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I NODI VENGONO AL PETTINE

 

Quand’ero ragazzo, a casa mia, come in tutte le case, si raccontavano storie di fantasmi. Mia madre era certo troppo realista per prenderle perfettamente sul serio ma un sano principio di saggezza vagamente contadina l’induceva alla prudenza. Non credeva ai fantasmi, ma non sarebbe mai andata a dormire da sola in una di “quelle” case.

Io invece avevo tendenza ad essere estremista: o i fantasmi esistevano o erano tutte balle. Se esistevano bisognava fornirne prove inconfutabili, non limitarsi a racconti intorno al braciere (a quei tempi, del riscaldamento centrale si parlava nel Sud come di una leggenda del Nord). Se viceversa non esistevano, proprio io avrei dovuto avere il coraggio di andare a dormire, da solo, nella più “infestata” delle case. Cosa che del resto poi feci un paio di volte, quand’ero all’università, andando a dormire in case d’amici disabitate da decenni. E naturalmente nessuno venne a visitarmi, a parte i millepiedi.

Comunque, giocando con la fantasia, mi ponevo il problema di come avrei dovuto reagire nel caso i fantasmi si fossero effettivamente manifestati. Paura a parte, come avrei sistemato l’esperienza nella mia mentalità materialistica? E come mi sarei organizzato per dimostrare che non avevo le traveggole?

In realtà, sempre in via d’ipotesi, il problema vero era un altro. Era possibile che qualcuno, conoscendo il mio scetticismo, organizzasse una beffa. Avrebbe ottenuto una seconda chiave dal padrone di casa e si sarebbe trasformato in fantasma, per terrorizzarmi. Ed io come mi sarei comportato, avendo il dubbio d’avere davanti un vero fantasma o un burlone che pregustava il divertimento di vedere che me la facevo sotto?

Mi venne in mente la soluzione. Se l’occasione si fosse presentata avrei detto a tutti di stare attenti. Essendo io convinto che il fantasmicidio non esiste, se mi fosse apparso un fantasma gli avrei sparato. A casa avevamo un vecchio revolver e, anche se la mia mira si limitava a distinguere i quattro punti cardinali, usandolo il baccano era infernale e con le armi da fuoco non si sa mai. Aggiungendoci la mia fama di mezzo pazzo, credo che nessuno si sarebbe azzardato a provarci. Ma non ebbi mai l’occasione di mettere in pratica un così bel programma.

L’inesistenza dei fantasmi rimase una mia convinzione personale, inclusa in quella serie di punti fermi che da sempre considero “realtà”. Questa per me non è soltanto l’esistenza di ciò che è scientificamente dimostrato, ma anche l’inesistenza – estremamente probabile, tanto da poter trascurare le residue  possibilità – di ciò che non è provato. Se mi dicono che un uomo ha saltato tre metri, semplicemente come altri saltano due metri, io intanto non ci credo. Non mi strapazzo neppure a dire: “Ma guarda!”. Figurarsi dunque quanto credito abbia sempre accordato alle profezie, ai maghi, alle cartomanti, alle premonizioni, alla telepatia e perfino alla religione. Nel corso di una vita che ormai posso definire “lunga”, non soltanto tutte queste “inesistenze” sono rimaste tali, ma la realtà si è dimostrata prosaica, priva di fantasia, priva di sorprese, in una parola piattamente meccanicistica. Mai che un ranocchio si sia trasformato in principe. Questo non è riuscito neppure a me, che pure partivo da una distanza minore.

La realtà è implacabile anche per quanto riguarda l’umanità. Inutile sognare una società in cui tutti sono altruisti. Se si costituisse un gruppo con questo programma, dopo qualche tempo si scoprirebbe che l’egoismo non è affatto morto. Ecco perché ho sempre sorriso di coloro che sostenevano che il comunismo avrebbe potuto funzionare, se si fosse adeguatamente educata l’umanità. Non sarebbe bastato. Sarebbe stato necessario fornirle le ali, l’arpa e un’aureola lucente.

In questo panorama sconsolatamente prevedibile, ho tuttavia assistito a lungo ad un’eccezione: l’Italia. Ho visto per decenni un intero Paese che credeva a cose che a me parevano assurde. E dal momento che ero praticamente il solo a trovarle tali, avrei dovuto chiedermi seriamente se non fossi pazzo. Per fortuna, una monumentale presunzione mi ha sempre fatto preferire di dare del pazzo all’intero mondo piuttosto che a me stesso. E stavolta m’è andata anche bene. Nel senso che è andata male all’Italia.

Per decenni ho visto un Paese che considerava pratica altamente morale comportarsi in maniera assurda, andando contro le leggi dell’economia e del buon senso, quasi facendo proprio il detto di Luigi XV: “Après moi le déluge”. Anche se ormai la conoscenza del latino e del francese era stata sostituita dalla non conoscenza dell’inglese.

Io continuavo a dare del demente al mio Paese e il mio Paese continuava a ridermi sul muso. Ma il tempo è passato e alla fine la realtà – quella che prima sembrava assente e distratta – si è ripresentata col foglietto del conto in mano, una cifra dopo l’altra, senza dimenticare nulla e senza il minimo sconto. E l’Italia si è accorta che non poteva pagarlo. Tutti i guai spensieratamente accumulati ora si manifestavano con la faccia professionale dell’ufficiale giudiziario. E il povero testimone che un tempo avrebbe magari amato avere una piccola rivincita, vedendo la propria patria incapace di reagire sotto la gragnola di colpi che le si abbatteva addosso fino a lasciarla esangue e stremata, avrebbe volentieri implorato misericordia.

Sono lieto di non essere morto giovane, così ho visto riconfermati i principi della realtà. Anzi, ne sono tanto lieto che di morire farei a meno anche in futuro. Ma è triste essere costretti a vedere che questa riconferma si spinge fino alla crudeltà. La realtà ripete ad un’intera nazione che per decenni ha creduto alle favole che chi dimentica il buon senso va incontro al disastro. E purtroppo è più facile cadere nel pozzo che risalirne.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

12 settembre 2014

 

 

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