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Politica

I pilastri della terra, il Nuovo Ordine del Mondo (di Marco Minossi)

Il mondo nel 2025 non è più governato dall’ONU o dalla finanza apolide, ma da quattro “Pilastri”: Trump, Netanyahu, Putin e Xi. Un’analisi provocatoria che rilegge la geopolitica attuale attraverso la filosofia di Hegel.

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La premessa al testo che segue è che esso non intende prendere posizioni favorevoli o contrarie rispetto alle situazioni che descrive, non vuole, cioè, stabilire se esse siano giuste o sbagliate, buone o cattive;prende semplicemente atto di un nuovo ordine mondiale che ad oggi risulta essere questo, e che funziona in un certo modo. Nel breve excursus finale delle caratteristiche dei quattro leader mondiali, si adottano categorie espresse da Hegel, il padre della filosofia occidentale moderna (non da Popper, né da Darwin, tanto per capirci, per citare due pensatori molto di moda ma effimeri).

Mai sarebbe venuto in mente che il titolo di un magistrale best-seller di Ken Follet degli anni Novanta, “I pilastri della terra”, avrebbe prefigurato una futura situazione di governance, quella che il mondo avrebbe visto in essere alla fine del primo quarto del secolo successivo, nel 2025. Forseperché, a quei tempi, si pensava di più in temini di nuovo millennioche non di nuovo secolo, e perché tutti erano spiazzati dalla caduta del muro di Berlino, che faceva presagire una pace senza fine.

Un ordine di governo mondiale che, si badi bene, corrisponde oggi all’ evoluzione, e non all’estinzione, del concetto di democrazia: i popoli delle nazioni che contano eleggono i propri governanti, ma lo fanno concentrando completamente la designazione verso un’entità unipersonale, alla quale affidano il comando, e alla quale chiedono di decidere, riservandosi di manifestare il proprio gradimento mediante le elezioni successive, senza disperdere tempi e modalità delle azioni di governo nelle propaggini degli apparati rappresentativi e di quelli amministrativi, lenti, costosi e strumentalizzabili, al punto di poter mettere in piedi assetti politici diversi dal volere del popolo sovrano.

Un po’ – potremmo aggiungere – rifacendosi in tal modo ai modelli classici dell’Atene di Pericle, della Roma di Augusto, e della Firenze di Lorenzo il Magnifico, tanto unipersonali quanto prosperi e portatori di progresso.

La fine dello scorso secolo, e i primi venticinque anni di quello successivo (il duemila), sono stati caratterizzati da un board di potere mondiale auto costituito, completamente diverso da quello attuale: esso era interamente localizzato degli Stati Uniti, e le sue estensioni esecutrici erano le entità sovranazionali delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e, in tempi più recenti, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tali estensioni includevano naturalmente anche i mezzi di comunicazione di massa, ma va detto che per fortuna il controllo dei mass-media nella loro totalità è impossibile, e dall’ informazione digitale continua a fuoriuscire anche ciò che quel potere non desiderava che venisse comunicato.

Questo collegio ristretto di comando faceva capo a oligarchi dei settori delle tecnologie digitali, dei grandi fondi finanziari e istituzioni bancarie, del controllo e sfruttamento delle risorse energetiche tradizionali prima, e di quelle della green economy poi. Si ritrovava a fare i conti, quest’ultima parte del potere, con la fame incessante di energia della Cina; Cina che non poteva essere assorbita e integrata negli schemi di controllo obbediente, e neppure di influenza, da parte di questacabina di regìa americana, ma potevano e dovevano esserlo altre autonomie statuali più facilmente emarginabili prima, e debellabili poi.

Nazioni autonome, non allineate e che non si prestavano a rendere più grandi le dimensioni della torta della ricchezza sotto supervisione dei masterchef, a partecipare al consumismo capitalistico sotto dettatura, in quanto operanti – si è ritenuto – sotto dittatura: per esse fu creata la definizione propagandistica di “stati canaglia”, e l’attentato alle torri gemelle di New York del 2001 fu utilizzato a consacrazione indiscutibile della legittimità di tale etichetta.

L’Iraq di Saddam Hussein, l’Afghanistan dei Talebani, la Libia di Gheddafi, la Cuba di Fidel Castro, l’Iran degli Ayatollah, la Siria di Assad e la Russia di Putin furono le vittime designate. Non la Turchia di Erdogan, in quanto essa all’ Unione Europea era tutto sommato funzionale, stante il suo desiderio di farne parte, il suo essere membro della NATO, la massiccia presenza di suoi cittadini in Germania, la sua funzione calmieratrice di barriera su una immigrazione indiscriminata verso l’Europa, che non poteva essere sostenibile parallelamente a quella già in corso a ciclo continuo dalla Libia.

Ciò premesso per sommi capi (gli approfondimenti possono essere infiniti, ma richiederebbero un libro e non un articolo), veniamo ora alla descrizione dell’attuale assetto di governo del pianeta, che ha sostituito quello sopra menzionato.

Sono quattro i pilastri che lo reggono: due di matrice occidentale, USA e Israele, e due ad est, Russia e Cina. Nessun altro leader, nazione o sistema politico viene riconosciuto come compartecipante in questa struttura portante, inclusi i Brics allargati che hanno però ovviamente nel secondo blocco i propri rappresentanti, e fatto salvo anche qui il già citato rispetto (utilitaristico) per Erdogan.

I quattro assi del governo mondiale fondano l’esercizio del loro potere su basi di “gentlemen agreement” e di memorandum di intenti: le azioni di ciascuno nelle rispettive sfere di influenza e di interesse non vengono contrastate dagli altri, se non verbalmente per confondere i ragionamenti della comunità internazionale, come ad esempio la Russia in merito al Venezuela, a Cuba e all’Iran. Si fa vedere che si protesta, ma poi si lascia fare.

Il pilastro Trump detiene i diritti sull’area dollaro-centrica del Centro e Sud America; Netanyahu sulle regioni del Medio Oriente che sono in mano a regimi terroristi e/o integralisti islamici (come ad esempio l’Isis e le sue espressioni tipo Hamas, o il radicalismo islamico in Iran); Putin sugli stati provocatori ex sovietici quali Ucraina e Repubbliche Baltiche (e non solo); Xi Jinping su Taiwan, sul Far East ASEAN e sullo stesso Giappone, che sta programmando un piano di riarmo di proporzioni simili a quello della Germania.

Peraltro – aprendo una parentesi – anche il Giappone, come l’Italia, sta trasgredendo con tale politica economica di guerra il divieto che si ritrova imposto nella propria costituzione dagli stessi Stati Uniti subito dopo le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, mentre l’Italia il divieto di belligeranza ce l’ha per autodeterminazione.

Ecco, dunque, che i quattro leader delle colonne mondiali sono caratterizzati da investitura democratica popolare, e il potere lo esercitano in proprio, in forma diretta e immediata, anche discrezionale sì, ma sempre nell’interesse dei cittadini in nome e per conto dei quali agiscono. Con un esempio italiano, è il principio della carica di amministratore unico in una società di capitali.

A comprendere la legittimazione e autorevolezza di ognuno di loro, ci è di fondamentale aiuto la categoria hegeliana di “Spirito del mondo”, cioè dello spirito della storia (che è a sua volta storia dello spirito, entrambi i termini con la esse maiuscola), che il padre del pensiero occidentale moderno incarnò in Napoleone quando lo vide entrare nella sua Germania, a Jena nel 1806.

Possiamo allora osservare come, nella fenomenologia in cui tale spirito si manifesta, il pilastro Cina si trova nella fase della tesi, nella figura di Xi Jinping. Tesi che è quella di avere la potenzialità tangibile di essere la prima nazione al mondo sia in campo economico che militare, come il leader di Pechino ha voluto dimostrare nella parata di stato del 3 settembre scorso.

Trump e Netanyahu sono, dal canto loro, al livello dell’antitesi, dal momento che stanno utilizzando aggressioni repressive nell’ambito di un uso (negazione, appunto) personale e discrezionale del diritto internazionale, negazione che rivendicano nel nome dell’interesse legittimo. In ciò, al momento, stanno sbagliando.

Al livello di sintesi, di Spirito del mondo, di ordine perfetto e compiuto, allo stato dei fatti risulta collocarsi Vladimir Putin, con la sua Russia in cui sono sacre e inviolabili la cultura, la sanità, l’istruzione e lo sport gratuiti ai massimi livelli, la cooperazione internazionale sin da tempi non sospetti (es. v. foto L’Aquila 2011), la difesa dei confini e della popolazione. Hegel lo avrebbe chiamato “Stato etico”.

Marco Minossi

Domande e risposte

In che cosa differisce la “democrazia unipersonale” dalle dittature tradizionali?

La differenza sostanziale risiede nel consenso e nella revocabilità. Nella democrazia unipersonale, descritta nel testo, il leader riceve una chiara investitura popolare tramite elezioni. Non è un tiranno che ha preso il potere con la forza, ma un “Amministratore Unico” delegato dal popolo per agire con rapidità ed efficacia, saltando le lungaggini parlamentari. Il giudizio sul suo operato avviene alla tornata elettorale successiva, mantenendo quindi il principio della sovranità popolare, ma applicandolo con modalità esecutive dirette.

Perché l’autore considera il Giappone e l’Italia simili in questo contesto?

Entrambi i paesi sono visti come nazioni che, pur avendo vincoli costituzionali nati dalla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale (imposti o auto-imposti) contro la belligeranza, si stanno muovendo verso un’economia di guerra o di riarmo. Il Giappone, in particolare, viene citato per il suo piano di riarmo in funzione anti-cinese sotto l’ombrello della sfera d’influenza del “Pilastro Xi” (come area di confronto), violando di fatto lo spirito pacifista imposto dagli USA nel 1945.

Cosa si intende per “Gentlemen Agreement” tra le superpotenze?

Si riferisce a un accordo non scritto ma pragmatico di spartizione delle aree di influenza. USA, Israele, Russia e Cina evitano scontri diretti nelle zone controllate dagli altri “pilastri”. Le condanne pubbliche (ad esempio della Russia sul Venezuela o degli USA su certe azioni cinesi) sono spesso retorica per la comunità internazionale (“confondere i ragionamenti”), mentre nella pratica si lascia mano libera al leader di riferimento in quella specifica area geografica.

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