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I virus cognitivo-comportamentali nel processo di unificazione europea

Se esistono le forme tradizionali e abbastanza conosciute della manipolazione massiva della coscienze – di cui Bernays, Le Bon e Lippmann rappresentano i più autorevoli esponenti – esistono anche forme più discrete, meno appariscenti ma non meno importanti.

Le potremmo suddividere in una classificazione tripartita dove troviamo:

1) le “mosse strategiche” attraverso le quali i padroni del vapore hanno portato avanti il progetto di vasta portata, e di lunga gittata, della unificazione europea. Grazie a esse, si è ottenuto uno scopo che, negli anni Cinquanta, poteva sembrare impossibile: condurre, un passo dopo l’altro, le opinioni pubbliche di Paesi molto diversi tra loro e con secolari tradizioni di indipendenza, ad abdicare volontariamente alle rispettive sovranità. Ciò al fine di attribuire gradualmente, senza provocare resistenze, il potere politico, economico e monetario statuale a enti terzi, tendenzialmente insindacabili, extraterritoriali e sovranazionali;

2) I “virus cognitivo-comportamentali”. Li possiamo individuare nelle frasi fatte di uso più frequente, nei mantra ripetuti dai media di più ampia diffusione, persino nei neologismi coniati dai giornali e dalle TV degli ultimi anni. Potremmo aggiungere che, attraverso di essi, i popoli europei sono stati sottoposti a una sorta di “rieducazione civica” passata tramite una loro preventiva e propedeutica “rieducazione psicologica”;

3) I “virus dialettici” che si giocano sul piano delle relazioni interpersonali, e sono rappresentati da quegli argomenti e stratagemmi retorici in grado di mandare in cortocircuito la nostra razionalità e di spingerci ad accettare un concetto, un assunto, un’idea, un progetto come se fossero evidentemente veri anche se sono, in verità, palesemente falsi.

Ferma restando la tripartizione di cui sopra, legata alla funzione delle tecniche impiegate, la classificazione adottata nel testo si basa, invece, sulla loro origine.

Una prima “classe” è quella riconducibile al pensiero cinese: in particolare, a un capolavoro della strategia militare come i 36 Stratagemmi9 o al notissimo trattato di strategia militare sull’arte della guerra

La conoscenza di tali stratagemmi consente di smascherarne l’impiego. Per quanto qui importa, essi sono certamente serviti per portare a compimento l’architettura giuridico-istituzionale della UE oggi consolidatasi nei suoi organi di riferimento (Commissione, Consigli, Parlamento, ecc.) e nella pletora di funzionari che, dietro le quinte, ne irrobustiscono la struttura. Una struttura che ci governa attraverso un diluvio di regolamenti, direttive, decisioni, delibere, pareri, atti che hanno letteralmente soffocato il tradizionale e specifico processo decisionale proprio di ogni singola nazione e di ciascuna democrazia europea.

Nella seconda parte del testo, poi, abbiamo voluto portare allo scoperto alcune delle tecniche persuasive studiate, catalogate e approfondite dalla programmazione neurolinguistica e utilizzate, nel processo di unificazione europea, ai fini di persuasione occulta delle masse.

La PNL ha svariati campi di applicazione che vanno dalla possibilità di sconfiggere, in tempi rapidi, le fobie personali alla opportunità di ottenere performance di alto livello modellando il comportamento delle persone di successo, alla capacità di condizionare gli altri convincendoli delle proprie ragioni. Quest’ultimo aspetto ha a che vedere con l’arte della persuasione.

Il pacchetto di tecniche messe a punto dalla PNL è assai nutrito. Molte di esse sono state impiegate, e sono tutt’ora utilizzate su vasta scala, sia in ambito commerciale sia in sede politica. Ne abbiamo isolato le applicazioni nel processo di unificazione europea cercando di rispondere a una precisa domanda: come, quando e in che modo tali “trucchi” vengono applicati per convincere l’opinione pubblica della intrinseca bontà e della sostanziale ineluttabilità di tale processo.

È possibile cogliere – nelle frasi fatte di uso più frequente, nelle filastrocche ripetute dai media di più ampia diffusione, persino nei neologismi coniati dai giornali e dalle TV negli ultimi anni – un prodotto di tipica matrice piennellistica. Potremmo aggiungere che, rispetto alla prima parte del libro (dove ci si occupa delle strategie di lungo periodo finalizzate alla genesi e al compimento della macchina giuridico- amministrativa della UE), la seconda si interessa di come, poi, i popoli europei sono stati sottoposti a una sorta di “ri-educazione civica” che ha avuto come presupposto una loro preventiva e propedeutica “ri- educazione psicologica”.

L’uso delle tecniche della PNL è servito a convincere i cittadini di quanto fosse preferibile la nuova via rispetto alla vecchia, il nuovo assetto istituzionale paneuropeo, monolitico e improntato a una scansione degli obbiettivi (e dei parametri economici) rigida e inflessibile, rispetto al vecchio e disarticolato sistema democratico statuale.

L’ultima parte del libro, infine, si occupa delle cosiddette “fallacie”. Le fallacie appartengono, a pieno titolo, alla storia del pensiero occidentale. Se ne occupò già Aristotele, con un trattato ad hoc, e successivamente esse furono un costante oggetto di studio nelle scuole di retorica e di dialettica della tradizione greco-romana. La fallacia è, in buona sostanza, un ragionamento che è tale solo in apparenza. Oppure, se preferite, un argomento che sembra logico, ma non lo è affatto. E tuttavia è efficacissimo perché utile a convincere l’interlocutore poco avveduto o poco preparato.

Nel caso dell’Unione europea, le fallacie sono state utilizzate soprattutto nella prassi del dibattito sincopato e superficiale tipico dei talk show per poi entrare nel discorso quotidiano, o da bar. Così, esse sono state sdoganate come inconfutabili prove, sul piano logico e dialettico, non solo della necessità, ma addirittura della irreversibilità del processo di unificazione europeo.

Tali condizionamenti sono stati propagati alla stregua di virus mentali a presa rapida che si sono ben presto impadroniti del patrimonio lessicale e di common sense della gente: quello attraverso il quale l’uomo della strada è solito orientarsi nel mondo onde effettuare le proprie scelte, anche politiche.

Abbiamo scelto, non a caso, la parola “virus”.

Il termine “virus” – a maggior ragione dopo la vicenda del Covid-19 – è oggi assai di moda. E tuttavia, virus non è più solo l’agente contaminante in grado di decimare un’enorme quantità di disgraziati, come ad esempio l’influenza spagnola nel 1918.

È anche un malware, cioè un agente patogeno informatico, idoneo a sabotare, “impallare”, addirittura distruggere un (micro o macro) sistema digitale. Un incubo dei nostri tempi, in effetti, è proprio il virus tecnologico oltre a quello biologico.

Ma c’è una terza accezione con la quale è necessario iniziare a confrontarsi ed è quella, appunto, dei virus “cognitivo-comportamentali” e dei virus “dialettici”. Trattasi di piccole pillole di pensiero, di mini- format psicologici, di luoghi comuni del discorso privato divulgati soprattutto attraverso i media di massa, con una funzione ulteriore, e più articolata, rispetto alle forme della manipolazione classica o su vasta scala.

La scelta dell’aggettivo “cognitivo-comportamentali” ha una duplice motivazione. In primis, è dovuta al fatto che essi sono anche farina del sacco delle principali correnti della psicologia “cognitivo-comportamentale” del Novecento (in particolare, della programmazione neuro-linguistica). In secundis, si tratta di tecniche a rilascio rapido e a diffusione virale, in grado di contaminare qualsiasi dibattito. Quindi, esse sono letteralmente “cognitivo-comportamentali” perché influenzano la coscienza e il comportamento dei soggetti target. Nello stesso tempo, sono virus perché si prestano a un impiego e a una diffusione che travalicano il preciso momento del loro “rilascio” nell’etere (“etere” è la parola giusta, visto che la propalazione è affidata soprattutto alla lunghezza d’onda dei programmi radio-televisivi di massimo ascolto).

Riassumendo: il format classico del condizionamento mentale – quello che ispirò, per intenderci, le campagne di Bernays e le teorie di quest’ultimo e dei suoi colleghi – è un’arma “nucleare” di distrazione e condizionamento di massa. Invece, i virus cognitivo-comportamentali e quelli dialettici non sparano nel mucchio, ma sono mirati al singolo soggetto.

Essi continuano a ri-produrre i loro effetti letali a distanza, anche dopo l’attivazione. E lo fanno in modo straordinariamente calibrato rispetto alla psiche di chi ne è influenzato e li utilizza. Infatti, ciascun soggetto incamera, digerisce e poi veicola personalmente, con il contributo creativo della propria irripetibile personalità, lo specifico “virus” che gli è stato iniettato. Lo fa contagiando ogni interlocutore con cui entra in contatto per trattare di quello specifico tema (euro ed Europa unita, nel nostro caso); quindi, nelle occasioni più varie e impensate, anche molto tempo dopo averne “contratto l’infezione”.

Per capirci, una frase tipo “dove andrebbe l’Italietta della Lira nell’arena della competizione globale” (o altre consimili affermazioni di identico contenuto) costituisce, a tutti gli effetti, un virus cognitivo- comportamentale.

Essa, nella sua semplicità, anzi proprio per la sua solare semplicità, è in grado di influenzare rapidamente la “mappa del mondo” di chi la ascolta e, soprattutto, di diventare un classico luogo comune evergreen, sempreverde, buono per tutte le occasioni. Nell’ambito della psicologia c’è un termine preciso per definire un certo tipo di strategie cognitivo-comportamentali: quello di “euristiche”, vale a dire “scorciatoie del pensiero”. Un virus cognitivo-comportamentale o dialettico è, in qualche modo, una scorciatoia mentale che ci evita- inibisce di impiegare e coltivare il pensiero critico.

Il che è perfettamente funzionale con due delle esigenze più avvertite della contemporaneità: quella di ottimizzare il tempo e quella di massimizzare le informazioni. Abbiamo sempre meno tempo per occuparci di tutta l’enorme quantità di incombenze di cui il Sistema ci onera e per immagazzinare tutta la mole di notizie da cui siamo quasi soffocati.

Walter Lippmann, si focalizzò su questo aspetto, concentrandosi sul cosiddetto “stereotipo sociale”. Secondo Lippmann, lo stereotipo sociale è uno strumento di carattere cognitivo in grado di indirizzare il nostro comportamento, anzi di semplificare le nostre decisioni. Esso è costituito da un connubio di immagini, pensieri, emozioni, sintetizzati in piccole clip capaci di “risparmiarci” un sacco di fastidi. Ma anche, aggiungiamo noi, di evitarci un sacco di dubbi, di domande, di problemi; vale a dire, i semi imprescindibili del cosiddetto pensiero critico, nemico mortale di ogni manipolazione del consenso.

I virus cognitivo-comportamentali e dialettici, proprio perché a presa rapida, ci tengono lontano dalla scocciatura di dover ragionare. “Purificano” dall’eccesso di confusione il nostro approccio al mondo, alle cose, alla storia, alla cronaca e ci dispensano – grazie al formato- pillola da deglutire in un amen – una serie di concetti ad altissima densità di semplificazione.

Peccato che la semplificazione sia una lama a doppio taglio. Essa è utile laddove ci consente di sopravvivere in ambienti iper-complessi: quelli tipo i nostri, dove ci sono troppe faccende da sbrigare, troppo articoli da leggere, troppi concetti da capire in un lasso ridottissimo di tempo. Contemporaneamente, la semplificazione è pericolosissima, come un’arma bianca, se e nella misura in cui non siamo noi a impugnarla, non siamo noi a tenere questo coltello “dalla parte del manico”.

La domanda che si pone, a questo punto, è: ma è davvero possibile che taluni burattinai, dietro le quinte, conoscano e abbiano voluto impiegare tali tecniche per manipolarci? E la risposta è ovviamente affermativa. Queste strategie sono note a chiunque abbia un minimo di infarinatura nel campo della comunicazione e dell’ingegneria del consenso. E spesso sono le stesse persone che curano il “marketing politico”. Come diceva Bernays, non c’è differenza sostanziale tra vendere un prodotto e vendere un’idea.

Così Anna Oliviero Ferraris, esperta del ramo, ha spiegato il concetto: «Persuasori occulti, manipolatori di professione, studiano la psicologia collettiva per tenerla sotto controllo e sfruttarla, condizionando i comportamenti delle masse. Nell’era della comunicazione globale, essi dispongono di un corpus di conoscenze molto vasto in ambito sociopsicologico e di tecnologie sofisticate e penetranti. Gli interventi di questi esperti sugli individui, i gruppi, le comunità e le masse sono scientifici e sistematici. Per convincere e conquistare non hanno bisogno di ricorrere ai metodi autoritari di un tempo, alle minacce o alla violenza, le loro armi sono la seduzione, la persuasione e la suggestione».

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Francesco Carraro, www.francescocarraro.com, è  nato a Padova nel 1970. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze della Formazione,  scrittore e avvocato, è  titolare di uno studio legale. Esperto di comunicazione, tiene corsi di strategie della trattativa, gestione del tempo, public speaking e sviluppo personale.

Scrive per il quotidiano LA VERITA’, è editorialista del sito di economia e politica SCENARIECONOMICI.IT e curatore di un proprio blog su ILFATTOQUOTIDIANO.IT.  È opinionista televisivo del programma di informazione di Canale Italia NOTIZIE OGGI. Ha pubblicato numerosi libri di saggistica e narrativa.

Nel 2015 ha dato alle stampe il libro-intervista, con il giornalista Vito Monaco, Krisiko – sei un  giocatore o  una pedina? La via  d’uscita nel grande  gioco della crisi (con prefazione di Magdi Cristiano Allam). Nel 2017 è uscito il libro Post scriptum – Tutta la verità sulla post verità (con prefazione di Diego Fusaro). Nel 2018, con Chiarelettere editore, insieme a Massimo Quezel, ha pubblicato il libro SALUTE S.p.a. – La sanità svenduta alle assicurazioni, un’ampia e documentata inchiesta sulla deriva privatistica del sistema sanitario pubblico e sul declino del diritto, un tempo inviolabile, alla salute.


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