Automotive
Il 57% della filiera automotive italiana non prevede a breve investimenti in Innovazione

Oltre il 50% delle imprese della filiera automotive italiana non prevede investimenti in innovazione di prodotto nel prossimo triennio, con un aumento di quasi nove punti percentuali rispetto al 2024. E’ quanto emerge dalla Survey 2025 dell’Osservatorio sulle Trasformazioni dell’Ecosistema Automotive (TEA), guidato dal Center for Automotive & Mobility Innovation della Venice School of Management – Università Ca’ Foscari Venezia, in collaborazione con CNR-IRCrES Istituto di Ricerca sulla Crescita Economica e Sostenibile del CNR. Anche sul fronte dell’innovazione di processo emerge un rallentamento, con una quota significativa di aziende che rinvia interventi strutturali, privilegiando strategie di contenimento dei costi in un contesto segnato dall’incertezza della domanda europea, dalle tensioni geopolitiche e dalla complessità della transizione tecnologica.
La fotografia che emerge è quella di una filiera che tende a difendersi, concentrandosi in larga parte su componenti e servizi cosiddetti “invarianti”, non direttamente legati né al motore termico né a quello elettrico, rimandando scelte strategiche decisive sul piano della transizione. Solo una quota minoritaria delle imprese dichiara di orientare l’innovazione di prodotto verso i veicoli full electric, mentre l’innovazione di processo appare più diffusa, spinta soprattutto da esigenze di efficientamento e competitività internazionale.
Le previsioni occupazionali confermano le difficoltà strutturali del comparto automotive. Nel complesso, nel prossimo triennio è atteso un saldo occupazionale negativo pari al 4,9%. In controtendenza, le imprese che hanno scelto di investire esclusivamente nella mobilità elettrica sono le uniche a prevedere un aumento degli addetti, con una crescita stimata dell’1,8%. Proprio queste realtà segnalano una crescente carenza di competenze specialistiche, in particolare nei settori dell’elettronica di potenza, del software e della gestione energetica. Dal punto di vista finanziario, il settore mostra una forte dipendenza dall’autofinanziamento: quasi il 60% delle imprese utilizza principalmente risorse interne, mentre l’accesso al credito bancario è spesso giudicato costoso e complesso.
Un dato particolarmente critico riguarda la pianificazione strategica: circa un’azienda su due non redige un business plan formale. Dall’analisi emerge infine una richiesta chiara alle istituzioni. Per accompagnare la transizione tecnologica e preservare la competitività della filiera automotive italiana, le imprese indicano come priorità la riduzione del costo dell’energia per gli impianti produttivi e la semplificazione burocratica dei processi legati agli investimenti, ritenute misure più urgenti ed efficaci rispetto ai soli incentivi alla domanda.
“Il rapporto dell’Osservatorio TEA ci offre una fotografia dettagliata della filiera nazionale dell’automotive e delle criticità che il comparto dovrà affrontare. La Commissione ha accettato di anticipare la revisione del regolamento sulla CO₂, ma non è ancora sufficiente. Occorre agire in modo più radicale, innanzitutto riconoscendo la neutralità tecnologica e sostenendo lo sviluppo dei biocarburanti.
Non possiamo perdere altro tempo, perché dall’industria dell’auto dipendono molti altri settori: in ogni automobile ci sono la siderurgia, la chimica e l’intelligenza artificiale” ha detto Adolfo Urso, che proprio in queste settimane, sta creando una sinergia con la Germania, per diventare il motore delle necessarie riforme radicali che servono per cambiare alcune assurde regole del green deal che rischiavano di distruggere interi settori industriali, automotive in testa. L’Italia ha, infatti, già firmato un’intesa con la Germania sulle modifiche ai regolamenti, sulla politica industriale europea e sulla competitività. Ora si appella anche alla Francia per allargare il fronte delle riforme
La scorsa settimana pii al Mimit il ministro ha guidato proprio il tavolo sull’automotive, in cui i tecnici del Mimit hanno presentato il nuovo DPCM che programma le risorse del Fondo Automotive fino al 2030, per un totale di circa 1,6 miliardi di euro, offrendo alle imprese una prospettiva pluriennale destinando il 75% delle risorse all’offerta.
Come si legge in una nota condivisa, la quota principale è riservata agli Accordi per l’innovazione, con 750 milioni di euro per ricerca e sviluppo, seguiti dai Contratti di sviluppo per gli investimenti produttivi. Sul fronte della domanda, una parte rilevante delle risorse sarà destinata all’ecobonus per i veicoli commerciali leggeri, oltre al bonus per le colonnine di ricarica e al noleggio sociale a lungo termine. A queste misure si affiancano gli interventi previsti dalla legge di bilancio, che mettono a disposizione risorse significative per gli investimenti delle imprese.









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