola fumante” prima di agire, ignora la natura della guerra ibrida moderna. Non serve spegnere gli autobus oggi. Basta avere la capacità di farlo per esercitare una pressione politica formidabile in un momento di crisi futura. È una spada di Damocle sospesa sul trasporto pubblico britannico.
Il prezzo della dipendenza
La vicenda dei bus Yutong ci insegna che non esiste un pasto gratis, nemmeno nella transizione ecologica. I veicoli cinesi costano meno, certo, ma il prezzo reale include una quota di sovranità nazionale ceduta.
Mentre Downing Street cerca di non irritare il Dragone per salvare qualche accordo commerciale o per tagliare il nastro di una flotta “Green”, i cittadini britannici viaggiano su mezzi che sono, a tutti gli effetti, nodi di una rete globale potenzialmente ostile. La domanda che i pianificatori economici e militari dovrebbero porsi non è se la Cina userà mai questo “kill switch”, ma perché le abbiamo permesso di installarlo. In un mondo ideale, lo Stato tornerebbe a pianificare non solo i servizi, ma anche la sicurezza della filiera che li produce. Ma per ora, sembra che l’unica cosa che si voglia pianificare sia il prossimo viaggio diplomatico a Pechino, sperando che l’autobus per l’aeroporto non si fermi a metà strada.
Domande e risposte
È davvero possibile che la Cina spenga gli autobus britannici da remoto?
Sì, è tecnicamente possibile. Il National Cyber Security Centre (NCSC) del Regno Unito ha confermato che la presenza di schede SIM a bordo e la connessione internet dei veicoli creano una vulnerabilità. Sebbene i produttori cinesi neghino che il sistema sia collegato ai comandi di guida, l’accesso alle batterie o ai sistemi di gestione energetica potrebbe immobilizzare il mezzo. Non ci sono prove che sia mai successo, ma la capacità tecnica esiste, trasformando un rischio teorico in una potenziale minaccia alla sicurezza nazionale.
Perché il governo britannico continua a comprare questi autobus se c’è un rischio?
Il governo britannico si trova in un dilemma tra sicurezza e obiettivi climatici (“Net Zero”). Gli autobus cinesi Yutong sono economici, tecnologicamente avanzati e immediatamente disponibili, permettendo al governo Laburista di mostrare progressi rapidi nella decarbonizzazione dei trasporti. Inoltre, c’è il timore che vietare questi veicoli possa causare una crisi diplomatica con Pechino e compromettere futuri investimenti economici cinesi nel Regno Unito, considerati vitali per la crescita in un momento di stagnazione economica.
Cosa hanno fatto altri paesi come la Norvegia per proteggersi?
La Norvegia ha adottato un approccio molto più proattivo rispetto al Regno Unito. Dopo aver scoperto la vulnerabilità nell’ottobre precedente, l’agenzia dei trasporti di Oslo (Ruter) ha imposto l’installazione di firewall di sicurezza aggiuntivi sui veicoli per impedire accessi non autorizzati e ha richiesto modifiche ai protocolli di connessione. A differenza di Londra, che attende prove di sabotaggio, Oslo ha agito sul principio di precauzione per blindare le proprie infrastrutture critiche prima che un incidente possa verificarsi.








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