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EconomiaVenezuela

Il blitz USA, il petrolio e quel “tesoretto” di 600.000 Bitcoin che fa gola a Trump

Il blitz a Caracas apre scenari inediti: dal crollo del petrolio al “tesoretto” crypto del regime. Ecco come il Venezuela potrebbe diventare il laboratorio del dollaro digitale.

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Alla fine è successo. Con una mossa che definire cinematografica sarebbe riduttivo, le forze speciali statunitensi hanno prelevato Nicolás Maduro e la “primera combatiente” Cilia Flores, spedendoli diretti a New York per affrontare un processo per traffico di droga. Era la notte del 3 gennaio 2026, e mentre il mondo si svegliava con le immagini del leader venezuelano a bordo della USS Iwo Jima, i mercati — quelli veri, quelli che non dormono mai — stavano già reagendo con la violenza di un terremoto.

Ora cerchiamo di capire cosa succede ai soldi, al petrolio e, soprattutto, a quell’asset digitale che sono il tesoro nascosto della vicenda: il Bitcoin e le stablecoin. Perché se pensate che questa sia solo una questione di “cambio di regime”, vi sbagliate di grosso. È una questione di liquidità, di riserve strategiche e di un esperimento monetario che potrebbe cambiare le regole del gioco per il dollaro digitale.

Il panico corre sulla Blockchain: la fuga verso il Dollaro (digitale)

Il primo effetto dell’arresto non si è visto nelle piazze, ma sugli exchange di criptovalute. In un paese devastato da un’inflazione che nel 2025 ha toccato il 500% — dati dell’economista locale Asdrúbal Oliveros, non propaganda — il Bolivar (VES) è carta straccia. I venezuelani, che da anni hanno imparato a sopravvivere “dollarizzando” le proprie vite via smartphone, si sono rifugiati in massa su Tether (USDT).

Nelle ore immediatamente successive alle prime notizie di movimenti militari a Caracas, il panico ha innescato una corsa all’acquisto frenetica. Ecco cosa è successo ai tassi di cambio su Binance, la piattaforma di riferimento per il peer-to-peer locale:

MomentoTasso USDt/VESVariazione
Venerdì (Pre-Blitz)~560 VES
Sabato Mattina (Post-Arresto)> 800 VES+42%
Picco Massimo900 VES+60%
Lunedì 5 Gennaio (Assestamento)~623 VES+11%

Questo picco del 40% in poche ore ci racconta una verità fondamentale: in assenza di dollari fisici, le stablecoin sono diventate la vera moneta di riserva del popolo. Non si è trattato di speculazione, ma di sopravvivenza quando la valuta locale ha un valore inferiore alla carta su cui è scritto.

Petrolio: il ritorno del gigante e l’effetto sui prezzi

Mentre a Caracas si contavano i Bolivar, a Wall Street si festeggiava. Donald Trump non ha perso tempo a dichiarare che gli USA prenderanno “la guida” dell’industria petrolifera venezuelana. Traduzione? Il rubinetto del greggio più grande del mondo (in termini di riserve provate) sta per essere riaperto, e questa volta sotto la supervisione dello Zio Sam.

I mercati hanno risposto con un rally immediato dei titoli energetici legati agli asset venezuelani: Chevron, Valero e ConocoPhillips hanno visto le loro quotazioni volare. Ma c’è un risvolto macroeconomico più profondo. Una nuova ondata di offerta di petrolio sul mercato globale potrebbe esercitare una forte pressione al ribasso sui prezzi dell’energia.

In un’ottica keynesiana, prezzi dell’energia più bassi significano un contenimento dell’inflazione globale “cost-push” (quella spinta dai costi). E qui avviene la magia:

  • Se l’inflazione scende, le banche centrali possono allentare la presa.
  • La liquidità torna a circolare.
  • Gli asset di rischio (risk-on), come il Bitcoin, tornano appetibili.

Non è un caso che, parallelamente agli annunci sul petrolio, il Bitcoin abbia recuperato la sua media mobile a 50 giorni, superando i 94.300 dollari. Tutto è collegato.

Il mistero dei 600.000 Bitcoin: il tesoro nascosto di Maduro

Ma la vera notizia bomba, quella che potrebbe sconvolgere gli equilibri delle riserve strategiche mondiali, arriva da un’inchiesta di Bradley Hope e Clara Preve. Secondo le loro fonti, il regime di Maduro non si è limitato a trafficare oro o petrolio sottobanco per aggirare le sanzioni. Avrebbe costruito, dal 2016 in poi, un impero ombra basato sulle criptovalute.

Si parla di un “tesoretto” accumulato tramite:

  1. Vendite di petrolio sanzionato pagate in crypto.
  2. Swap di oro rubato.
  3. Confische sistematiche ai miner privati venezuelani (spesso accusati pretestuosamente per sequestrare le macchine e i wallet).
  4. Il fallimentare progetto “Petro”, che avrebbe drenato miliardi convertiti poi in Bitcoin.

La cifra ipotizzata è da capogiro: 600.000 Bitcoin. Al cambio attuale, stiamo parlando di oltre 56 miliardi di dollari.

Per darvi un termine di paragone, la strategia corporate più aggressiva al mondo, quella di MicroStrategy di Michael Saylor, detiene circa 673.783 Bitcoin. Se le stime fossero corrette, il governo ombra del Venezuela sarebbe una “bale” (whale) di dimensioni quasi identiche. Un player che, se si move sui mercati, potrebbe creare un disastro.

La domanda ora sorge spontanea: questi fondi sono sequestrabili? Se le chiavi private fossero nelle mani di prestanome o su hardware wallet ora sotto custodia USA, l’amministrazione Trump potrebbe trovarsi tra le mani una delle più grandi riserve statali di Bitcoin al mondo, praticamente a costo zero. Un’iniezione di asset digitali nel bilancio federale (o nella riserva strategica USA) che cambierebbe la percezione del debito americano.

Questi soldi sarebbero sufficienti a riattivare l’economia del Venezuela senza che Trump ci metta una lira. Certo, il problema sarebbe smobilizzare questa enorme massa di BTC senza far crollare i mercati. Sarebbe molto più semplice far circolare un asset collateralizzato che non obbligasse a dismettere la garanzia principale. Si tratta però, ovviamente, solo di ipotesi, in questa fase.

Il Venezuela come “Sandbox” per il Genius Act

C’è un ultimo aspetto, forse il più affascinante per il futuro immediato. Il Venezuela post-Maduro si presenta come una tabula rasa economica. Il Bolivar è morto, la fiducia nelle istituzioni locali è zero, ma la popolazione è tecnologicamente alfabetizzata all’uso di wallet digitali e stablecoin.

Qui entra in gioco il cosiddetto “Genius Act” e la nuova legislazione americana sulle stablecoin. Con il ritorno di relazioni positive tra Washington e Caracas, il Venezuela potrebbe diventare il mercato di sbocco ideale per le nuove stablecoin regolate dagli USA.

Non si tratterebbe di imporre il dollaro cartaceo (costoso da trasportare e gestire), ma di inondare l’economia venezuelana di dollari digitali compliant, tracciabili e sicuri.

Il “Genius Act”, che mira a consolidare il primato del dollaro nell’era digitale, troverebbe nel Venezuela il suo caso studio perfetto: un’economia che necessita disperatamente di stabilità monetaria e che ha già l’infrastruttura “sociale” per adottarla.

Immaginate milioni di venezuelani che passano dall’usare USDT su mercati grigi a utilizzare una stablecoin garantita dal Tesoro USA o da emittenti “Genius-compliant”, direttamente integrata nei sistemi di pagamento che verranno ricostruiti. Sarebbe la vittoria finale del dollaro, non con i carri armati, ma con la blockchain.

In conclusione, la cattura di Maduro non è solo la fine di un dittatore. È l’inizio di un gigantesco esperimento economico-finanziario che mescola vecchio petrolio e nuovi asset digitali. E come sempre, chi ha saputo leggere i grafici tra le righe delle notizie politiche, si è già posizionato.


Domande e risposte

Come influisce l’arresto di Maduro sul prezzo del Bitcoin?

L’arresto ha un duplice effetto. Primo, aumenta l’appetito per il rischio globale abbassando potenzialmente i prezzi dell’energia (petrolio venezuelano sul mercato), il che favorisce asset come Bitcoin. Secondo, c’è la possibilità che gli USA sequestrino e detengano (o vendano gradualmente) fino a 600.000 BTC accumulati dal regime. Se gli USA decidessero di tenerli come riserva strategica, sarebbe un segnale rialzista epocale; se li liquidassero velocemente, potrebbe esserci uno shock temporaneo al ribasso.

Perché le stablecoin sono così importanti in Venezuela?

Con un’inflazione al 500% annuo, tenere la valuta locale (Bolivar) significa perdere potere d’acquisto ogni ora. I venezuelani usano le stablecoin (come USDT) ancorate al dollaro per proteggere i risparmi e per le transazioni quotidiane, dato che i dollari fisici sono scarsi.2 La tecnologia blockchain permette loro di scambiare valore saltando le restrizioni bancarie e i controlli sui capitali imposti dal regime, rendendo il paese uno dei più “cripto-adottati” al mondo.

Cosa c’entra il petrolio con il mercato delle criptovalute in questo contesto?

Il legame è macroeconomico. Il rientro del petrolio venezuelano nei mercati ufficiali aumenta l’offerta globale, spingendo al ribasso i prezzi dell’energia. Costi energetici minori riducono l’inflazione globale, permettendo alle banche centrali di tagliare i tassi o stampare moneta. Questa liquidità extra tende a fluire verso asset speculativi e riserve di valore alternative come il Bitcoin. Inoltre, il regime usava il petrolio per accumulare crypto di nascosto: ora quel legame è esposto.

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