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Il carcere agli evasori è un obbrorio giuridico. Ecco la tesi di Cesare Beccaria (di P. Becchi e G. Palma su Libero)

Articolo di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero di oggi, 22 ottobre 2019:

Il Presidente del Consiglio Conte e il Movimento 5 Stelle dicono di voler mettere in carcere gli evasori. Per la pancia di quella parte di popolino che vive di risentimenti e odio sociale può essere la soluzione,  ma in realtà è solo una grande sciocchezza.
Ieri si è tenuto un vertice di maggioranza tra tutti i partiti che sostengono il governo giallo-rosso e si è discusso, tra le altre cose, di inasprire le pene per l’evasione fiscale e di abbassare le soglie di punibilità, cioè le soglie di evasione oltre le quali è previsto il procedimento penale. Tutto questo  non ha senso e contrasta con la nostra cultura giuridica.

Il carcere per gli evasori  può presentare anzitutto profili di incostituzionalità.  Nel nostro ordinamento costituzionale, stando all’art. 27 della Costituzione, la pena ha la funzione di rieducare il condannato. Quale rieducazione avrebbero le sbarre nei confronti di un imprenditore o di un professionista che non ce l’ha fatta a pagare balzelli sempre più alti? Ovviamente nessuna, anzi produrrebbe l’effetto contrario, quello di sentirsi vittima di uno Stato di Polizia Tributaria. Il carcere lo si lasci a stupratori e mafiosi, per i grandi evasori si tocchi la tasca, sempre in proporzione all’offesa, in modo che tutti trovino conveniente pagare tasse considerate eque e giuste. Al posto del giustizialismo “manettaro” ci vorrebbe maggiore giustizia nel fisco. L’evasione non la si combatte mettendo le manette ai cittadini, ma diminuendo anzitutto una insopportabile pressione fiscale.

Nel campo penale dovrebbe valere il principio di  “proporzionalità“. La pena, cioè la sanzione che lo Stato infligge al reo, non deve mai essere sproporzionata rispetto all’offesa. Pensare di poter prevedere, per i reati tributari, una pena tra un minimo di 4 ed un massimo di 8 anni di reclusione come è nelle intenzioni del governo significa che l’imprenditore che non ce l’ha fatta a pagare le tasse finisce, anche solo dopo la prima condanna e nonostante la scelta di eventuali riti alternativi che diminuiscono la pena e circostanze attenuanti prevalenti, a dover espiare una pena comunque superiore ai due anni di reclusione, quindi senza poter beneficiare né della sospensione condizionale della pena né della non menzione sul casellario giudiziale. Alla prima condanna non andrà in carcere, se la caverà infatti con l’affido in prova (solo se presenta apposito ricorso post-condanna, altrimenti finisce in carcere), cioè potrà uscire al mattino di casa per andare a lavoro e rientrarvi la sera per cena, come se fosse uno spacciatore, mentre alla seconda condanna – dovendosi applicare la recidiva e non più la pena base – finisce direttamente dietro le sbarre per non avercela fatta a pagare le gabelle richieste, come se si trattasse di un camorrista. E pensare che una pena base di 4 anni di reclusione non è prevista  neanche per l’omicidio colposo, ma nemmeno per il furto o la truffa.  Inoltre, la “confisca per sproporzione” che il governo giacobino ha in mente, che cadrebbe sui beni dell’evasore come accade per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, equivale ad un autentico esproprio da parte di uno Stato tiranno.

Il carcere per gli evasori è una soluzione inadeguata, come la pena di morte per contrastare gli omicidi.  Il problema fu affrontato proprio da Cesare Beccaria, conosciuto per la sua critica alla pena di morte esposta nel  Dei delitti e delle pene. Beccaria,  in un saggio del 1764 meno noto ma attualissimo, pubblicato su “Il Caffé” e intitolato Tentativo analitico sui contrabbandi, evidenziò come un commerciante avesse interesse a non pagare il tributo sulle merci di scambio se troppo alto in quanto non gli sarebbe rimasto in tasca alcun ricavo. Il “contrabbando” diventava  così una necessità, alla quale lo Stato avrebbe potuto porre rimedio solo attraverso la riduzione della pressione fiscale, tale da rendere conveniente al commerciante stesso pagare il tributo richiesto. Medesimo discorso si potrebbe fare per l’evasione fiscale. Se il contribuente non mostra fedeltà al fisco molto spesso è perché il ricavo ottenuto – se avesse pagato tutti i tributi richiesti – non è sufficiente a coprire né il rischio d’attività né i costi di produzione e d’esercizio. E a quel punto o evade oppure gli conviene smettere di fare impresa. Ora se evade verrà sbattuto per anni in galera e suoi beni confiscati. Ma il problema dell’evasione non sarà così superato. Tasse eque e sanzioni pecuniarie proporzionate per i grandi evasori, ecco la soluzione proposta da Beccaria, e secondo noi valida ancora oggi.

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero di oggi, 22 ottobre 2019

 

 


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